::scarica bandiera rossa anche polifonica

Ad un mia frase in chat pressocché caciarona e senza pretese, qualche tempo fa Gianluca Neri rispose più o meno:

“Ma sei ancora dell’idea che la gente di sinistra non possa essere ricca o aspirare al benessere?”.

Tra webradio e chat sei un po’ schiacciato, e non riesci liberamente a rispondere:”Sì e no, sì e no…”, spiegandone il senso. E, probabilmente, non sono neanche il luogo più adatto, il posto più adatto, la compagnia più adatta.

Cominciamo e finiamo col dire che Gianluca Neri ha ragione. Olé.

I miei dubbi sono invece di natura accessoria al tema.

Frequentavo le Superiori all’epoca. Michele Serra, giornalista scrittore editorialista critico musicale supereroe nei mercoledì dispari, chiuse il suo rapporto col settimanale Epoca, e si dedicò ad una costola satirica dell’Unità, vale a dire l’indimenticato Cuore. Io, adolescente sciapo, di giudizio ancora acerbamente drastico, rimasi scioccato e conquistato dal Serra che si interrogava riguardo i rapporti tra il suo benessere, i suoi ideali ed il suo passato. In tutto quel gran scrivere, sì, utilizzava sé stesso come solo ed unico carotaggio, e fu questo a colpirmi.

Serra scrisse sull’argomento per un bel po’, poi divenne sempre meno presente sul giornale, fino a passare la mano. Ma per quanto mi riguarda, la sua fu l’analisi più complessa e coraggiosa che avessi mai visto evolvere.

La mia curiosità è questa:

a quando si può far risalire la transizione dal Michele Serra della fine degli anni ottanta al Gianluca Neri del febbraio del 2005?

Cosa è successo in mezzo?

Nella domanda, già la risposta.

::figli di un dio massone

Otto minuti otto di banali catastrofi, iraq e sgrene rapite, poi il TG1 arriva alla notizia che un tiggiuno che si rispetti non può non addobbare a dovere.
Per me è stata l’occasione di ripensare ai tempi dell’Università, quando la mia compagna di allora abitava in una casa di ciellini.

Il gruppo di CL è fatto come un piatto poggiato su un altro lungo i due bordi. C’è un piatto alto di gente furba e lanciata, che gestisce davvero le cose, che tiene i contatti politici, che dirige le masse, che assegna lavoretti agli studenti in aree di dominio (McDonald su tutti), che spera così di laurearsi facile e di trovare lavoro nelle bolle di potere cattolico (in primis, scuole private). E c’è un piatto basso di diseredati, di ragazzi che vanno aiutati, o che in questo modo si sentono gratificati perché sono subito bene accetti dal gruppo,  che hanno bisogno di qualcuno che gli dica cosa fare, come farlo, che musica ascoltare, cosa dire all’occorrenza.
Io ricordo, ad esempio, un ragazzo omosessuale, iperberlusconiano, legato alla morale cattolica più becera e medievale che avessi mai riscontrato. Ancora non ho capito se era un eroe o un pazzo.

Mettendo da parte tutte le manifestazioni coreografiche paleocristiane della loro unità, per non essere prolisso, c’era una cosa dei ciellini che mi stupì molto. Una casa di universitari ciellini senza alcuno “esterno” si blinda, diventando un sancta sanctorum officiante cene, iniziative, intrallazzi; e c’è il solito esame di architettura su un certo Condon, che passa di mano in mano senza sudor di fronte alcuna.  Fa da: ostello, redazione, ristorante, centro congressi ed altro.
Sempre presente, un’agenda prossima al telefono di casa, un tabellario con queste voci: casa, nomi e cognomi, note. Faccio un esempio. Casa: Piazza Dante numero 3; nomi e cognomi: Alessi Andrea, Rossi Paolo, Berniciani Ivo (non esistono case promiscue tra i ciellini!); note: 2 ing, 1 ark, tutte le matemat. fatte, utili per chim. e fis., metà esami urbanistiche compr. no ancora scienza costruz. tecnica costruz.

Piccoli massoni crescono, e ciò ha un peso anche sui destini degli “altri”.
Ma Don Giussani sospettava la degenerazione della sua associazione, o mai subodorò? Oppure avallò addirittura?

::chupa la crema cribbio!

Aha! Nero su bianco! Stavolta nessuno potrà negare l’evidenza!

Mi è capitato di parlare con amici di ricordi d’infanzia o giù di lì.

Parla che ti riparla, ho voluto concludere facendo lo splendido, con una frase strappasogghigno, ssssimpaticah quanto basta, e condita di moine d’intesa complice:

“…sarebbe come mangiare i Ringo Pavesi mordendoli interi, mentre inveceee, eh bè…si sa no?”.

