::emergenza alberghiera

Ho sposato la causa di Studio Aperto, l’arguta trasmissione satirica in onda su Italia1, che giorno dopo giorno porta il buonumore nelle case italiane grazie alla sua fantasiosa imitazione del giornalismo vero.

La catastrofe è oramai cosa fatta, ora sta a noi mettere in moto quanto prima la macchina degli aiuti.

Patrizia Caregnato, Benedetta Parodi, Monica Gasparini e gli altri simpaticoni dell’irrefrenabile ghenga di Studio Aperto hanno già lanciato l’allarme, un deciso colpo di giavellotto nello statico etere dell’informazione.

In tutto il Sudest asiatico non c’è rimasto un albergo, una cameretta, un bungalow, una capanna in piedi. Questi rappresentavano un obiettivo da raggiungere per qualsiasi consumatore. Una segretaria di un commenda di Segrate mangiava nebbia del cuore e discoteche di plastica, solo per potere un giorno dribblare un viaggio culturale, per puntare dritta verso un’isola dell’Oceano Indiano. Un geometra di un comune dell’hinterland partenopeo faceva letali endovena di camorra e mancanza dello Stato, solo per poter un giorno fare il gesto dell’ombrello al Vesuvio prima di partire per l’Oriente più misterioso.

Cosa diremo a tutte le Samantha e gli Antonio della Penisola?

Che carota si potrà mai utilizzare in appoggio al solito consolidato bastone?

É stato sicuramente questo dubbio ad aver spinto i mattacchioni del programma satirico di casa Mediaset a far percepire agli italiani il dolore: palmizi strappati alla terra, trampolini abbattuti, ombrelloni ormai inutilizzabili, cocktail irrimediabilmente annacquati.

Invito gli abitanti della blogopalla tutta a mandare un contributo al progetto “Emergenza Alberghiera”, prima che sia troppo tardi, prima che il consumatore apra gli occhi.

Aiutiamoci a casa loro.

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::sindrome cinese

Aspettate un attimo: e se invece si rivelasse conveniente?

A lavoro, un collega mi ha descritto alcuni casi di penetrazione locale dell’imprenditoria cinese. Tra tutti, ha evidenziato quello di un mobilificio che, insediatosi in zona, vende al 40-50% in meno dei concorrenti nostrani. Infine, ha concluso in bellezza con la frase:”Che ne sarà della nostra economia?”, una eco terminale generata da un processo mediatico, che, per ora, oscilla tra l’analisi del problema e la sua demonizzazione.
A quel punto, sono volate legende urbane sui disumani orari di lavoro, sull’onesta dei loro capi che sono i primi a lavorare di più, su una presunta povertà di esigenze del cinese medio e non.

É stato un attimo: flash! Ma il virus del dubbio in quell’attimo è penetrato in me.
Ma insomma, con tutto ciò che è stato detto del famoso aumento dei prezzi da lire ad euro, e tutto ciò che non è stato detto del chi s’è l’è intascati e perdura ad intascarseli, perché io, consumatore, dovrei essere scontento dell’avvento di chi abbatte i prezzi?
Le risposte sono molto deboli, ed in genere si basano su quel vizioso concetto del favorire le aziende per ottenere ricadute positive in quanto utente. In aggiunta, vengono guarnite con spiegazioni sulla impossibilità di far concorrenza ai cinesi, perché lavoratori ai margini delle nostrane leggi sul lavoro; motivazioni che sanno troppo di arrampicata sugli specchi.

Me ne sono accorto solo ora. Temo che tutte le paure sciorinate a ritmo costante dalle tv e dai giornali sull’invasione economica cinese, siano solo un tentativo malconcio di sfruttare sino all’ultimo la politica della finta concorrenza, dei prezzi ingiustificatamente alti, della ricerca zittita e derisa, e degli aiuti all’impresa, prima che arrivi il “cattivo orientale” a dire che il re è nudo.
Io al brutto cinese cattivo non ci credo più. Tutt’altro: cinesi, invadeteci! Vi aspetto a casa mia, vi ospito anche a tempo indeterminato, se poi mi fate comprare a prezzi dimezzati!

Extraeuropeo, portami via,
voglio una nuova economia.

