::la memoria impastrocchiata

Per definizione, nel Giorno della Memoria intendiamo preservare i ricordi legati all’attuazione del progetto di sistematica eliminazione di un popolo, perché ci sia d’ammonimento per il futuro. Un caso storico unico.
Nulla a che fare, si direbbe quindi, con gli eccidi e le persecuzioni dei quali, bene o male, tutte le nazioni sono state e vittime e fautrici, secondo le epoche.

Ma qui da noi, sappiamo che non è così. E per ricordarcelo, non serve approdare su scontate sponde, con tanto di immagini dei gggrimini der sghommunissshmoh: basta un Gasparri in procinto di allestire un futuro spot elettorale, a macchiare di amatriciana una giornata di grigie riflessioni.

Anche io voglio ricordare, allora, che il popolo ebreo non è stato il solo a subire attacchi mirati e massivi!
Penso, ad esempio, alla massa sterminata di giapponesi disegnati nei molteplici cartoni di robot, e non solo, che hanno perso la vita in non più di una manciata di fotogrammi, e se ne sono andati così, in maniera anonima, seppur alle volte tentando di difendere un parente, un figlio, una persona amica, da armi che gli ebrei non hanno nemmeno sentito nominare: alabarde spaziali, cannoni ad onde moventi, raggi protonici e magli perforanti.

Armi di sicura realizzazione bolscevica, aliena alla tecnologia occidentale, la cui memoria, però, si perde tra i rappresentanti della nostra Opposizione, che ancora si appigliano a valori incartapecoriti dal passare degli anni: l’antifascismo, la Resistenza, la Shoah; tutte cose che, alla lunga, ci ancoreranno ad una vecchia idea di Stato.
Ma per fortuna c’è Lui, che sovvertirà quest’ordine malsano di idee.

E fu così, che il Giorno della Memoria, in Italia, si ricordò come il Giorno del Pastone Totale Globale.

::cabana/tree wave

Il raccolto musicale quest’anno è stato un po’ gramo. Ma qui e là, alcuni germogli lasciano davvero ben sperare nel futuro.

Questo è uno dei migliori.

In Dallas, Paul Slocum recupera alcuni vetusti residui di tecnologia, salvandoli dalla muffa. E li rimette a nuovo: un Commodore 64, un Atari VCS2600, un pc Compaq 286, una stampante ad aghi.

Ci vuol fare musica che sappia di retronica, ma non vuole limitarsi solo a quella. Lauren Gray si occuperà dei vocalizi, algidi e cristallini, in modo da fondersi totalmente con la precisione digitale delle onde prodotte dall’hardware.

Sono tanti gli artisti a scegliere strumentazioni 8bit per i propri esercizi di vintage elettronico (Nullsleep, Yuppster, Tangible…). Non è che non siano godibili, ma vi serpeggia sempre un compiacente minimalismo, che, secondo il mio misero parere, poggia su ricordi nostalgici generazionali: ricordi di giochi venduti via cavo sulle console Atari per gli americani, ricordi di faide C64 vs Spectrum per gli europei, ricordi di programmazione sui vari modelli dell’MSX per i giapponesi.

No, qui no, qui non succede.

I due signori texani non si limitano al click’n’cut contemplativo. Al contrario: schiavizzando pesantemente gli “strumenti”, già provati dagli anni, piegano i rispettivi DAC al loro volere.

Ed il loro volere è una costruzione complessa, organica ed uniformemente incanalata. Che parte dai suoni che ci si aspetterebbe da questo hardware, ma poi s’infittisce nella trama in modo talmente complesso, da fare di questo meltin’pot di suoni digitali un organismo sonico pulsante.

May Banners entra di pop, ma la successiva Machines Fall Apart è già folktronica, e sa molto di Mùm più squadrati; e Sleep ne rappresenta un sequel, ancora pop. É Instrumental 1b a dividere in due l’EP, lasciando a Morning Coffee Hymn l’onere ed il piacere di ripresentare la voce di Lauren. Segue Same, molto più elettronica, ed infine Commodore 64 Audio Data, dichiaratamente guidata con mano dal SID di casa Commodore, finale sin troppo pieno e festoso, che chiude scherzosamente col rumore bianco prodotto dai dati scritti sui nastri per C64, appunto.