Mi riferivo all’ovvia pratica dello scoperchiamento del biscotto, con relativa leccata alla vaniglia così liberata. Invece, sono stato adocchiato a lungo come fossi un animale impazzito allo zoo: nessuno coglieva.

Una volta solo, ho fatto mente locale. Io ricordo orde di mamme, seguaci di un surrogato di galateo coagulatosi in un contesto piccoloborghese, che non permettevano ai propri figli la religiosa funzione degustativa, in quanto atto fornicatorio con dolciume.

Ho dovuto attendere anni per la Rivelazione.

La Artiach di Barcellona produce per la Nabisco gli Oreo, gallette ripiene alla stregua dei Ringo d’ogni dove, vantando però la frase “La galleta màs venduda del mundo”. Mica pizza e fichi, eh! Sul retro dell’etichetta, fa bella mostra di sé un cosiddetto modo de empleo.

Ed i disegni parlano chiarissimo, scripta manent diobono! Provate a fare i ganzi adesso! Tzè!

::comunicazione urbana povera 3

E insomma, via, è proprio vero che non c’è due senza tre.
Dopo il fortunato exploit iniziale, ed il suo sèguito naturale, ecco arrivare la terza parte dei discorsi della città.
Come sempre, cliccate per passeggiare.

::eros e tanathos
La leggo e la rileggo, ma non ne apprezzo appieno il senso. Oh, sarò insensibile io eh!
Vediamo un po’: è la triste storia di un uomo dedito al perverso culto della sua alitosi, rafforzata orgogliosamente a suon di cipolle e Pringles al formaggio. Così, le poche donne che possono apprezzarlo, cadono senza vita subito dopo aver dimostrato la loro passione masochistica e…
Oddio: mi sento una aliceavallone trash!

::paperless
Alla faccia di tutti gli sms, mms, vms!
Scrivere su di un muro una occasionale comunicazione di servizio è un meraviglioso ossimoro nel fantasioso mondo della diffusione d’informazione: ferire la materia ottenendo un risultato pressoché permanente, allo scopo di comunicare una velina di utilità estremamente volatile.
Ricca, chiunque tu sia, questa donna ci teneva davvero a te, non era proprio un amore da post-it…

::conflitto d’interessi
As seen on TV!
In video veritas. Se uno è padrone di un network televisivo, e muore tragicamente, cosa succede al fedele staff? Ci sarà qualcuno che comincia a scatenarsi la palla dal piede sin dal primo minuto della sua Nuova Era?
Creazione bellissima questa, grafica isometrica che ricorda classici come Panther sul C64, creatività da vendere, attenzione al particolare, speranze da sperare in sana scorrettezza politica.

::in memoriam
Morire a diciott’anni, che sorte avversa. Augurarlo, che colpo di finezza come pochi!
Enzo enzo enzo, eppure io questo nome l’ho già sentito in compagnia di questo cognome. Vai, per il potere di Google! Ed ecco chi sarebbe Enzo Gambardella, a meno di uno sfortunato colpo di omonimia. É proprio lui, l’illuminato interprete di classici neomelodici partenopei, quali “Nun ce mettere ‘o penziero”, “Sei cattiva”, “Un po’ donna un po’ signora” e tante tante altre gemme incastonate nel diadema della musica mondiale di sempre.
Facciamo di quest’uomo un mito, quindi: sopprimiamolo. Da cui, l’opera grafica in visione.

::classici intramontabili 1
Hai un candido muro davanti ai tuoi occhi, non passa anima a quest’ora tarda. Puoi scrivere la frase di una vita, la proposizione arguta che farà sogghignare fra sé e sé il passante, il ricordo tangibile di una tua folgorazione.
Agiti la bomboletta, rifletti per un attimo sui Massimi Sistemi e…
…e scopri che un Bennato d’annata è meglio di te. Vergogna.

::dyonisos
Eccolo, è ancora lui, l’ermeta della prima di queste foto.
Stesso spray, stesso criptico stile, tema differente; questo prolifico nottambulo ci stupisce ancora con l’imprevedibilità dei suoi messaggi.
Mica male però, seriamente: le sue frasi hanno una musicalità ricercata, e disegnano una situazione nell’arco di cinque o sei parole.
Bravo, proprio bravo. Ora, su, torna a casa, che tra una settimana hai l’esame di Storia del Brodino alla facoltà di Arte Cinema Frittelle e Quant’Altro.