::il giocattolo proibit(iv)o

Del Natale avrò sempre questo ricordo indelebile.

L’onda lunga del terremoto dell’80 era davvero lunga, ed anche se erano già passati due o tre annetti, il consiglio alle famiglie era sempre quello: comprate ciò che i vostri figli vi chiedono, servirà a stemperare l’eventuale trauma da catastrofe.

Io non avevo alcun dubbio: il modellino di Gordian, cartone giapponese disegnato nell’inconfondibile stile della Tatsunoko, non era un giocattolo, bensì un calderone di materiali pregiati, particolari da gustare ed avventure da ricreare e vivere. Tre robot matrioska, completi di armi dedicate; il protagonista fedelmente riprodotto con la sua amica pantera Klint. Plastica lucida e metallo cromato lucente, in un box che era un’opera da esposizione.

Non ricordo quanto costasse all’epoca, ma possiamo riassumere la cifra in una sola parola: parecchio. Troppo per le tasche dei miei, i quali me lo dissero direttamente, e con una delicatezza atipica sia per me che per loro. Così facendo, essi posero fine a qualsiasi residua fantasia su vecchi barbuti rennamotorizzati e signore arcigne carbonifile. Allettato ed inorgoglito da questa maturazione del rapporto coi genitori, mi rassegnai silenziosamente, come sempre. Quel Natale non chiesi nulla a nessuno, e mi rifiutai di celebrare ludicamente qualsiasi ripiego sostitutivo. E così per quelli successivi.

Oggi, ad ogni fine ottobre, la tradizione si rinnova.

Vado a Lucca Comics, e dico di andarci per bere con gli amici, per passare un bel fine settimana, perché si.

Non è vero, ci vado per vedere gli ultimi modellini di Gordian rarefarsi, e quindi aumentare di prezzo. Due annetti fa, per una versione ancora in scatola e con un difettuccio, mi hanno chiesto 1050€.

Non ve l’ho detto? Ora è considerato un giocattolo raro, prezioso, quasi simbolico. Ed io non me la sento di sborsare tanta pecunia per qualcosa che mi piacerebbe, ancora oggi, usare fino a consumarla. Ma avrò il tempo di farlo, mi chiedo? E lo spazio per tenerlo al meglio?

Così resta lì dov’è. Ed io mi mordo le labbra, nel vedere le ultime, costose, copie della mia mela di Adamo, perdersi nelle nebbie del tempo vieppiù, ogni anno che passa.

::voli imprevedibili/aa.vv.

Un paio di annetti di lavoro, una nuova casa discografica dal sapore arabeggiante, l’appoggio di un manipolo di italomusicanti non da poco. Mischia gli stili conservando quello che sai far meglio, e distorci gli accordi per scardinare la porta di nuove chiavi di lettura.
Fatte le porzioni, servire ancora caldo delle emozioni degli originali.

“Voli imprevedibili” è un tributo alla musica di Franco Battiato, presentata sia dagli amici di sempre dell’autore siciliano che da una bella fetta di artisti nostrani di qualità. Ecco, magari uno può divertirsi ad immaginare cosa avrebbero creato tanti altri assenti (Subsonica, Elisa…), ma va bene così, a meno di non optare per una intera serie di pubblicazioni (idea che mi troverebbe entusiasta). Fatto sta che per fortuna non c’è traccia di cantantini calabrozarrilli né di easyrider poracci della Bassa Padana.

Vi si scoprono cose belle, e cose meno belle ma ancora incluse nell’udibile.
Apre il cd la traccia migliore, la voce algida e geometrica di Emilia Majello che taglia figure complementari alla trama electrodub dei Planet Funk, pezzo fantastico che ho il piacere di farvi ascoltare includendolo nel mio radioblog (l’icona è nella colonna di destra). Chiude il cd la versione ormai monolitica ed irripetibile dei CSI di “E ti vengo a cercare”. Sorpresa graditissima quella di “Summer on a solitary beach” cantata da Filippo Gatti, col supporto dei Diaz Ensemble, i quali sembrano davvero saperla lunga, bravi come sono ad assemblare un sogno di salgemma dalla eco perdurante.
Mettere i Bluvertigo ad interpretare Battiato equivale ad infilare il cubo di plastica nel foro quadrato: da sempre, considero Morgan e compari gli unici e soli eredi di zio Franco. Chi se non loro, quindi? Ed infatti il monzese si occupa di ben due tracce, e di una di queste (“Prospettiva Nevskij”) io ed i miei amici da anni si diceva:”Ma perché non la suonano loro?”.
Belli anche i cameo di Marina Rei, Megahertz, Alice. Paola Turci, invece, un po’ incognita, leggermente incolore.

