::fantasticheria irachena

Mi spiace, ho resistito per quanto mi è stato possibile allo scrivere di questa “fantasticheria” sui rapimenti in Iraq ed Afghanistan.
In Iraq, in particolare, i rapimenti rappresentano un’attività criminale già fiorente prima dell’intervento USA. Puntualmente, ad ogni rapimento, “gruppo sconosciuto rivendica“. Ora: o esiste una associazione che si chiama Gruppo Sconosciuto e nessuno m’ha avvertito, oppure non abbiamo tra le mani nessun presunto database dei gruppi attivisti iracheni per poter distinguere i conosciuti dagli sconosciuti; di più, quelli che l’informazione vuol far passare per convinti rivoluzionari sono solo degli illustri poracci criminali che approfittano della presenza straniera per alzar moneta, ma comunicato in quell’altra ottica si riesce a motivare l’intera baracca agli occhi della popolazione occidentale: ci siamo noi, e poi i cattivi, bene organizzati, dall’altra parte.

Se fossi un imprenditore che partecipa alla spartiz…alla ricostruzione irachena, ed un altro imprenditore mi mettesse i bastoni tra le ruote, io pagherei un paio di disperati per ammazzargli le guardie del corpo.
Se fossi un colonnello USA ed un giornalista avesse visto troppo, qualche migliaio di dollari li troverei per pagare dei poracci per farlo rapire e poi trucidare, occultando il tutto con la copertura dell’integralismo islamico.
Lo stesso penserei e farei in molti altri casi: pacifisti rompicoglioni, fotografi giapponesi scassacazzi, ed in genere tutti quei disguidi che una missione di pace, petrolio e politica come questa non dovrebbe subire mai. Ma questo cosa produrrebbe se non una miriade di gruppi sconosciuti, appunto?
Ditemi voi: sono troppo fantasioso io ooo…?

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::the heartfelt/figurine

Quest’album del 2001 è talmente anni ’80 da riuscire a fondere totalmente la pop del tempo con i blipblop da albori del videogioco arcade. Ma la combinazione lineare dei due ne modula i coefficienti, puntando ad un volume globalmente più basso ed uniforme, ed a tanto tanto filtro dei toni medi.

Risultato della strana ricetta? Un disco da sottofondo contemplativo, i cui suoni electro corti, cristallizzati in melodie veloci e ritmate, tonfano innocui nel lettore cd, con strutture musicali che non serve interpretare perché queste (mai titolo fu più azzeccato) bypassano ogni possibile interfaccia digerente, e, facili e semplici, arrivano dritte ai centri del piacere.

Tutti i brani, delicati e trasognati, sono abbastanza gradevoli, con qualche primo della classe (IMpossible, Way too good, Our game (is over)); peccato che siano a volte talmente simili come tempi e toni da sembrare un unico lungo pezzo. I testi sono accessori, ma a voler tendere orecchio alle parole, il continuo autoreferenzionalismo alla lunga stanca.

Un romantico, leggerissimo, disco electropop’80 che vi farà da colonna sonora per ricaricarvi allo studio pomeridiano e notturno. Con discrezione.

Facciamo così: vi piazzo un pezzo in RadioBlog (il link è sotto il counter, nella colonna di destra), così vi fate immediatamente un’idea, va bene?

::l’allegra fisica dell’imbonimento ormonale

Nulla e nessuno farà abdicare i Grandi Crismi dalla posizione regnante che il mercato gli ha conferito. Stavolta a farne le spese di due di essi, gioventù ed ormoni, è: la fisica.
Dallo spot Citroën per la neonata C2 VTS, apprendiamo che: un corpo non sottoposto a vincoli, contenuto in un volume che si trova in stato di moto uniformemente accelerato, ad una repentina, non uniforme, accelerazione di detto volume reagisce con un moto nello stesso verso, invece che in verso opposto.
Vale a dire: ma come cavolo, tu imbecille acceleri di scatto, ed il reggiseno mi schizza sul vetro invece che premermi i capezzoli fino al dolore?
Vieni avanti, creativo.

::reazione fuffosa antielitaria

L’ora è tarda, ma non riesco ad andare a dormire. Sono come stordito dalla trasmissione della RAI alla quale ho appena assistito. Titolo: “Rai Educational Magazzini Einstein – lo spettacolo della cultura: pianeta blog”.

C’era una tipa, probabilmente luminare riconosciuta della fellatio lì in Viale Mazzini, malata di una inspiegabile mania di protagonismo drammatico, che ha indegnamente intervistato giornalisti-blogger affermati e blogstar facendosi inquadrare per molto più tempo dei reali protagonisti, preferibilmente in pose alla Gillian Anderson di X-Files. I primi parlavano, con la pacatezza di chi non deve più presentarsi ma essere presentato, dalla tranquillità consolidata della poltrona raggiunta con la carriera; i secondi si agitavano sudaticci ed impreparati dalle poltrone del radunino fenomenologico, chi rabbioso e contestatore, chi invece con l’impaccio studiato da neoscapigliato digitale, tristissimo.

