::generazione (1 2) X

Non devo sfogarmi della “prof ke nn mi molla + xché dv interrogarmi in ita uffiiiii”, né protendo al mondo della tv con tette cosce e pensierini argutini ini ini, non spero di sfondare da critico partendo dal basso per acclamazione popolare, non devo rivalutare la mia essenza di gay metropolitano con commenti sapienti sugli stuzzichini giapponesi e filmucci vari, non devo dimagrire, su questo blog non vedrete insieme feti purulenti e gatte kitty in atteggiamenti pucchu, non sono “strano” per mia autodichiarazione, non ho amori da esorcizzare su pc.

Pertanto, le mie coreografie tragicomiche che accompagnano notiziari di ogni fonte non si tradurranno direttamente e con puntualità giornalistica in esternazioni su questo spazio. Il fatto che si parli dell’ultima partita della squadra italiana ai campionati europei di calcio è un buono spunto ed un ottimo vettore per parlare d’altro. E basta.

Nei rumorosissimi commenti televisivi generati dalla (a ‘sto punto) celeberrima partita dell’Italia che chiude i suoi europei di calcio, alcuni esemplari pleistocenici di calciatori del passato hanno criticato una intera fase del calcio italiano odierno. Ecco, sembravano i Vati del pallone che puntano un imperioso indice contro la loro diretta progenie, tutte le stagioni calcistiche d’Italia (il calcio eroico, il calcio del boom, quello della recessione…) che rimproverano quella del nuovo millennio. Da parte mia, non conoscendo molto di calcio, ho fantasticato piuttosto sui contesti sociali nei quali questi divi sportivi si muovevano, in modo da confrontarlo con quello attuale.

Personalmente ho ipotizzato che la débacle di questa generazione di calciatori sia l’atto finale di una carie che ha intaccato tempo fa l’intera struttura, e che si sia talmente estesa da arrivare a colpire il cuore che alimenta il sistema tutto. Una cancrena sopravanzante che, probabilmente, inizia il suo processo di marcescenza estensiva negli anni ’80, quando gli scambi monetari tra società, a volte sin troppo virtuali e disinvolti, hanno costretto l’intero universo dei club cosiddetti “minori” a seguire il passo delle “grandi” ampliando le possibilità di mercato sino a toccare traffici non proprio lindi.

Gli anni ’80 sono anche il probabile limite inferiore degli aspiranti professionisti che parteciperanno alla trasmissione di nuovo format “Campioni – Il Sogno”. É una vera e propria furbata mediatica, che permetterà ai maschietti di tutt’Italia di avere la propria dose defilippica quotidiana, però attraverso un canale comunicativo più riconoscibilmente virile; e c’è anche un link riservato alle signore donne, che potranno giudicare gli aitanti giovanotti dal punto di vista meno agonistico e più tonico-muscolare. La trasmissione realizzerà un sogno che da anni caratterizza la nostra nazione: diventare CT mister allenatore di una squadra senza muovere il nobile fondoschiena dalla poltrona, al costo di 1€ al minuto. Un successo dichiarato, punto.

Ed i partecipanti? Chi sono? Sono le veline con il testosterone, hanno avuto tanti giocattoli e possibilità tra gli ’80 ed i ’90, e quindi sono i paladini del “se ci credi ci riesci per forza”, lemming sacrificali in una arena vastissima di genti ululanti. Si produrranno in palleggi fantascientifici per farsi notare come letteronze di un telequiz, ed andranno a comporre storie di maschie amicizie gladiatorie e creatinici conflitti tra cervi. Sognano i soldi e la fica, non certo la gloria ed i compagni. Sono l’ultima abominevole genìa del calcio miliardario, il colpo fatale, l’energia solare di daitarnesca memoria.

Sono qui, in attesa di conoscere quali calcistici costantini ed alessandre ci verranno proposti. Ma lo spettacolo, come spesso accade, non è in campo: è in curva.

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::una modellizzazione dell’umanità

