::la classe universitaria va in paranoia

Un demone si aggira da sempre nel limbo degli universitari d’ogni epoca. Un diavoletto pronto a far litigare per dispetto gli amici migliori, uno spiritello canaglia onnipresente nelle notti estive che precedono gli appelli di settembre dei fuorisede, un fungo malsano che spunta durante il discorso più innocuo che si possa immaginare. Quando il demone sale in cattedra, comincia a dividere gli astanti in due squadre, dopodiché fischia il calcio d’inizio di una interminabile partita che non vedrà mai vincitori.
Il demone sa riconoscere l’università dello spirito dall’università della materia; quindi, si materializza sottoforma di discussione innocua, e comincia ad accumulare ingegneri, chimici, fisici, biologi ed affini da un lato, gente di legge, lettere, lingue, politica e compagnia bella dall’altra. Poi fa scoccare la scintilla per alzare il polverone, e la scintilla è sempre la stessa: il tempo. Da una delle due ali si infittisce una pioggia di frecciate sulla inutile disponibilità di tempo dei concorrenti, tempo bruciato, perduto, sprecato; ma l’altra si protegge con lo scudo invisibile della polivalenza culturale e contrattacca con le lance della qualità del sapere; cosicché i primi sono costretti a loro volta a difendersi con la differenza di spessore dei testi di studio. E così via, fino al raggiungere il punto di massima sterilità del discorso, nel quale tutte le affermazioni di ambo le parti risultano essere vere per certo, ma senza interagire tra di esse per accennare ad un minimo di effettivo braccio di ferro.
Oggi sono laureato da qualche annetto dalla parte della materia, lentamente e con poca remunerazione finale per tanti tanti motivi, come molti, d’altronde. Se dovessi tornare indietro vorrei iscrivermi a quella dello spirito, e, ne sono convinto, per molti laureati dell’università dello spirito vale l’esatto contrario.
Viene a salutarmi un amico, ancora laureando di scienze politiche. “Ti ricordi?”, “Eh, sì, ma effettivamente il tempo ce l’abbiamo”, “Sì, ma quante esperienze hai fatto più di me”, “Eh, d’altronde coi libri da 50 pagine potevo. Senti, mia sorella voleva informazioni sull’Università della Moda, me ne fai vedere il sito?”, “Certo, come no”, “Ora però non dire che è un surrogato di diplomino da ignoranti eh!”, “Ma lungi da me, il sito poi sarà una cosuccia ufficiale e curata, quindi che spunti avrei per dirlo?”.
Sarà una cosa piccola, banale e sensa senso, ci sarà dietro una giostra di pregiudizi, ma abbiamo subito notato il refuso. Abbiamo riso strattonandoci come degli imbecilli, fino a che non ci hanno tappato le bocche con fette di torta allo yogurt di pesca e ciliegia.

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3 thoughts on “::la classe universitaria va in paranoia

  1. bastassero le canne a rendere così felici … cmq io non ne ho bisogno, evidentemente qualcun altro sì. Alla prossima.

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