::dopo di voi prego
Probabilmente, esiste un blocco dell’imbrattamuri, alla stregua del blocco dello scrittore e di quello del blogger (notare la strategica separazione delle carriere). La parola sembra dire.”Non c’ho idee particolarmente brillanti, non so che scrivere, fate voi, aprite le danze ed io vi seguirò”.
Oddio, a vederla meglio, scritta così sembrerebbe l’equivalente dei “Dio c’è” ed “Emoscambio”, che servivano negli anni ’70-’80 ad indicare i punti di spaccio di eroina lungo l’Autostrada. Chissà…

::il bandito e il campione
Girardengo e Sante, the story so far.
Anzi, de stori so farr, visti gli errori grammaticali. Qui si tratta: di un inglese malauguratamente ubriaco, o un italiano malauguratamente sobrio, oppure un giapponese malauguratamente giapponese. Propendo per la prima, perché il “meets” al centro sa molto di fumetto Marvel anni ’60. Ed anche perché se sei brillo, nessuno ti interrogherà con domande tipo:”Ma poi perché scriverlo?”.

::prendo coscienza
Archiviamo l’ennesima vittoria della scritta sui muri nei confronti del freddo universo della comunicazione digitale: messaggini, immaginine, suonerie, email, nulla di tutto ciò può fare colpo sulla persona amata più di un’opera graffitaria. É inutile tentare di sminuire l’impegno e la dedizione di un qualcosa ottenuto compromettendosi in prima persona, sfidando la legge, il pudore, le intemperie.
Valentina, che aspetti? Ricambia con rinnovato sentimento, vai a casa di B. e disegnagli Lulù l’angelo dei fiori 6×5 metri sulla facciata di casa: ti amerà sempre più. Anche sua mamma.

::classici intramontabili 2
Servi della gleba a testa alta, verso il triangolino che ci esalta.
Se di classici trattasi, classici siano, perdinci! Sull’onda del successo di “Ava come chiava”, “Dora daccela ancora” e “Remì metti una mano qui”, che sono un po’ i cavalli di battaglia dei dj cafoncelli delle disco pomeridiane per l’adolescenza varesotta, la tradizionale scritta murale si coagula nel suo ruolo fondamentale di monolito dei Valori Veri.
E allora quale valore più vero della continuazione della specie?

::pimp my ego

Sto scrivendo, mentre con un occhio controllo il livello di emtiviaggine su MTV, appunto.
Sto scrivendo di getto, sull’onda dello stupore multistadio provocato dalla visione di “Pimp my Ride“.

Il rapper XZibit accorre al richiamo disperato di tale Alice, che si vergogna della sua Chevrolet Suburban in pessime condizioni. La fetta più nutrita della puntata è costituita dai quadretti di orgoglio nero postyuppistico e di stupore orgasmico clitorideo tra gli autori del miracolo ed Alice, il tutto condito tra morphing tra i prima ed i dopo, e l’immancabile Xbox con Halo2 d’ordinanza.

Ma la parte notevole è quella dell’appello di Alice.
Alice si vergogna dell’auto, non perché l’auto sia brutta, ma perché lei, vittima (in realtà carnefice) del pensiero emtiviistico, guidando la sua Suburban porta in giro un’immagine erronea, svogliata, sfigata di sé stessa. Non solo: i piccioni, che evidentemente hanno sempre il nord magnetico sintonizzato sulle frequenze di MTV, glielo ricordano defecando in abbondanza solo sul suo SUV. Di più: i compaesani, per farle capire di quale disonore si sta macchiando, le rigano a spregio l’auto in tutta la sua lunghezza; a spregio sì, ma con ragione, sembra far capire Alice.

Se in precedenza la trasmissione “Bisturi” ha intrapreso la strada della normalizzazione della carne, piegata a canoni mediatici assurti oramai a vere verità, “Pimp my Ride” si spinge oltre, edulcorando e sofisticando l’intorno esoscheletrico che circonda la persona, i suoi interessi, i suoi atteggiamenti.
Un velo uniformatore cala così a promuovere qualsiasi sci al più fico snowboard, qualsiasi pàttino al più giovanile rollerblade, qualsiasi normalità alla sua diretta estremizzazione cooler.

Per farsi portavoce di una nuova generazione, ad MTV necessita sempre sacrificare quella passata, annegandola in una infelice sensazione d’incompletezza.