Qualcuno dei cantanti coinvolti non ha potuto godere di un arrangiamento che fosse la risultante di un punto di incontro tra l’originale di Battiato ed il proprio stile; piuttosto, il brano sorgente è stato fagocitato in modo autoreferenziale, così, senza particolari compromessi. É il caso della Consoli e dei DeltaV, le due parziali delusioni dell’album. Giuni Russo canta per sé stessa, troppo pathos, troppe variazioni, ma alla fine del pezzo si sentono gli applausi: ah, ecco, live! Lele Battisti mi ha un po’ ucciso “L’esodo”, Pacifico così così, i Negrita fanno i Negrita da bravi Negrita. I PFM, visti da un trentenne, sono imbarazzanti; non so come sarebbero visti dai quarantenni.

Nonostante gli alti e bassi, il livello è elevato, e l’acquisto resta indispensabile per i fan e caldeggiato per gli altri.
Spero che questo sia il primo di tanti: ce ne sono di favole di Battiato da raccontare di nuovo!

::duecento cavalli cafone di potenza

Ho sempre resistito dal buttare giù post: che facessero mera eco della colonnina delle news di Repubblica; riguardo temi estremamente diffusi nella blogosfera; lunghi perché noiosamente attenti al singolo particolare da sottolineare; veementi e rancorosi senza motivazione alcuna.
Stasera invece, attaccato dai quattro lati, mi ritengo sconfitto dagli eventi. Ed eccomi qui, a straparlare (1), con furia cieca e senza freni (2), di uno dei temi già trattati qui e là (3), sull’onda di un articolo odierno (4). En plein, perfetto, *smack*.

Dall’inizio del 2005, nella città dove abito vigerà una regolamentazione sul transito dei SUV (i gipponi, và) nel centro storico.
I motivi sono quelli un po’ più digeribili, quelli che si tengono ben lontani dal sindacare sul comportamento dei singoli proprietari. In primis, si smuove lo spettro del fantomatico inquinamento dei centri storici, chimera descritta in modo troppo poco coerente da troppi testimoni; dopodiché, si puntellano le tesi principali con la preservazione del ciottolato del blablablaesimo secolo.

Tralasciate il mio parlare acrimonioso: io credo ad entrambe le motivazioni, anzi aggiungerei anche le altre, quelle che su carta legale sarebbero troppo settarie! Aggiungerei i motivi di spazio reale occupato, di parcheggi, di viabilità (il centro storico è caratterizzato soprattutto da urbanistica capillare); farei notare che una pacca sulla spalla di un ciclista o di un pedone data da un SUV, invece che da un auto, non gli fa la bua, ma lo spezza per sempre e ciao ciao; evidenzierei, statistiche alla mano, la pericolosa attitudine dei gipponi al cappottamento, a causa del rapporto potenza/momento, ma anche dell’inesperienza dei guidatori. Infine, da bravo dottorino chimicuccio, comincerei a sputacchiare su questa pagina un po’ di dati, statistiche, formule, altra roba figa.
Tutto ciò se il mio pensiero fosse scevro da intenzioni persecutorie, come ho visto fare, e giustamente direi, un po’ a tutti.

