::tokyo godfathers

Con questo lungometraggio, Satoshi Kon tira una linea e rende il totale di ciò che ha già validamente realizzato, e in celluloide e su carta, durante la sua carriera: c’è la favola dickensiana come in “Joyful bell”, c’è l’ultimo gradino sociale metropolitano come in “World’s Apartment Horror”, c’è il dramma più psichiatrico che psicologico come in “Perfect Blue”. Il tutto in una infarinatura di celeberrime citazioni hollywoodiane, con le quali saranno in molti a divertirsi.

La storia è di quelle che non vanno seguite passo passo, molti i personaggi periferici che non si sa fino a che punto seguire, altalenante il ritmo, vario lo stile (dal grottesco al sentimentale).

Durante la prima metà del film, si resta un tantino spaesati dalla mancanza di una meta che non sia quella dei protagonisti in cerca di loro stessi, ma lo spettatore viene agganciato verso il finale dall’atto risolutivo della vicenda cardine.

Intanto, in background, Kon riesce ad incastonare benissimo la trama tipicamente anni ’40 in una Tokyo spietata e pessimistica: metropolitane impaccate di ragazzine sms-dipendenti, bande di ragazzi da un soldo bucato che “fanno pulizia” (sic) di barboni, impiegati ubriachi per routine in escandescenze reazionarie, crocchi di pettegole gratuite, spazzatura, ruggine, muffa. E, quale forte contrasto a questo carosello del reale, la cartellonistica urbana, scintillante linda ipotetica, schernisce dall’alto la vita che, bene o male, scorre. La stessa cartellonistica che fa da titoli di testa, tra l’altro.

Tecnicamente, il risultato è elegante. Nessuna particolare evoluzione, intendiamoci, ma alcuni fondali davvero notevoli, qualche effetto dinamico qui e là, e soprattutto un grosso lavoro di caratterizzazione dei personaggi per quanto riguarda movenze ed espressività facciale; notevole, ad esempio, la scena nel chiuso dell’angusta abitazione del marito della presunta mamma, disegnata torcendo i corpi come riflessi da specchi deformanti.

Colonna sonora senza infamia né lode, senza nulla togliere però alla versione electroreagge dell’Inno alla Gioia nei titoli di coda.

Purtroppo, sarebbe stato di fondamentale importanza concedere ad Hana un valido doppiaggio in italiano. Così non è stato, e l’intera pellicola ne ha risentito.

Nonostante la trama deboluccia e la realizzazione difficilmente memorabile, “Tokyo Godfathers” rimane un buon prodotto, che forse paga pegno nell’essere narrato mediante disegni animati, in questo caso probabilmente il mezzo meno congeniale.

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7 thoughts on “::tokyo godfathers

  1. Ma Keku, che ti stai impazzendo? La forza di Tokio Goodfather é l’essere una storia che non necessita i disegni animati per essere narrata. Un po’ come Millennium Actress. Trame che vengono descritte con il mezzo più congegniale per l’autore e non scritte apposta per il mezzo “film animato”.
    P.S. il doppiaggio italiano era davvero cosi’ orribile?

  2. anonimo193.48.77.22:no non (mi?) sto impazzendo, è semplicemente la mia opinione. E, come ho spiegato, una storia del genere mi sembrava più adatta ad una trasposizione con attori in carne ed ossa.
    Il doppiaggio italiano non era orribile, però (e riscriviamo anche questo, và!) quello di Hana, che si muove e parla come una figurina del kabuki, è riuscito malissimo.

  3. … era un po’ che non mi facevo vivo qui su… ti devo ancora mandare la mia traduzione del saggio sui videogiochi (a proposito, ndo’ la mando?) comunque il film non l’ho ancora visto… però, in linea generale, non credo che un film di animazione non sia il metodo più congeniale per raccontare questo tipo di storie. Due sono i titoli che mi vengono subito in mente:

    Una Tomba Per le Lucciole
    Le ali di Honneamise

    Entrambi i film narrano del quotidiano, in alcuni tratti anche dell’abbietto e del degrado, e lo fanno entrambi in una maniera magistrale

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