::un nuovo supereroe in città

Stasera il TG2 ci ha regalato un impiantito di imbarazzante propaganda, un concatenamento micidiale di biliosi solleticamenti alla pazienza di una certa tipologia di pubblico.
Sarà durato un 4-5 minuti di cavolate telluriche, del settimo grado della scala Bondi. Si comincia con la cavalcata der sghommunishda gaddivo nell’occasione della celeberrima fiction; poi, a tempi sempre più corti, prima si reinterpreta che Frattini vorrebbe eliminare sia i simboli nazisti che quelli comunisti, dopodiché si commenta un libro parlando di disgrazie degli anni ’90, come Borsellino e…Tangentopoliii?

Di questo boxistico destro-destro-destro, c’ è ben poco da commentare, e tanto tanto da sghignazzare, specie nell’ultimo episodio di craxismo zombie, degno del miglior Romero. Ma questa notizia dei simboli?
Semplice: è ovviamente travisata, o comunque rigirata-raggirata. La vera notizia è questa. Invece, l’antifona del TG2 zufolava pressappoco così: tutti i simboli che richiamano alla mente episodi cupi, vanno eliminati.

E allora sì, sono con voi! Avete trovato in me l’alfiere che combatterà al vostro fianco, camicie garofano del TG2!
E picchierò proprio sull’ideologia che ha fatto più vittime di tutte, ma della quale nessuno ha stilato mai le liste dei caduti: eliminiamo i simboli del Consumismo!
Quanti bimbi abbiamo visto morire ingerendo mattoncini Lego senza poter intervenire tempestivamente? Quanti tumori potevano essere evitati eliminando il virilismo bovaro degli spot Marlboro? Quanti uteri sono stati resi inutili alla funzione riproduttiva dal modello Levi’s in voga nei ’70?
E chi farà pagare agli autori di questa piaga immane, tutti i suoi crimini indiretti? Tutte le famiglie distrutte, tutte le stragi del sabato sera, tutti gli imprenditori illusi, tutte le vittime delle molteplici zolle d’azione ipnotica proconsumistica?

Io sono pronto ad entrare in azione. Prima vittima, le confezioni Chicco della farmacia qui di fronte. Volo!
Fletto i muscoli e sono nel nuovo PSI.

::tokyo godfathers

Con questo lungometraggio, Satoshi Kon tira una linea e rende il totale di ciò che ha già validamente realizzato, e in celluloide e su carta, durante la sua carriera: c’è la favola dickensiana come in “Joyful bell”, c’è l’ultimo gradino sociale metropolitano come in “World’s Apartment Horror”, c’è il dramma più psichiatrico che psicologico come in “Perfect Blue”. Il tutto in una infarinatura di celeberrime citazioni hollywoodiane, con le quali saranno in molti a divertirsi.

La storia è di quelle che non vanno seguite passo passo, molti i personaggi periferici che non si sa fino a che punto seguire, altalenante il ritmo, vario lo stile (dal grottesco al sentimentale).

Durante la prima metà del film, si resta un tantino spaesati dalla mancanza di una meta che non sia quella dei protagonisti in cerca di loro stessi, ma lo spettatore viene agganciato verso il finale dall’atto risolutivo della vicenda cardine.

Intanto, in background, Kon riesce ad incastonare benissimo la trama tipicamente anni ’40 in una Tokyo spietata e pessimistica: metropolitane impaccate di ragazzine sms-dipendenti, bande di ragazzi da un soldo bucato che “fanno pulizia” (sic) di barboni, impiegati ubriachi per routine in escandescenze reazionarie, crocchi di pettegole gratuite, spazzatura, ruggine, muffa. E, quale forte contrasto a questo carosello del reale, la cartellonistica urbana, scintillante linda ipotetica, schernisce dall’alto la vita che, bene o male, scorre. La stessa cartellonistica che fa da titoli di testa, tra l’altro.

Tecnicamente, il risultato è elegante. Nessuna particolare evoluzione, intendiamoci, ma alcuni fondali davvero notevoli, qualche effetto dinamico qui e là, e soprattutto un grosso lavoro di caratterizzazione dei personaggi per quanto riguarda movenze ed espressività facciale; notevole, ad esempio, la scena nel chiuso dell’angusta abitazione del marito della presunta mamma, disegnata torcendo i corpi come riflessi da specchi deformanti.

Colonna sonora senza infamia né lode, senza nulla togliere però alla versione electroreagge dell’Inno alla Gioia nei titoli di coda.

Purtroppo, sarebbe stato di fondamentale importanza concedere ad Hana un valido doppiaggio in italiano. Così non è stato, e l’intera pellicola ne ha risentito.

Nonostante la trama deboluccia e la realizzazione difficilmente memorabile, “Tokyo Godfathers” rimane un buon prodotto, che forse paga pegno nell’essere narrato mediante disegni animati, in questo caso probabilmente il mezzo meno congeniale.