::campami o divo

Intendo solamente portare alla luce una splendida categoria di persone. Non è poi cosa così facile e scontato individuare uno dei soggetti appartenenti a tale ambita casta, eh! In primis, lo si può individuare esclusivamente dalle 10:00 alle 14:00 dei giorni feriali, dopodiché bisogna saper vagliare onthefly il probabile obiettivo, perché non è difficile confondersi.
Parlo della categoria delle Mogli Che Non Fanno Un Cazzo (MCNFUC), eroine di altri tempi trapiantate nella nostra era, che hanno impegnato l’orifizio vaginale in uno scopo unico e sacrosanto: farsi un cazzo per non fare un cazzo. Individuato un pollo abbiente, portata a termine una tattica di bloccaggio e tarata a proprio vantaggio la vita matrimoniale, esse possono quindi svolgere la loro mansione in modo professionale e completo. Le noterete specialmente nel loro habitat naturale, le vie del centro, fare shopping (mai la spesa, sempre shopping), incontrarsi in bar fighi con le colleghe, tramare con le amiche per nascondere un amante giovane nominale standard. Sempiternamente corredate di buste di carta griffate, vivono il loro impegno consumistico come una missione, ed è per questo che il mero acquisto presto tende a ramificarsi in più complesse forme del non fare un cazzo: una lotteria tra signore bene, un mercatino della Croce Rossa da organizzare, la laurea di un figlio da festeggiare con una cenetta thai tra i genitori degli amici.
Le si scorge meglio durante le ore del tardo mattino, quando i più lavorano; oh, non troppo presto, tanto non c’è fretta e si può rimanere a letto; e poi anche fino alle due del pomeriggio, affinché ci si possa premiare della faticosa mezza giornata con una delizia giapponese in centro, magari in compagnia delle amiche. Bisogna sì individuarle tra categorie mimiche: le casalinghe che fanno la spesa, anch’esse simili a donne, e gli studenti universitari, anch’essi che possono permettersi di non fare un cazzo di mattina. Ma le prime trasportano buste di plastica, griffate però Esselunga o Conad, e sono ben più nervose delle MCNFUC; i secondi sono generalmente più giovani, fanno più chiasso, e nutrono la convinzione di essere quanto di più lontano vi sia dalle MCNFUC e dai loro compagni; non sapendo, poverini.
Vi sembrano donne inutili e dal comportamento deprecabile? Mettete loro un paio di dinamo alla bocca, ai piedi ed alla borsetta: la quantità di energia in kilowattora che si può recuperare dalle loro futili manifestazioni cinetiche risulta ben più massiccia di quanto riusciate ad immaginare. Io sto già organizzando la prima centrale elettrica a MCNFUC: inquina di meno, crea posti di lavoro, può tranquillamente essere localizzata in un centro abitato, anzi: deve.
Mogli Che Non Fanno Un Cazzo: energia del futuro.

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::dopo mezzanotte

Mai. Quasimodo non deve mai concedersi il lusso di allontanarsi dalle guglie, pena la fine del sogno, la smaterializzazione del gobbo stesso. Quasimodo non vive a NotreDame, ne è diretta proiezione palpabile, invece.
Giorgio Pasotti è protagonista giocattolo, quasi divertissement, nelle mani del regista in balia di un cinema nel cinema per il cinema, il punto G di un autoerotismo cinematografico che il regista colloca stabilmente nell’utero ad esso più consono (scontato?): il Museo del Cinema. Quando la novella Esmeralda Francesca Inaudi penetra nel covo da sogno di lui, è così che lo vede, come un altrettanto novello Quasimodo, lui che avvezzo si aggira tra i multiformi passaggi della struttura; a fasi alterne, quindi, la vediamo mutare d’espressione: da ragazza di periferia, banale non lungimirante, ad italica Amelie, col facciuzzo trasognato e fumettoso. La prima anima della pellicola cammina così, tranquilla, dolce e leggera, quasi indisturbata dagli assalti della Torino reale che circonda i due.
Poi? Poi si amano. Ed il film cambia. Cambia, diventa grottesco, a tratti superfluo. Il cameo di Keaton, del cui spirito solo il protagonista era affetto, sconfina in tutta la storia, sborda macchiando irreparabilmente l’intera vicenda, svegliandoci dal sogno nel quale ci stavamo gongolando. Da quando Amanda ha incontrato Martino, si accorge che il suo triste trantran, di fatto, era già fantasia, con la Falchera che si popola di personaggi da cartoon, coi cattivi che sembrano i bassotti, con il bossetto locale incapace di incutere il benché minimo timore. Il gobbo ha lasciato NotreDame.
Durante questa seconda metà comincia un tarocco di manage a trois de noattri, si respira un tentativo cerottato di umorismo nero; e si abbandona del tutto quella sospensione della storia tra cielo e terra nel momento in cui il faccione di Berlusconi irrompe sullo schermo, fuori luogo come non mai, ripristinando bruscamente una collocazione spaziotemporale non desiderata, proprio per nulla. Finalino imbarazzante per quanto facilone.
Sono questi i momenti nei quali vorrei essere bravo, imparziale, positivo e dalle vedute ampie. Invece mi riscopro spocchioso, classista e prevenuto. E ciò è bene. Perciò dirò che in realtà ho visto due film, uno molto carino, l’altro banale e senza scheletro, male assemblati, che si annichiliscono a vicenda. Col risultato che, una volta fuori dal cinema, non si ha nessuna memoria della visione.
Innocuo.