Ai giornalisti professionisti l’onere di spiegare il fenomeno; ai ragazzini che giocano a fare i provetti giornalistini e scrittorini, invece, il compito di imbarazzarsi a mezzo sorriso, di dire la frase storica precotta nella speranza che diventi quella più simbolica in futuro, di ridacchiare al cellulare storditi dalle telecamere.

Volevo (utopisticamente?) sentirmi rappresentato ed orgoglioso, ma non è successo. Sarà sicuramente colpa mia per un bel po’, colpa della RAI per un bell’assai, delle blogstar per una puntina piiiiccola piiiiccola. Deluso, reagisco con:

-un post che parla di blog, contravvenendo alla regola prima;

-un giocattolo da blog degno della peggior Gessica da blog, con icona tragicamente fatta da me, che trovate sotto il counter.

Basta così, non ne voglio parlare più. Per ora: fuffa.

::pompiere difendimi dal saladino

É l’onda lunga della propaganda yankee post 11/9, e qualcuno l’ha immaginata talmente lunga da tentare di farla frangere anche in Italia.
Le tv sono arrivate, mi pare, a due spot che fanno bella mostra di quella figura eroica che è il pompiere. Figura eroica di derivazione ammmeregana che, diciamocelo, non conquista manco il lettore di Libero più infoiato. E ci hanno provato a suo tempo, ad importarla, eh! Eppure. Eppure il pubblicitario dice:”Se ha funzionato negli USA, deve, perdio, deve funzionare anche in una sua diretta colonia!”.
Ecco quindi la ING Direct pubblicizzare il suo Conto Arancio con la fuligginosa immagine di Franco Costantini, professione pompiere verace (sic). E lì il signor Franco è protagonista. Invece lo spot dell’acqua Vera ha dei pompieri un po’ posticci. Nella sequela di “questo è solo un (materiale)”, infatti, hanno legato alla men peggio un “questo è solo un lavoro” con le immagini dei pompieri all’opera, in coda al tutto. Il tutto sembra unito con la naturalezza della voce robotica delle stazioni FFSS nel passaggio tonale tra le destinazioni e gli orari. Praticamente una pubblicità frankenstein.
Potrei sorprendermi di come il cattivo Saladino adotti la strategia della propaganda, vorrei scandalizzarmi per facezie quali le figurine dell’Intifada, ma sono troppo intento a districarmi tra le maglie delle attività promozionali di casa nostra.

::come si fa un blog

L’ho comprato, l’ho letto, l’ho riletto. E questo è ciò che ne penso.
“É più facile farlo che raccontarlo”. La frase con la quale esordisce Sergio Maistrello sa di sonora presa per i fondelli, se hai già un blog, l’acronimo RSS non serba più segreti ed hai pagato 9,90€ per 173 pagine al lordo. L’ho comprato per due motivi: primo, avere un qualcosa di più di un algido manabile che comprendesse tutti ma tutti tutti gli utensili per la manutenzione del proprio blog; secondo, leggere un libro che, pur prefiggendosi mete principalmente tecniche, lasciasse debordare qui e là godibili note sulle radici del fenomeno, sulla situazione italiana, sulle blogmode passate e presenti, sul futuro del mezzo.

Il testo spicca innanzitutto per equilibrio ed organicità: i singoli argomenti sono dosati con la precisione di chi ha già da tempo ben chiaro in mente il peso dei coefficienti di una riuscita combinazione lineare tra logicità discorsiva e completezza d’informazione. Penso che in commercio al momento non ve ne siano di pari, e già questo è un bel merito. Da una parte, non ho riscontrato l’assenza di uno solo dei principali argomenti legati all’universo blog; dall’altra, si ha la certezza di non impantanarsi mai nei temi più ostici, perché indirizzati ad approfondire altrove, su fonti specifiche, senza per questo decadere in una descrizione in situ solo parziale.
Particolarmente felici alcuni capitoli. Ad esempio, il terzo, dove si recensiscono le piattaforme più comuni in (dall’) Italia, piacevole alla lettura e di immediata utilità; ed il settimo, una visione completa dei sistemi di aggregazione, con alcune brevi e lucide definizioni sui formati, che si permette anche il vezzo di corredarsi di note storiche dove si può e dove servono. Il paragrafo intitolato “Una nuova opinione pubblica”, collocato tra le battute conclusive, è una perla di due pagine e mezza, da leggere e rileggere.