Ecco uno dei miei modelli per visualizzare l’Universo: l’intera genìa umana si può dividere in 4 sessi, classificabili in uno schema a forma di piramide azteca.
La grande maggioranza degli appartenenti al genere umano può essere inclusa nella base della piramide, ed i suoi appartenenti si definiscono Maschi. Con un certo imbarazzo, questi ricadono esattamente nelle descrizioni attinenti alle vignette che nei compendi di enigmistica intervallano rebus a cruciverba, oppure a quelle che si possono riscontrare nelle trasmissioni pomeridiane per casalinghe stanche del lavoro, della vita e del pensiero critico. Non gli si riconosce un’anima vera e propria, né una sensibilità che possa distinguerli da altri animali, come i cani ad esempio.
Una fetta di popolazione più ristretta va a costituire una classe superiore ai Maschi, formando così il gradino delle Femmine, gradino dal quale si può tracciare una linea virtuale di demarcazione tra la bestia e l’umano. Le Femmine nascondono nelle profondità del loro spirito un bagliore divino che potenzialmente potrebbe moltiplicare il loro karma; sfortunatamente, natura vuole che questo baluginio rimanga criptato da una spessa crosta di vita reale, pochezze consumistiche, velleità sentimentali di natura esclusivamente chimico-ormonale, e soprattutto una fortissima propensione all’accoppiamento vincolante, usualmente monogamo, a scopo puramente generativo.
Risalendo la quetzalcoatlica piramide, troviamo la striminzita fazione delle Donne, esseri semidivini che riescono ad essere madri amanti sorelle in qualsiasi periodo della loro vita, e che hanno l’arcano potere di riuscire ad elevare a più alto grado gli appartenenti delle due categorie sottostanti con la loro sola presenza. Pur possibilitate ad una vita distante dalle bestiali povertà consumistiche della vita reale, a quest’ultima pacatamente esse si adattano per aiutare chi è più sfortunato di loro a capire come ampliare i confini del proprio ego.
É uno sparuto gruppo di umani ad occupare la vetta della piramide, ed a meritarsi a pieno titolo la denominazione di Uomini, categoria nella quale, a dispetto del nome, possono presentarsi entrambi i sessi biologici riconoscibili nella razza umana. Sono esseri divini che, pur vivendo nella realtà come la conosciamo, si circondano di un’aura dal raggio variabile caso per caso, entro la quale trasformano detta realtà a loro piacere e vantaggio. In questo modo riescono a fregarsene dell’illusione del reale, imponendo ad essa la materializzazione del loro universo e convivendoci in modo assolutamente indolore.

::(im)mensa tristezza

Ecco, come faccio a trasmettervi il dispiacere e la malinconia che ho provato tornando alla mensa universitaria centrale e trovandola in condizioni impresentabili? Troppi ricordi, troppe donne, troppi amici. Troppi anche da ricordar tutti, figurarsi da presentare in forma sintetica, abbastanza scorrevole ed intrigante quanto basta su un blog.
Nucleo del cuore pulsante dell’università, poteva vantare la struttura ariosa di un chiostro, così da poter accogliere su un letto d’erba i metanaturisti studenti sandalini-borsaindiana, e contemporaneamente riparare da qualsiasi dimostrazione metereologica avversa discussioni, scambi di appunti, intere session di baci. Marchiata di rosso come un vitello texano, portava sul corpo intonacato ed affrescato gli arcaici marchi di chi tentò più volte di addomesticarla, geroglifici sui quali per anni abbiamo fantasticato barricate ed eskimi tra convinti irriducibili e comparse voltagabbana. Amava ornarsi all’esterno di biciclette antifurtate per bruttura, all’interno di annunci variopinti ciancianti di posti letti, termosingoli e settimane corte. Vantava: sale 2 di stazza diversa (“Carnaio” e “Priveé”) egualmente servite; antisala 1 e servizi igienici da lettura murale; 1 uscita alternativa, nel caso i goldrake studenti scegliessero un’alternativa alla cascata; 1 sala studio e centro multimediale, tendente al museo del pc; drogatoni ufficiali 1, fornitore di bici misteriosamente “messe a posto” e fumo occasionale.
Ci sono entrato in molte condizioni lì, dall’incravattato e rasato con ventiquattrore, a nudo ubriaco con una bandiera a coprire le vergogne. Ci sono entrato ora, nella condizione di chi ha sete e si accorge che la bottiglia è vuota solo quando la rigira in direzione gozzo, inutilmente: pare infatti che l’Azienda del Diritto allo Studio l’abbia ceduta per intero a ditte esterne, le quali devono aver preso la decisione di buttarsi in un lifting radicale della struttura. Questo significa che si entra dall’ingresso auto, che molte sezioni sono interdette, che il chiostro è campo d’azione degli operai: entra, sali, prendi vassoio, prendi cibo, mangia, lascia vassoio, scendi, esci.
Ed eccola qui la mia mensa, puttana che a fine carriera, sfatta e cadente, cambia pappone. Nessun ciellino a spacciare appunti ed attenzioni, nessun delpierista griffato Nike e Reebok a leggere la Gazzetta, nessuna lanuginosa fuorisede del sud nell’erba: tubi, reti, un’Ape. Penso che non si risolleverà mai più, è chiaramente l’inizio di un lungo abbandono, così ci andranno sempre meno studenti, fino a divenire svantaggiosa.
Ma io ricordo un giorno di aprile, un numero di esami dati tra pochi e molti, il vento ci portava soffioni ed ormoni, mangiavo da solo e guardavo in basso nel chiostro: tutti erano così felicemente immobili, quasi dipinti, da sembrar loro il vento, e la brezza correva a lezione.
Nessuno mi ha detto quanto ero felice.