::le invasioni barbariche

Mah, che dire… Non è un cattivo film, ma è un pastrocchio carino ma non riuscito di sentimentalismi mooolto facili, di persone che cambiano idea ed ideali in un batter d’occhio, di frecciatine sociopolitiche lanciate con un qualunquismo da discorso da treno. Il tutto immerso in questa glassa finto-freudiana dove devi prendere le battute piccantine con matura filosofia e larghe vedute, sennò vieni anche genericamente bollato come bacchettone dagli amici. Ti si presenta un’insalata molto eterogenera: mangi ciò che ti piace ed il resto lo scarti o lo butti giù di botto. Una curiosità: ma solitamente i sindacalisti canadesi hanno quel piglio da boss della mafia, come quello che minaccioso giochicchia con un manganello giocattolo?

::la rivincita di natale

Premessa: è stato per me piuttosto difficoltoso andare a vedere questo film, dato che nessuno di quelli che usano sopportarmi in sala cinematografica ricordava di aver visionato il primo; ce l’ho fatta per un pelo, e ne sono parecchio felice: ho avuto modo di apprezzare il primo capitolo. Ma ora: il film. Lo dico subito: qualitativamente non è degno del predecessore, d’altronde a lode di questo e non ad infamia del secondo: i personaggi e le situazioni sono più sguaiati, mentre nel primo film il parlare sommesso dei giocatori contrastava splendidamente con le urla infantili di Lele (Haber), ad esempio; quindi preannuncio che non ci saranno le “frasi da ricordare” dette sottovoce dai protagonisti (“il costo è…che lei non saprà mai…con quale punto non si è venuto a giocare 250 milioni…”). Il pegno più alto da pagare è proprio la mancanza dell’elemento sorpresa: c’è un sentore di lapalissiano che copre l’intero lavoro qui. Ma il segreto è che: non ne ha bisogno! Sì, l’elemento caratterizzante dell’intero film è la cappella nella quale si svolge la partita, dato che l’intera produzione non e null’altro che un santuarietto eretto a stima e ricordo del primo, adulato dalla critica ed adorato dal pubblico (in ambo i casi giustamente, secondo me!); i personaggi diventano icone, l’ambientazione sociale diviene universo a sé stante, tutto si cristallizza una volta per tutte in un immaginifico da edificio ecclesiastico: lì che San Giuseppe, là c’è la Madonna. Che belli che sono. Di per sé resta un bel film, che vale il prezzo pagato, e che scorre via sin troppo leggero e piacevole. Che peccato che il finale sia tirato via in malo modo: un piccolo effetto al rallentatore per la disperazione di Xxxxx (mi autocensuro) e poco altro, invece che far gustare allo spettatore eventuali (ed attese!) singole prove d’attore dei personaggi. Nota: nel film si sente dire “in questo Paese sono l’unico italiano che lavora per gli africani”, e, dato che ad ognuno dei protagonisti è assegnata una “magagna”, vien data tra le altre la tendenza all’omosessualità: nessuna delle due è vera, nessuno tra i più socialmente sensibili si scandalizzi quindi, è solo la risposta che si otterrebbe da tipi così. Se avete visto il primo, infine, correte a vedere anche questo; se non l’avete visto…che aspettate? Affittate la VHS del primo, guardatela, poi come sopra.

