::cinismo liberatorio

Nei programmi di approfondimento sulla guerr…sulla pacificazione in Iraq fa molto figo citare il ruolo importante dell’apparato mediatico dei terroristi, chiunque essi siano. Praticamente è l’esempio di una struttura di guerra di comunicazione che parla di una collega antagonista, e la cosa non ci stupisce più di tanto.
Ma quando ho provato a parlare con amici pacifisti della relazione tra i conflitti reale e mediatico nell’ottica delle due fazioni, mi sono sorpreso a dovermi liberare dai loro fastidiosi legacci della ridicola sacralità di certi argomenti: petrolio, pacifismo da cellulare, Baldoni, DueSimone in primis. Mi sono così reso conto della mancanza di una voce satirica. Non ironica, come le trasmissioni cosiddette satiriche di Canale5 o Italia1, proprio satirica. Manca un punto di vista di catartico cinismo, cioè qualcosa che di una costruzione logica ne spezzi i singoli elementi, magari in modo spassosamente traumatico, per darti la possibilità di riassemblarli nella sequenza che non avevi considerato in precedenza.
Dai, facciamo che provo nel mio piccolo. Una cosuccia stupida alla Cuore, va!

Simon & Simon catturati in Iraq!!!
Il gruppo terrorista autodefinitosi “Gruppo Islamico per la Liberazione di Arnold dal Signor Drummond”, lancia il suo comunicato di morte. I terroristi decapiteranno i due all’unisono, a meno che gli venga consegnato Baracus dell’A-Team e che il Ministero degli Esteri italiano venga assegnato ad entrambi i Jefferson delle lavanderie omonime.

 

 

 

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::eee la grande coalizione eh!

Ma abbiate pazienza! Perché tediare ancora quando la soluzione è davanti ai propri occhi?
Quanto tempo è che la Sinistra italiana è in cerca un grande leader, quello definitivo ed assoluto, uno che sia trascinator di folle, uno che imponga un legame ipnotico prima ed addirittura empatico dopo. E noi sappiamo chi è quest’uomo, sappiamo dov’è, sappiamo cosa fa; e da un po’ di giorni a questa parte, lo sentiamo nominare più volte la parola pensione!
Pensione! É o non è la Grande Occasione? Cosa mai può interessare alle varie anime della Sinistra se Francesco Boni ci tiene davvero o meno? Ancora a tentare l’esperimento per sintetizzare la pizza dall’Ideologia? Personalmente, io lo voterei al volo, qualsiasi fazione dovesse andare a sponsorizzare. Però non posso negare che il suo faccione starebbe bene sulla bandiera rossa, portato a cromìa bianconera, volto verso oriente, parallelo ai volti dei cinque Maestri.
Io già me lo immagino ai comizi:”Eee si parla di operai eh! Eeemaai mai mai mai sottovalutare la massa dei lavoratori…eeeemai! Rendi il tuo voto un protagonista del Novecento! Io voglio un amico da casa che sappia apprezzare l’arte della politica! Eee poi non vi lamentate quando il Governo costerà 10 50 100 volte tanto eh!”.
L’attesa mi strugge, ti aspetto compagno Boni.