Fatto sta che io ho i miei meravigliosi, salutari, giusti, sacrosanti pregiudizi, ai quali fornisco acqua e concime ogni mattina. E da sempre mi sciolgo in coccole anche per i pregiudizi su chi acquista i SUV, moda importata negli anni ’90 per magica combinazione tra aura edonistica ed oscillazioni del mercato.
Dietro la sottile colonna delle frasette liberistiche modello “ognuno ha le sue passioni, ognuno se li spende come vuole, siete invidiosi”, si rannicchia il più meschino sentore di bellicosità sociale tipico degli ometti più insulsi. Un’alta roccaforte poggiata su quattro possenti bisonti di gomma, permette di arroccarsi in un ideale fortino di difesa, che all’occasione diviene anche arma di offesa da riverire timorosamente, estensione fallica di maschia soddisfazione. Nulla più.
Per i più giovani, l’idea stessa del SUV teletrasporta le tristi serate del Varesotto tra virtuali palmizi yankee di spiagge assolate e tavole da surf dai colori psichedelici. Immaginifico tanto forte che alla fine molti di loro cominciano a fare proprio surf. Per immergersi ancor meglio nell’illusione, l’ampio interno lo si riempie di giovani amici, per darsi quell’aria da mercoledì da leoni, che invece alla fine scema tra le nebbie della domenica mattina, un freddo cane, cornetto alla crema in mano, a parlare degli attaccanti del Brescia.
Per le signore, più pratiche, esiste una precisa proporzione tra la disparità in altezza dei veicoli e quella economica: la signora più in alto sta rispetto al traffico, più sogna di far parte di una elite di abbienti che può permettersi di spendere. Pertanto, finisce col sentirsi realmente più importante degli altri per l’economia del Paese, quindi in diritto di parcheggiare anche sui platani se è nell’atto di fare la spesa.

In società come la nostra, dove nelle nicchie di diritto arrivano prima i soldi delle regole (acquistare un SUV te lo permetti, guidare lo sai?), alla fine si possono pareggiare i conti solo adducendo scuse molto deboli per giustificare la legge, di ben labile tenuta. Vuoi vedere che ora il capocarpentiere col camioncino non può lavorare in centro perché inquina, e quello che ha la macchinotta vecchia può disseminare radicali aromatici come una ciminiera? Dato che non puoi emanare una legge anticafoni, bisognava regolamentare prima la cosa.

Ma stupido anche io, che sto qui a scrivere, descrivere, immaginare e scherzare, quando per capirsi su tutto ciò basta vedere questo filmatino di pochi secondi (fonte: Legambiente), girato proprio, guardacaso, nella mia città.

::gli incredibili

Quando uscì “Matrix”, furono i miei amici a costringermi a seguirli al cinema, perché credevo che si trattasse di una scopiazzatura di tanti classici. E così era, in effetti. Ma in un altro senso: nulla in “Matrix” era vicino ad una idea originale, ma tutto ciò che v’era di già visto era portato al miglior livello possibile. Proprio un bel film.

“Gli Incredibili” rappresenta il “Matrix” del cinema d’animazione. Dentro questo calderone di quasi due ore di straordinario lavoro in 3DCG, ci sono tutti i canoni, tutte le citazioni, tutto il detto, lo scritto ed il fatto sull’argomento. I riferimenti sono talmente ovvi che solo una persona poco avvezza all’argomento sprecherebbe tempo per elencarli tutti, a meno di buttarsi nel puro agonismo recensorio; ma, in effetti, tutte le citazioni sono ben sfumate ed adattate, e, quando palesi, sono molto veloci e dinamiche, quindi si amalgamano in fretta col resto della storia. Ecco quindi il Silver Surfer nero, ed il rosso accecante del Superman dei fratelli Fleischer, e la art déco dei 60’s, ed altro ancora.

In questo mare di cliché, possiamo considerare il villain del caso una vera copia cartacarbone, trapiantato com’è da altri stili, in un innesto troppo palese per non essere notato. Massì, diciamocelo: Syndrome è una tremenda citazione di Vegeta, l’anima nera onnipresente per buona parte dell’anime (e quindi anche del manga) “Dragon Ball”. Anche se chiudessimo un occhio (meglio entrambi) sulle pose e sulle espressioni, sinceramente indistinguibili tra i due, è il ruolo del character a non lasciar dubbi: sia Vegeta che Syndrome vivono struggendosi in una forma d’invidia viscerale verso il protagonista, con momenti di rivalsa a scadenza costante.