Ho provato a copiare quest’ultima parte, ed a farla leggere ad un emulatore per C64. E qualcosa c’è, come se i Tree Wave avessero lasciato una traccia segreta multimediale, ma retrocomputeristica. Se m’industrio meglio, la trovo, vedrete.

Avverto che non è facile far pervenire in Italia questo EP, e vi lascio l’indirizzo del sito ufficiale.

Una bella sorpresa delle scena retronica, che aspetta solo di essere definita e consolidata da un album pieno.

E aspettiamo allora.

::requiem per il videogioco

É ora di ammetterlo: da una dozzina d’anni, il videogioco è morto, e noi stiamo intrattenendoci in attività ludiche con le sue manifestazione ectoplasmatiche.

“Siete dei poveracci, io lo gioco a casa, e gratis!”.
Questa frase detta fra amici fu portabandiera del decadimento del videogioco arcade (i giochi della sala e del bar, per i non avvezzi): “le Case ti tengono a casa”, cioè le software house raggiungono e superano il livello tecnico delle schede da bar. Ai produttori degli arcade, quindi, non resta che trasformare le sale in luna park ipertecnologici, con cassoni da decine di milioni, tagliando fuori la diffusione capillare al barrettino sotto casa, e limitando l’impegno ludico ad una mera sfida alla simulazione ingiocabile.

Ed una volta a casa, cosa è successo?
É successo che l’espansione del mercato, ha portato il videogioco ad una più ampia utenza, di cui solo un piccolo nucleo capace di giocare di abilità, riflessi e nervi. Quale migliore occasione, allora, per trasformare lentamente il videogioco in una nuova forma di narrativa, e basta?
Sì, questa tipologia di involuzione reazionaria invoglia la gestazione di veri e propri librogame digitali, videogiochi a curva di interesse e tempo di risoluzione prestabiliti. A te spetta solo unire le situazioni del romanzo, e godere del realismo audiovisivo.

Ma c’è di peggio. Il processo di imbastardimento del videogioco ha raggiunto il suo punto più sublime nel vendere da parecchi anni gli stessi giochi, creando illusori generi che non esistono (i first person shooter davanti a tutti).
La realtà è che giochiamo lo stesso Doom, lo stesso Populous, gli stessi simulatori, oramai da eoni, ma con grafica e suono più elaborati (ma meno memorabili…perché?), e magari in versione netgaming. Risultato? Ottimizzazione zero, nessun compromesso con la macchina dell’utente, tocca a te comprare un hardware migliore; e se proprio non ti piace più, gioca online, che è una cosa piacevole anche se giocassi a Snakes, così la giocabilità te la stabilisci da te.

Anni fa, nell’era dei videogiochi simbolici, l’hardware doveva essere spinto al massimo e superato, la giocabilità testata in modo tipologico, la musica essere la migliore possibile anche se confinata in angusti spazi di memoria. E tutto questo, al servizio del grado di originalità ed innovazione dell’idea alla base, la caratteristica più ricercata.
Ora invece, la ferma intenzione di abbindolare gli utenti, congelando l’inventiva dei game designer, è addirittura scritta ed ufficializzata, incredibile! Leggete del testo proposto nel link, il capitolo 8, che più o meno dice:”Col cavolo che trovo un’idea originale per questi incapaci, se riesco a vendere il mio annuale Doom con un po’ di cazzatine in più!”. Ma leggete anche il 7:”Per quanto facciano schifo questi surrogati di giochini sui cellulari, questi imbecilli sembrano gradire. Continuiamo così.”.
E continuiamo così.

Non è un caso che il boom popolare dell’emulazione sia scoppiato, esattamente, nel momento della frenata all’acquisto di upgrade innovativi per il proprio pc di casa. Venendo a mancare l’evoluzione tecnica, e quindi audiovisiva, del solito gioco ridondante, l’utente è stato costretto a ripiegare su altre caratteristiche. Scoprendo che, sorpresa, più motivanti strutture ludiche preesistevano a tutto ciò che il mercato gli aveva fatto ingurgitare a cucchiaiate di antialiasing.

Mi limito a questo. Se l’argomento vi intriga, lasciate perdere me, bilioso e partigiano, e gustate un trattato più equilibrato e cosciente.

Come nel film de Gli Incredibili: quando saremo tutti videogiocatori, non lo sarà più nessuno.