::la classe universitaria va in paranoia

Un demone si aggira da sempre nel limbo degli universitari d’ogni epoca. Un diavoletto pronto a far litigare per dispetto gli amici migliori, uno spiritello canaglia onnipresente nelle notti estive che precedono gli appelli di settembre dei fuorisede, un fungo malsano che spunta durante il discorso più innocuo che si possa immaginare. Quando il demone sale in cattedra, comincia a dividere gli astanti in due squadre, dopodiché fischia il calcio d’inizio di una interminabile partita che non vedrà mai vincitori.
Il demone sa riconoscere l’università dello spirito dall’università della materia; quindi, si materializza sottoforma di discussione innocua, e comincia ad accumulare ingegneri, chimici, fisici, biologi ed affini da un lato, gente di legge, lettere, lingue, politica e compagnia bella dall’altra. Poi fa scoccare la scintilla per alzare il polverone, e la scintilla è sempre la stessa: il tempo. Da una delle due ali si infittisce una pioggia di frecciate sulla inutile disponibilità di tempo dei concorrenti, tempo bruciato, perduto, sprecato; ma l’altra si protegge con lo scudo invisibile della polivalenza culturale e contrattacca con le lance della qualità del sapere; cosicché i primi sono costretti a loro volta a difendersi con la differenza di spessore dei testi di studio. E così via, fino al raggiungere il punto di massima sterilità del discorso, nel quale tutte le affermazioni di ambo le parti risultano essere vere per certo, ma senza interagire tra di esse per accennare ad un minimo di effettivo braccio di ferro.
Oggi sono laureato da qualche annetto dalla parte della materia, lentamente e con poca remunerazione finale per tanti tanti motivi, come molti, d’altronde. Se dovessi tornare indietro vorrei iscrivermi a quella dello spirito, e, ne sono convinto, per molti laureati dell’università dello spirito vale l’esatto contrario.
Viene a salutarmi un amico, ancora laureando di scienze politiche. “Ti ricordi?”, “Eh, sì, ma effettivamente il tempo ce l’abbiamo”, “Sì, ma quante esperienze hai fatto più di me”, “Eh, d’altronde coi libri da 50 pagine potevo. Senti, mia sorella voleva informazioni sull’Università della Moda, me ne fai vedere il sito?”, “Certo, come no”, “Ora però non dire che è un surrogato di diplomino da ignoranti eh!”, “Ma lungi da me, il sito poi sarà una cosuccia ufficiale e curata, quindi che spunti avrei per dirlo?”.
Sarà una cosa piccola, banale e sensa senso, ci sarà dietro una giostra di pregiudizi, ma abbiamo subito notato il refuso. Abbiamo riso strattonandoci come degli imbecilli, fino a che non ci hanno tappato le bocche con fette di torta allo yogurt di pesca e ciliegia.

::schernisciti calciatore fammi tifare

Vi ricordate di quando abbiamo parlato delle pubblicità di automobili con ricchi che si scherniscono? Bene. Quest’anno una categoria affine ha preso il volo in modo talmente clamoroso da diventare filone a sé: i personaggi sportivi che si scherniscono.
Attenzione: se il signore caratterizzato giovane e ricco si schernisce in una pubblicità, è per creare contrasto tra il suo potere neoaristocratico ed il suo portamento casual; se invece si vogliono evidenziare i tratti ludici di un calciatore, o di un pilota, basta fargli interpretare il suo ruolo fino in fondo, anche se si trova in strada (Schumacher con la Ferrari in centro urbano), anche in altro contesto narrativo (Davids ed altri che attaccano la villa del signore dei ninja). Nel secondo caso, quindi, la cosa funziona così: noi utenti siamo talmente lontani dal vedere gli sport fondamentalmente dal punto di vista ludico (come è in effetti, e comunque non come lavoro) che la pubblicità si impone di differenziare il palleggio di Totti fatto all’Olimpico da quello fatto in un contesto riconoscibilmente atipico. Particolarmente per il calcio, basta cambiare il fondale, in pratica, e tanto basta.
Tanto basta a farci vedere questi bei prosciuttoni di dubbia cultura, trattati ormonalmente, rivenduti sottobanco da chi cura i loro interessi a ben caro prezzo, quali giovanotti bonaccioni che giocano nei campi di periferia; scugnizzi di rione il cui attaccamento alla propria passione agonistica li costringe a non rifiutare mai un cross, una rovesciata, uno stop di petto qualora se ne presentasse l’occasione, in qualsiasi luogo essi si trovino, interagendo con vecchiette, colleghi, segretarie, animali, samurai. L’effetto principale di questi spot, nell’interazione lavoratori del settore/utente finale, è quello di ristabilire un rapporto di fiducia, ricostruisce un aspetto narrativo del calcio sostenuto da eroi ed icone, un teleromanzo pour homme che evolve domenica dopo domenica fatto di fede indissolubile e tradimenti, di partite storiche e tradizioni tra tifoserie, di precedenti arbitrali e squadre di proverbiale insuccesso; il tutto condito da spesse dimostrazioni circensi col pallone, un condensato in 30 secondi di ciò che a malapena si vede in sette partite ufficiali.
È evidente il successo di questa tipologia di spot, ancora più evidente con l’avvicinarsi ai campionati europei di calcio: il pubblico sorride nel vedere i suoi beniamini privati del loro habitat naturale. Quindi, la grande illusione del calcio-telenovela continua a funzionare, continua ad essere una miniera d’oro, e come tutte le miniere d’oro continua ad incorporare traffici più o meni loschi.
Anche i ricchi piangono, a rigore sbagliato.