Tornando al discorso del “facciamolo al meglio”, la Pixar fa sentire il suo peso di primadonna nel settore animazione, facendosi notare con la caratteristica che rappresenta la propria surclassante impronta genetica: sciorina in questo lavoro il più vasto, variegato, realistico set di texture mai visto in un’opera 3DCG. La bachelite, il velluto, la juta, l’acciaio diecast e la ghisa, e tutta quella serie di improponibili sostanzacce derivate dal petrolio che si usavano quarant’anni fa; e legno carta peltro, e cotone e raso e… La sfida è lanciata: l’inorganico non è più un problema, d’ora in avanti, il nuovo campo di prova sarà l’organico: pelle, unghie, capelli. Ma non plasticosi come s’è già visto, bensì assolutamente indistinguibili dalla realtà.

Il crescendo praticamente ipercinematico, non solo dinamico, del film non dà tregua allo spettatore. A quella velocità, è richiesta una certa attenzione per poter apprezzare la totalità dei tanti particolari sparati a canne multiple verso la platea. Una densità di suoni ed immagini che serra anche il pubblico più caciarone in un silenzio inaspettato, per essere un Disney di Natale. Come distrarsi, quindi?

É una gran giostra, e salirci è un privilegio dato a tutti. Non credete a chi dice che “Gli Incredibili” sia forse più adatto ai grandi: sono i grandi a non sapere più bene cosa vogliono i più piccoli.

::xenofobia fobia bia ia a

Geometria, mica cavoli!
Da un punto nello spazio passano infinite rette, ma solo una può passare per due punti.

In principio, il mio punto singolo era rappresentato dalla pubblicità del Parmigiano Reggiano, caso unico, non raro, di pubblicità televisiva innocente e tendenzialmente sssimmmpatiah, ma con contenuti degradabili al più bieco celodurismo da irritazione post giornata lavorativa nebbiolosa. Evvabbè, non si può vedere il diavolo al primo sentore sulfureo; è tempo di dirsi:”Va bene, forse starò costruendo Castelli…oddio castelli in aria, e, sì, magari ci sarà qualcuno che assecondi il parallelismo bovino/extracomunitario. Però dai via su eh!”.
Siamo ben lontani dall’inaugurare un nuovo filone di accondiscendente pratica videoipnotica, insomma.

Eravamo lontani!
Ora il vuoto è colmato, adesso esiste lo spot cuginetto. Gioca su meccaniche superficiali completamente differenti da quelle della cacciata della mucca incognita, ma è dotato dello stesso potenziale giussaninico. Sì, anche questo fa gioire i più granitici spiriti padani; non allettandoli con argomentazioni, bensì lasciando arrangiare al cannone catodico le giuste composizioni fotoniche.
Dopo il bovino vittoriosamente rifiutato, ora abbiamo il cattivo cinese del ristorante idem che ci entra in casa a deturpare le tradizioni della nostra religione. No, non intendevo il cattolicesimo, intendevo il consumo.

E chi se l’aspettava che fosse la Condorelli, gemma dell’imprenditoria meridionale, a realizzare ‘sta botta di rigurgito reazionario prenatalizio.
Ed invece c’era da aspettarselo eccome! La Lega è in realtà un concetto molto più trasversale di quello che la sua natura geografica apparentemente blindata vorrebbe far credere. Se poi qualcuno guinzaglia una fetta di questa gente impaurita a scopo di lucro, e gli attacca un’etichetta, bè, il gioco è fatto: il marchio li rende riconoscibili, ma non per questo saranno gli unici a pensarla in quel modo lì.
Chissà se è stata una scelta del committente, decisa dopo ricerche statistiche, per puntare ad una predefinita fetta di mercato, o se invece l’agenzia pubblicitaria c’ha messo del suo. Dovrei chiederlo a Leo Gullotta, non perché protagonista ancora una volta dello spot Condorelli, ma in quanto Presidente dell’Associazione Condorelli.

Sul sito ufficiale, ho trovato l’immagine che vedete sopra a destra: un momento di una riunione dei dirigenti dell’Associazione Condorelli, con O.d.G sulla tostatura delle nocciole. Colpito dalla ricorrenza di certa simbologia, mi son chiesto dove avessi visto questa disposizione sterica, e, pensa che ti ripensa… Aaaaaarrgh, ma è una persecuzione!
Ok, ancora no, ma se dovesse fare capolino la terza pubblicità subliminalmente xenofobica, urlo allo scandalo.