::la meglio gioventù

Io guardavo lui. Lui guardava me. Questo per molte settimane.
Poi, non ho proprio potuto evitare, e l’ho guardato. In due serate.
I professori ne rimarranno delusi, l’analisi che il film porta avanti dal boom ai giorni nostri ha sensori molto popolari, parte già dal basso, descrive direttamente gli effetti degli eventi sulla popolazione, non le Grandi Cause. E dico popolare sia in senso dispregiativo, sia riferendomi alla sua accezione neutra. Per ben 2/3 del lavoro di Giordana, ci si gode la novità della particolare angolazione dalla quale sono registrati gli eventi storici: le barricate si perdono in un portone, gli ’80 della liberalizzazione televisiva in uno zapping, addirittura il ’68 in trenta secondi di smancerie e celerini (avete letto bene). E così il film scorre, godevole, sobrio, attori quantodimeglio.
A mano a mano, ci si accorge che in realtà c’è un ferreo modulo autoreiterantesi che costituisce (domina?) il racconto: situazione storica, poi evoluzione del problema, tentativo di risoluzione, sorpresone kinder (più, inoculo per una sorpresona successiva), cambio residenza di qualcuno che così ritrova qualcun’altro; torna all’inizio. Ma tant’è, il film scorre come un romanzetto tristuniversitario alla Jonathan Coe.
Purtroppo, anche questo film è dotato di una coda micidiale, una vita dopo la morte, un’appendice appiccicata maluccio una volta raggiunta la conclusione naturale. La storia finisce con la morte di Matteo e le relative conseguenze. Poi il punto di non ritorno: la gente si incontra in modi incredibili, e prende decisioni alla leggera, restituendo alla pellicola la sua natura effimera di mera celluloide. Se prima del volo fatale del coprotagonista, il Paese era stato raccontato, cosa davvero gradevole ed innovativa, prevalentemente seguendone l’evoluzione economica, proprio dai ’90 in poi Giordana depone le armi, mancando così il colpo finale. Nota personale: questo mi suggerisce che ancora oggi nessuno possa o voglia analizzare l’economia ai tempi del cellulare, e, per dirvela tutta, ciò mi allarma non poco.
Inaspettato, ma sempre nel rispetto più assoluto del modulo autoreiterantesi, il pathos la fa da padrone e despota. E, mannaggia, il funzionario non muore, cavolo! A quel punto, a scorrimento narrativo definitivamente grippato sulla Sansa Julie Andrews del vulcano, il pubblico rumoreggia, perché chiaramente s’aspetta il passaggio del testimone amoroso tra i fratelli dopo il trapasso del maggiore. Ma detto evento è sfortunatamente diluito in un’opera di millemila ore, quindi al bacio tra Lo Cascio e la Sansa la platea è oramai già arrivata alla ola, alle pacche sulle spalle dei telodicevo, alle risate sguaiate causa sopraggiunta ovvietà.
Quest’ultima scena è resa ancor più patetica dalla presenza dello “spirito” del fratello che invoglia i due ad aversi: sembra uno di quei divertimenti che si prendono i giovani attori tra una prova e l’altra per ridere scimmiottando le interpretazioni scolastiche dei classici. E allora anche a me è scappato un risolino. Bè, forse un po’ di più. Il fatto è che questa è solo la punta d’iceberg di un film a volte estremamente didascalico, dotato di narrazione pratoliniana, molto pasta e fagioli, molto concreta. Davvero, a volte ci mancano solo le indicazioni, le frecce, i cartelli. Ma non è mica sempre un male…
Secondo me non è un film da vedere a tutti i costi, e neanche a trequarti dei costi. Comunque ci passate millemila ore godibili, alla fin fine. Ma non aspettatevi altro, godetevi i singoli attori (perché bravi), o la Trinca (perché è carina, basta), in attesa del film che invece dovete andare a vedere, qualsiasi esso sia.
Ma vi immaginate, averne visto la prima parte al cinema, ed aver desiderato di completare la visione al più presto? Che delusione tagliagambe sarebbe stata.

::culto non cultura

Il settimanale Cuore a suo tempo pubblicava le insegne degli esercizi pubblici che meglio facevano trasparire la monca trasferta ed il corrotto declino dell’edonismo yankee del tempo. Ed io non lo scimmiotterò: non basterebbe tutta Splinder per pubblicare tutte quelle che conosco.
Ma questa sì, questa deve essere mostrata.
Dal buon Matteo, riceviamo e volentieri pubblichiamo questa specie di evoluzionistico anello mancante tra Alvaro Vitali e Luigi Lo Cascio, tra Ciro Ippolito e Daniele Luchetti, tra Jovanotti e Jovanotti.

::segui la vascorossistica stella

Il commercio più fruttuoso da intraprendere nel libero mercato riguarda sicuramente il vendere l’illusione di comprare carisma in bottiglie da 1.5 litri.
Trattasi di pratica ben nota nei vari avamposti del vendibile globale, e la sua versatilità permette di insinuarla anche in prodotti meno tangibili, la musica ad esempio, come negli album di Vasco Rossi: siamo solo noi, buoni o cattivi, noi, voi, te (anzi: tèèèèè!), come noi come voi la banda la combriccola il gruppo gli altri non ci capiscono siamo troppo profondi noi noi voi noi tèèèè loro voi. Insomma, brani che si limitano a fare le squadre, tu vai in porta e palla o campo, ed il fatto di essere in una squadra invece che in un’altra già basta a caratterizzare i giocatori, una sorta di carota appesa sulle loro teste per dargli l’illusione di stare intraprendendo una missione importante, invece di una partitella pomeridiana al chiuso dei palazzi. Vendere il sogno proibito di avere una personalità, di essere interessanti, impegnati, unici.
Illuminante rappresentante di questa filosofia commerciale è la campagna pubblicitaria che la Mercedes porta avanti oramai da settimane. Lo spot della sua Classe A è palese: sei come sei, segui la stella che è in te. Intanto sullo schermo passa una sequenza di immagini frequenti, immagini di gente comune alla guida dell’auto, ma con una espressione molto marcata, sia essa nervosa, felice, preoccupata, sbarazzina e così via. Sembrano tutti guidare per un motivo fondamentale, per raggiungere una meta importante, non stanno andando banalmente al lavoro, quella non è la faccia di chi porta la bimba a danza.
Sembrano tutti avere uno scopo, tutti fanno qualcosa di notevole, e tu, imbecille che mi guardi in panciolle dalla poltrona? Dai, vieni anche tu, tu che guidare puoi, vieni anche tu nei Mercedes Boys!

Aggiornamento: è domenica, giorno di nuovi spot; non ho finito di scrivere questo post che la Lancia se ne esce con un motto ancora più diretto:”Quando guido sono.”. Ogni analisi appare futile.