Ma il libro nasconde un segreto: un’anima da padre quarantaquattrenne. Poco c’entra l’età anagrafica dell’autore.
Le prime avvisaglie si percepiscono quando apprendiamo che “L’efficace testata di Leibniz* [leibniz.blogs.it], blog di Piero Macchioni, unisce un titolo d’impatto, un’immagine a tema e una tagline coerente.” (pag.19). Una tagline coerente? Coerente con cosa? Coerente per forza? E se partissi con un blog senza idee per trovarle via via? “Scegliere un nome tratto dalle fiabe mitologiche piuttosto che un inciso dall’ultimo cd di Marilyn Manson è funzionale al genere di messaggi sottointesi che vuoi comunicare ai tuoi potenziali lettori.” (pag.59). Ed altri paternalismi un po’ troppo ingessati sono scritti qui e là, sebbene l’autore a parole faccia intendere la libertà d’uso ed espressione come una delle caratteristiche più apprezzabili dei weblog. Mah, insomma, via, dipende, il mezzo di cui si parla molte volte sguscia via come un’anguilla quando si crede di averlo saldamente afferrato: quale elitaria qualità si vuole assegnare d’ufficio come obiettivo primario a qualcosa che invece vive anche di qualunquismo quantitativo, di pura espressione artistica e d’altro ancora? Chi si azzarderebbe a valutare quante Jessika’sBlog vale un unico Wittgenstein?
Il quarto capitolo è micidiale, e con esso si passa dal libro quarantaquattrenne al bignamiblog per il quarantaquattrenne. Trenta pagine trenta che ripercorrono, anche graficamente, il primo approccio alla creazione di un blog su Splinder, e che ci chiariscono finalmente la misteriosa funzione del pulsante Crea il tuo Blog, ad esempio (eh, io pensavo che ci si facesse il caffè!). Capisco la necessità della completezza, però io, ‘gnorante come sono, non ho avuto problemi né dubbi all’atto della creazione di questo blog; le ragazzine quindicenni nemmeno, dato che i loro blog hanno template mirabolanti e pieni di orpellini colorati. Resta il quarantaquattrenne professionista che si avvicina solo ora all’intima natura della comunicazione veloce, preferendo come guida un’interfaccia a lui conosciuta e familiare: il libro.

Infine, il piccolo miracolo.
Sei lì che borbotti come un figliolo rimproverato, e senza rendertene conto metti mano al titolo del blog e lo abbellisci. Poi decidi per una tagline più…mmm..sì effettivamente più coerente. Dopodiché pensi che quel tuo titolo grafico debba essere un minimo protetto da usi impropri di terzi, e allora:”Massì lo sapevo da me cos’era la Creative Commons, però mi sa che ora la metto”. Ed ancora, quell’aggregatore lì, quel sito là, quel codicino lì. Vedete il titolo grafico qui su-u? Esatto, è il primo effetto della mia lettura del libro.
“Come si fa un blog” è un libro papà, ed io ho reagito esattamente come un figliolo reagisce ai consigli paterni: negativamente, con una punta di presunzione. Però poi li ho seguiti, ed ho ammesso che, pur conoscendo tutti gli argomenti citati, certe rifiniture ed alcuni approfondimenti li ho cotti e mangiati subito da lì. In quest’ottica, anche il malfamato capitolo quarto diventa parte integrante di un testo che democraticamente permetta a chiunque non abbia mai aperto un blog di partire in quarta e farsene uno già strutturato, da subito, senza tempi di latenza. Un blog cotto e mangiato.

Personalmente, considero l’acquisto del libro di Maistrello un signor acquisto, sia per chi vuole avviare il suo blog che per chi, abitando l’universo weblog da tempo, ritiene di non averne bisogno. Sono contento di usare per esso i miei Franceschielli da voto per la prima volta. Sergio Maistrello ha praticamente compilato l’equivalente douglasiano della “Enciclopedia Galattica”. Aspetto quindi che qualcuno tiri fuori l’equivalente della “Guida Galattica per Autostoppisti” dei blog.
Nota tecnica: mai usare il blur per preservare la privacy di qualcuno, se poi l’immagine viene ridotta (pag.65 fig.2): statisticamente, la riduzione farà convergere i pixel proprio dov’erano in origine, svelando l’indirizzo che si intendeva criptare.

::clonazione salentina

La trasmissione per ragazzini “Amazing History” che va in onda su RaiTre di primo pomeriggio, è diventata per me un vero e proprio tormentone.
La causa è la presenza della Dott.ssa Elisa Gusberti. Giovane, caruccia, simpatica ma seria e preparata, espone le sue descrizioni della vita nell’antica Roma in una terminologia asciutta e semplice, affinché i bimbi possano farne tesoro con facilità, senza tuttavia perdersi in moine fuori luogo.
Il problema è che quando la guardo non riesco ad allontanare dalla mia mente l’immagine dell’attrice comica leccese Gegia! Ma dai, ma guardatela: è lei o non è lei? E se non è lei, bè, mi sento di poter dire che sono lontani i tempi dei timidi tentativi con la pecora Dolly: qui la clonazione è oramai un obiettivo incamerato!
La Gusberti parla dell’imperatore Nerone, ed io già immagino Jerry Calà in toga bianca scappare dall’ira del popolo dicendo “Ocio, ocio, capittttoooo?”. La Gusberti racconta di Poppea, ed io immagino Marina Suma in un bagno di latte sulla spiaggia di Ladispoli.
Per ora posso solo prepararmi una scusa per domande tipo:”Ma che ti fa ridere in Muzio Scevola che sacrifica un braccio?”.