::italiani su titano

La sonda Huygens della missione Cassini ci manda finalmente souvenir da Titano, il più grande satellite di Saturno, nel Sistema Solare secondo solo a Ganimede. Tra questi, l’immagine a destra, ed alcuni tracciati sonori, come questo.

L’avete ascoltato? Che ve ne sembra, aldilà dell’emozione misurabile in un milioncino di chilometri?

Esatto, un fruscìo siderale. Sarò becero ed ignorante, ma tanto mi pare.

Allora: mi spiegate, per cortesia, come da questo assaggino audio, “La Repubblica” ha potuto costruire un set da film di fantascienza di serie zeta, con i tuoni (poi corretti in “suoni simili a tuoni”) e decorazioni accessorie?

Quelli che assomigliano a forti venti e tuoni, non sono null’altro che il rumore di un oggetto in repentina discesa atmosferica, dato che di quello si tratta.

Alla fine gli Italiondi hanno già colonizzato Titano, sia con la caratteristica informazione arrotondata per eccesso, che con la masturbazione nazionalistica riguardo i Successi della Grande Tecnologia Italica nell’Universo: la pippa infinita. Quando c’è da finanziare la Ricerca, e legarla a doppio filo al rilancio industriale, i soldi mancano sempre; quando c’è da farsi fighi, allora sì, siamo grandi uomini di scienza. Non metto link alle notizie sui tagli, Google vi ci inonda!

E allora, buttiamola a ridere, ricerca, satelliti, tarallucci e vino: Italiani su Titano!

Come brillante freccia in volo, scoccata da mano acciaccata ma sempre virile, così l’Italico messaggero metallico ha solcato il nero manto siderale, partendo dalla ingiustamente bistrattata Penisola.

Il Bel Paese che fu del Duce patria, funestato da venti bolscevichi, lancia nell’ispazio la sua àncora di salvezza, quale salvatoria statua di Superm…che dico: di Nembo Kid, proprio come nelle illustrate letture per imberbi balilla.

L’iperattiva macchina tecnologica Romana, dai di martello, gira di chiave, bombarda di neutroni, è insieme mente e braccio nella fattura di sì maschio Mercurio spaziale, frutto di lunga gestazione delle ferme volontà di Colui che fé ricordarsi pel virile urlo dal balcone.

Non stìano a lamentarsi, quindi, come signorinelle d’Oltremanica, gli Operatori dell’Italica scienza! Chè hanno nel piatto d’ogni dì, il pane impastato di Romano grano e di sangue Imperiale! Non offrano essi il fianco, se non ben più oltraggioso lato, quale spiraglio pei venti dall’Est, rosso e manigoldo!

Lascino simili spiragli a chi già vi fa passare manodopera di bassa moneta, per alleviare le pene economiche dei migliori purosangue delle Industrie dell’Impero.

::testa zucchero croce plastica

Ho giocato a ricordare le cose insalubri di ieri per prevenire i malanni di domani.
Ma è proprio quando ti aspetti che immagini fragorose, *whhaaam*, ti si scatenino dal cervello, che un pensierino piccolo piccolo, poco più di una chiosa a bordo pagina della tua infanzia, *pop* ti zompetta via da un orecchio.

Alle feste di compleanno di amici e parenti coetanei, della torta non mi è mai interessato nulla: la torta era un pacchiano vassoio organico, usato per offrire quelle ambite sintesi di zuccheri (comprendo quindi anche l’ostia), generalmente modellate in fattezze gentili e policrome, che i grandi limitavano d’importanza occultandole dietro l’umile termine di “decorazioni”.

L’amletico dubbio si ripresentava ad ogni festa: plastica o zucchero?
Non l’ho mai detto a nessuno, ma ammetto di aver fallito la risposta ad ogni occasione. É tremendo vederti portar via la più grossa rosellina d’ostia che tu avessi mai visto, quando già pensavi che fosse troppo perfetta per non essere di plastica. Ma è ancor più tremendo addentare le presunte palline di zucchero con fantozziana enfasi, e poi continuare a masticare la polivinilica decorazione, per non confessare agli astanti il tuo clamoroso errore di valutazione.

Ad 8 anni ero già miope. Sara stato il PVC?

::la notte dei blogger

Faccio parte del nutrito gruppo di blogger che, dopo un tempestivo acquisto, ha preferito rimandare e la lettura e la susseguente recensione del libro “La notte dei blogger“, curato da Loredana Lipperini: delle critiche mosse alla pubblicazione, alcune erano tendenziose e fasulle in modo imbarazzante, altre godevano di sapore realistico ancor più imbarazzante.