::21 grammi

Diciamolo subito: il cinema che “racconta le storie” tenta di rinnovarsi con la frantumazione del flusso temporale della storia stessa, (e questo va bene), ma qui il regista ha avuto un pò la mano pesante a passare dal back/forth del primo tempo alla completa linearità del secondo, senza frapporre un comodo evento simbolico che facesse da pietra miliare, e che potesse dire allo spettatore:”Guarda, da QUI continuiamo linearmente”. Il film è un bel film; un pò di maniera, con le scene che ricercano il pathos della camera a mano pur non essendo tale (con tremolìo fittizio di ripresa a mo’ di documento-verità all’inizio), sempre con un qualcosa che separi l’attore dall’obiettivo (porta socchiusa, reggimano ecc…); si riscontra anche un tantino di vouyerismo del dolore, d’altronde è anche giusto vi sia. Gli attori, espressivi come sanno essere un pò in tutte le produzioni di cui han fatto parte, sono stati anche diretti bene, Sean Penn da solo, come sempre, cambia l’atmosfera con la sua sola presenza in scena. La provincia americana, cieli plumbei e motel di dubbia fama, è riprodotta molto bene e senza dimostrazioni forzate. Sì, il film non è particolarmente veloce, ma è la storia di per sé ad essere dovutamente “liscia”…no, non piatta, ho detto “liscia”! Andate a vederlo, è buon cinema, ma non se avete il bisogno di svagare.

::mi piace lavorare – mobbing

Nel mucchione di trailer sempiternamente iterativo che le tv rifilano giorno per giorno, sono andato a pescare quello del film della Comencini. Sono quindi rimasto colpito dalla sobrietà di quei brandelli di interpretazione della Braschi esposti dalla pubblicità: lo vado a vedere, se non altro perché anche io al tempo della ricerca universitaria ho subito una particolare forma di mobbing. Così è: presente praticamente SEMPRE lungo tutto il film, la Braschi è sobria, vera, parsimoniosa di espressioni o moine troppo teatrali; e ciò rientra nello stile della pellicola. Anche gli altri attori sono untuosamente reali, costruiti con elementi ricercati, come (e qui sarò di parte), il capetto con l’ufficio dominato dal posterone del meeting di cielle; è brava anche la piccola Comencini che interpreta la giovane figlia. Camera a mano a tutto spiano, a volte con sovrabbondante dinamismo, il film è caratterizzato da tempistiche molto (scolasticamente?) equilibrate, con una certa attenzione al passo cronologico degli eventi, e se si permette un attimo di stasi è solo per marcare la situazione della protagonista. Come totale: un film bello e di denuncia, che dell’argomento non può certo evidenziarne le molteplici dimensioni, ma che della principale di queste offre una visione di vasta gamma. Ma anche, semplicemente, un film bello, punto.

::agata e la tempesta

Scrivo questo commento ancora incredulo di ciò che ho visto ieri sera, evitando per fortuna imbarazzanti incontri col regista tenutisi mmm… al Flora se ricordo bene. Premetto che lo stile delicato, attento ed equilibrato del precedente apprezzatissimo “Pane e Tulipani” non c’è, non è qui presente, il regista è lui ma ha preso una botta in testa ed è radicalmente cambiato. O semplicemente stavolta non ha fatto centro. La storia in realtà non ha evoluzione alcuna, i personaggi non sono mai realmente padroni delle loro scelte, ma neanche succubi: semplicemente, il tutto si trascina, tra l’altro verso un finale dubbio e dozzinale. 120 minuti di inspiegabile apatia, che hanno la brutta caratteristica di farsi sentire già al 40esimo, poi tutto diventa una maratona contro la noia. Alcune (troppe!) caratterizzazioni intervengono nel film, fanno una cosuccia e poi scompaiono senza dir nulla o fare alcunché. Ci sono un paio di punti oscuri nella trama, di quelli che ti fanno girare verso la tua accompagnatrice con aria molto incredula. Per il resto, il regista non fa altro che far fare ai protagonisti tanti piccoli desideri da concatenare alla fine appiccicando con lo sputo qui e là le interazioni tra gli uni e gli altri, sistemino consunto per “sorprendere” piacevolmente lo spettatore (esempio: io dico all’inizio “mi piacciono i pompelmi”, ed alla fine del film mi trovano con una cassetta di pompelmi in braccio, ecco così). Ondeggia nella pellicola una patina di “feltrinellismo”, cioè quella patologia sociale (non è politica, credetemi) dello snobismo sinistrorso metaculturale, tra localini, localucci, libreriette fighe, compiacimento nel descrivere l’altro come banale e nazionalpopolare. Gli attori sin dall inizio recitano un pò “abbottonati”, impostati; la Maglietta è espressiva come sempre e fa molta tenerezza, ma passa in secondo piano rispetto al vero protagonista: il suo onnipresente decolleté, che riempie qualsiasi inquadratura, giuro non sto esagerando! Solfrizzi è una bella maschera, ma monoespressiva. Per fortuna che ci sono una grandiosa Carla Astolfi ed una brava Marina Massironi… Menzione speciale per il personaggio della sindachessa danese, caratterizzazione realmente fuori di testa, inutile, irrealistica, banale, sprecata. In conclusione, e mi fa specie dirlo, secondo me dovreste evitare questo film, e non lo farete perché, dopo il precedente, è difficile credere ad un commento così. Se ne riparla, quindi.