::analogico cartaceo massivo

Questa per me è una grande vittoria morale e culturale. Mi riferisco all’argomento che mi ha invogliato a realizzare questo piccolo blog d’impronta molto personale, e che ho trattato qui, qui e qui. Questo ne rappresenta l’Esempio Definitivo.
Circa due settimane fa, il centro cittadino è stato letteralmente saturato di questi volantini, leggetelo cliccando l’immagine qui a destra. Io stesso avrò posato l’occhio su una quarantina di esemplari, e non oso immaginare quanti possano effettivamente essere stati attaccati in principio. Il contenuto testuale suona a dir poco sconcertante per la sua semplicità: Albert non ha riferimenti per poter contattare Keely, ma sa che Keely deve tornare, deve! E quindi deve utilizzare un mezzo di comunicazione più “sporco” e diffusivo, sicuramente impreciso, che necessita di maggiori risorse, ma che può vantare una probabilità calcolabile di riuscita nell’intento. Non più interfacce comunicative digitali, del tipo “conosco email o telefono, quindi 1/non li conosco, quindi 0”, ma un sano analogico spamming il cui obiettivo potrà essere raggiunto in ragione statistica dipendente al prim’ordine dall’area coperta, poi da una serie di produttorie secondarie e terziarie.
Ribadisco: se una volta l’informazione tendeva a mantenere alti i livelli qualitativi rimanendo accessibile non a tutti, l’informatizzazione dello scambio comunicativo punta tutto sul riuscire a contattare l’altro utente, a scapito della qualità del messaggio; ma questo riporta in auge l’immediatezza del volantino, che tende così a soppiantare lo stesso elaboratore elettronico.
A parte tutto ciò, come non fare i nostri migliori inboccaaPupo (speriamo che non canti) allo speranzoso Albert? Vai, virgulto della comunicazione neoanalogica, siamo tutti con te!

::il ritorno del disaccaride

Pubblico la notizia per completezza di informazione.

La zuccheriera è di nuovo tra noi; chiusa per legge, senza cucchiaino, ma di nuovo tra noi. I motivi sono quelli più ovvi, quelli che erano oramai diventati un tormentone tra gli astanti del bar, quelli che verificavi ad ogni caffè: ordina il nero conforto, prendi la tua bustina estraendola da mazzetti policromi, strappane un angolo più piccolo possibile a mò di dosatore, rovesciane il contenuto all’interno della tazzina in quantità religiosamente personali. E, prima del rito della dissoluzione saccarica, butta i residui: carta, plastica, zucchero.

Avete fatto un conto di quanta carta-plastica-zucchero va sprecata in questo modo? Sapete quanti caffè si bevono all’anno in Italia? Ecco, se ne bevono circa 40Mld. Signori stiamo parlando di 40,000,000,000 di bustine da 5 grammi di zucchero aperte e non finite. Voglio essere buono e cedere all’opinione che solo uno di questi 5 grammi vada perduto in media. Totale: 40,000 tonnellate di zucchero all’anno bruciate.

Dai, non mi fate fare il calcolo della carta e della plastica, mi fa fatica, pensate a quanto possano pesare le bustine nei due materiali e fate la semplice moltiplicazione.

Bravi ma bravi ma bravi i signori che hanno evitato cotanto sperpero. Mi sovviene però un interrogativo: ma non era un’ ovvietà?