Questo non importa.
Più che una recensione, tale commento si prefigge due scopi molto precisi.
Il primo: complimentarmi con tutti, ma tutti tutti, i giovani autori dei racconti. Tra questi, molti vorrebbero fare del loro saper scrivere (bene, male, x, chissene…) la meta di una vita, mentre altri l’hanno fatto perché sì; ambo le motivazioni prevaricano di parecchie spanne qualsiasi polemica, motivata o fittizia che sia.
Il secondo: dare un numero da 0 a 9, ed una frase o poco più, a ciascuno di essi, secondo valutazioni del tutto personali; e tutto questo sotto il cielo delle pacche sulle spalle, delle birre offerte e del matantocheccefrega. Però, senza buonismi di maniera, con sincerità. Cosa che, spero, apprezzerete.

Per quanto riguarda i freddi numeri, basta cliccare l’immagine qui a destra. Ora invece provvedo subito a staccare i post-it dalle singole pagine, e riportare le frasucce superbrevi dedicate a ciascun racconto.

::la pagina quarantanove
::roberto moroni/www.thepetunias.net

Statico racconto che tende a far leva soprattutto su ritratti e descrizioni prolisse e sovrabbondanti, a scapito della costruzione della storia e dell’organicità del lavoro. Sesso androcentrico, meccanismi non sempre limpidi; scritto bene, lettura fluente con tempi gradevoli. Traspare classe da più punti.

::ultima notte in via zanetti
::giulia blasi/www.saitenereunsegreto.com

Algida descrizione dell’ultimo atto di attività calabrolesiaca fuorisedisticamente trapiantata tra le nebbie. É forte la sensazione di una narcisistica volontà nel voler condensare ed allestire in vetrina il maggior numero di fffiiigggaaateeeh parauniversitarie: alcool umori fumo bisex condom indie esterofilia lesbo… Comunque una nota piacevole.
NB: si precisa che, per aver descritto in questo lavoro certi meccanismi del fuorisedismo universitario, ai quali non sono insensibile, Giulia Blasi ha scritto il racconto che mi ha convinto all’acquisto del libro; ella meriterebbe un 10 pieno, con Lode, Bacio Accademico e Gran Cunnilingus Regale Imperituro!

::la morte creativa ti sorprende di notte…
::chiara li volti/www.paroladellalo.blogspot.com

Esercizio di stile di smaccato stampo liceale, già visto, ma a suo modo fresco, equilibrato e ben ritmato.

::mostra e dimostra
::violetta bellocchio/violettabellocchio.typepad.com

Racconto in micidiale terza persona, volutamente monotòno, tranne che durante il siparietto esplicativo del protagonista. Affaticante.

::notte di una domenica in preda alla sindrome del lunedì
::personalità confusa/personalitaconfusa.splinder.com

Cronistoria un po’ troppo blogghistica di un’idea un po’ troppo semplicistica. Ma scorrevole, sobria, con notevole dosaggio delle tempistiche.

::l’acido del tuo stomaco può fare un buco nel tappeto
::margherita ferrari/underbreath.splinder.com

Bloodfest adolescenziale, più degna della smemo di scuola che di una pubblicazione, sferzata da dubbi tentativi di banale ricercatezza terminologica. Finale indesiderabilmente drammatico e didascalico.

::e il tram di mezzanotte se ne va
::eloisa di rocco/www.lapizia.net

Validissimo lavoro che sembra rubato al miglior Sclavi. Non una parola od un’espressione fuori posto, per un racconto gestito con elevate doti di sensibilità, e giocato sul filo degli orrori quotidiani. Complimenti.

::satana ne ha le palle piene
::simone storci/www.sviluppina.co.uk

Tentativo di imbastire una piéce comica arguta in veste di racconto. Egocentrica ed estenuante nell’autoreferenzialità, i nomi dei vari miti riecheggiano più volte in scena. Mantiene comunque un certo brio.

::da ovest a est
::paolo aldighieri/www.eriadan.it

Integrazione perfettamente riuscita tra il tema scelto, la tipologia di fumetto che Paolo supporta da sempre, e la sensibilità che gli riconosciamo. Incredibile sovversione della ferrea regola che bolla come “impubblicabile” un fumetto non inchiostrato.

::nessuno mi può giudicare
::gianluca neri/www.macchianera.net

Gran bel racconto, minato forse solo dalla quantità di carne a cuocere proposta. Costruzione narrativa di notevole livello, attinenza col tema prescelto pressocché nulla.

::notturno
::chiara fumagalli/http://www.arkmode.com/blogger/nocturns.html

Noioso polpettone di mesti personaggi bidimensionali, che parte da presupposti Benni-ish per approdare sul Nulla.

::lo spumante nei bicchieri da martini
::roberta jannuzzi/www.robba.blogspot.com

Piccolo gioiello di ricerca della struttura, con divertenti caratterizzazioni ectoplasmatiche.

::solo e silenzio
::simone cefaro tolomelli/www.sasakifujika.net

Disorganizzata accozzaglia  (blog-collage?) fusa nel tipico slang pulp, penso, di Cinisello Balsamo. Tipico. Però alza tanta polvere.

::lo scopriremo solo vivendo
::ilenia ferrari/www.parigicannes.blogspot.com

Prove tecniche di sciura. Alla fine ti vien voglia di avallare le ragioni della nemesi della protagonista, che almeno spicca per umanità!

::io la notte uccido
::manila benedetto/www.pproserpina.net

Noir neofemminista, di superdonne e maschi imbelli, che fa sfoggio di inventiva e classe.

::ultimo venne il coniglio
::chiara papaccio/www.zaziealbinario17.blogspot.com

Imbarazzante descrizione diaristica di seratina figa ué raga. Volutamente smemorandola, cicca il bersaglio.

::In un certo senso il primo giorno è stato un giorno di sole
::emiliano colasanti/shoegazer.splinder.com
::massimiliano lancioni/agomitolo.splinder.com

Metafora onirica spaziotemporale sulla maturazione come persona, trafitta da una sòrta di “Fame” triste dello scrittore provetto in provetta.

In conclusione, al prezzo di un cinema e mezzo, mi sono sollazzato un dì intero, e mi rimane il feticcio cartaceo a monolitica memoria.
Il mio Boni stavolta è costretto a fare la sfinge, come potete vedere in anteprima blogdiale.
Un grazie ed un bravi ancora a tutti.

::lo spettacolo prima dello spettacolo

Occasionalmente, il cinema offre un favoloso spettacolo nello spettacolo: il pubblico pagante. Certo, ciò non accade per tutti i film; ma un occhio anche poco allenato sa già selezionare le produzioni che fanno da punto d’attrazione per i più coreografici assembramenti di spettatori.

In quest’ottica, la versione cinematografica di un classico della narrativa contemporanea inglese, rappresenta un appuntamento imperdibile. La “Guida Galattica per Autostoppisti” del compianto Douglas Adams, primo libro di una fortunatissima serie di cinque, è uno di quei monolitici miti della gioventù universitaria più scialba, più mediocrina. Per intendersi, di quel gran lotto di studenti che la vita universitaria salva dal vascorossismo liceale, verso approdi che siano un minimo più digeribili.

La facoltà sicuramente più interessata all’avvento di questo film è Fisica, che da sempre si distingue per un’ombra geek tesa sulla sua popolazione, sino a raggiungere il parossismo quando si toccano argomenti quali: giochi di ruolo, overclocking, fumetti, peer to peer, Linux-è-meglio-di-Windows, Goldrake-è-più-forte-di-Mazinga. Un po’ come il Ragazzo del Negozio dei Fumetti ideato da Matt Groening.
Per la cronaca, la seconda facoltà più affetta da questo male è Ingegneria Informatica: anche lì ci sono fior di fanaticoni, ma sono molto molto meno divertenti e creativi dei fisici.

Alle superiori, anch’io lessi Adams, e mi piacque molto, senza mitizzarlo. Quindi, andrò a vedere il film in seconda visione, quando la buriana sarà passata.
Ma nulla mi impedirà di immergermi nella folla della sala d’aspetto, durante i venti minuti antecedenti la prima proiezione, per ascoltare le assurde meraviglie di sempre, dei barbuti universitari antiberlusconiani prima che lo zio gli trovi il lavoro, e delle ragazze fuorisede con borsetta indiana e mani coperte dalle maniche del maglione prima che si sposino ed abbrutiscano.
Sì, sono snob, prevenuto e perverso.