::ovocidio

Chi mi conosce bene, sa che per me, in fatto di cioccolato, non si scende sotto il 70% di cacao, con massima preferenza verso il 99%.

Chi mi conosce bene, mi ha regalato un uovo di cioccolato della Lindt per augurarmi buona primavera, sottoforma di un cattolico commerciale “buona pasqua” che per me varrebbe quanto un fascicolo d’indagine sulle favole di Andersen.
Un uovo di cioccolato Lindt fa la differenza tra chi ha un lavoro stabile e chi vive di precariato.

Quando la gola ha chiamato, e lo stomaco ha dato nullaosta, non mi son fatto pregare, ed ho assaltato l’oscuro manufatto alimentare, sfacendone le tondeggianti forme con un colpo d’arte marziale accompagnato da uno schiamazzo orientaleggiante (“Uathaaah!”).
All’interno, un grosso bozzolo trasparente conteneva una sorpresa, di quelle belle, di quelle che puoi trovare solo nelle uova di cioccolata fighe. Una sorpresa che si è presentata da sola, imbastendo un discorso mica da nulla!

Il biglietto di presentazione della sorpresa era equilibrato, nobile, amichevole. Ho poi volto lo sguardo verso il saccaridico involucro, squarciato e violentato dalla mia barbarica fame.
Per  la prima volta in vita mia, sono stato pervaso da un senso di ingratitudine verso la sorpresa di un uovo di cioccolato.

::o.l.m.o. la rivincita dei supergeek

Adesso ho capito perché la sit-com di successo Camera Cafè, in onda su Italia1, mi piace sempre meno.
Mi intrattiene, ma non mi piace quanto la prima serie. E, faccio notare, non ho scritto “mi diverte”, bensì “mi piace”.

Durante la prima serie, una volta delineate le singole caratterizzazioni, le situazioni permettevano di ridere con i personaggi, contro l’etica aziendale socialmente abbrutente. Gli episodi riguardavano soprattutto questa tipologia di problematiche.
In questa serie, invece, si ride già contro i personaggi, lasciando in sottofondo un irridente, rassegnato, “che tanto così va la vita” dal sapore amaro; l’azienda non è più la causa di tali malesseri, è solo un neutro incolpevole palcoscenico di povertà umane.
É altamente probabile: il pubblico che ride di qualcun altro è più remunerativamente numeroso di quello che riesce a ridere di sé stesso.

La transizione tra vecchia e nuova serie si fa notare soprattutto per lo stravolgimento di uno dei personaggi, che sembra quasi essersi potenziato per assorbimento degli altrui indebolimenti.
Olmo Ghesizzi, responsabile informatico, ha davvero fatto carriera nel bilancio di forze della sit-com.

All’inizio, Olmo era il flaccido rappresentante di quella sopraggiunta new technology che, almeno a parole, dovrebbe stravolgere il lavoro, ma che alla fine si limita ad una pipparola evoluzione linguistica, a qualche dvd porno da scaricare grazie alla broadband aziendale, a qualche doom  sul portatile.
In queste nuove puntate, invece, Olmo non è un geek picchiettatore di tastiere, ma un vero figo: alterna il lavoro sedentario al surf, dice cose sarcastiche e veritiere, si dimostra culturalmente superiore, non va in mischia con i protagonisti più coloriti ma quando lo fa si distingue per maturità e concretezza. L’informatico è quindi anche uno sportivo, uno che risolve i problemi, di cultura varia, che la fa a tutti.
Non credo che l’arruolamento di un blogger celebre tra gli autori possa arrivare a pesare così tanto su certe variazioni sostanziali, quindi non potrò sapere quali sono i veri motivi alla base di quest’evoluzione del programma.

Io continuerò a guardarlo quando potrò.
A suo tempo ne parlai come di:”Una riflessione divertente sulle trasformazioni del mondo del lavoro”. Ora penso sia più adatto:”Ke miiiitici ke st cont kosi’ ke mi fate pisc sott dalle risate de marinis fuck!”.

::psichedelia italolavorativa

Abbiamo raggiunto lo zenit di una mutazione anomala, ben nota da tempo nel mercato del lavoro in Italia.

I fortunati circatrentenni che permeano in questi anni nel mondo del lavoro, scoprono, con una certa sorprendente regolarità, quanto i loro superiori cinquantenni sembrino inadatti alla posizione occupata. Altri circatrentenni, che tentano la via dell’insegnamento, bevendo dall’amaro calice delle tediose, costose ed anticostituzionali SSIS, spesso constatano una inaspettata ignoranza dei docenti cinquantenni; e certe volte pensano:”No, ma possibile che uno così sia un laureato?”. E linea di pensiero simile seguono i ricercatori circatrentenni dei cinquantenni professori presso i quali lavorano, spesso diventati tali più per casistiche di astrologia Inca che in base a concorsi realistici.

Erano tre degli esempi più comuni.
Immagino che un po’ tutti i circatrentenni abbiano osservato questo fenomeno, in quanto diplomatisi e laureatisi dopo la rinnovata università postsessantottina, e prima dell’università giocattolo ottenuta dalla Moratti. Ecco, ora, nel 2005, c’è proprio la piena.

Curioso come una scimmia, in questi giorni mi sono fatto raccontare da qualche cinquantenne un po’ di storie.
Ciò che me n’è rimasto, si può figurare come fanghiglia in moto costante. Un mischione di storie di melassa dolciastra, composta da  colpi di fortuna mirabolanti e favoritismi sentimentali, insieme a melmosi racconti da italietta preinformatizzazione, di disattenzioni burocratiche, di circensi passaggi di ruolo, di concorsi da sei politico, di esami passati in regime studentesco.
Alla fine della fiera, questa è stata l’impressione che ne ho avuto.
Gli smottamenti sociali dell’Italia dei ’70 produssero sorprendenti aperture in vari settori, che invece di essere colmate di innovative connettività, divennero veicolo d’infiltrazione perché massoneria politica e Mercato penetrassero in profondità nel nuovo tessuto. In questa transizione silente, il lavoro e lo studio avevano guadagnato morbidità ingiustificate (tra l’altro impensabili oggiogiorno), e qualsiasi “pezzo di carta” aveva grosso peso, per qualsivoglia professione.

Oggi ho incontrato: dirigenti scolastici con la terza media, incapaci ancora adesso; professoresse di chimica che non ricordano più le formule; professori universitari che fanno tutt’altro che la tanto invocata Ricerca; neofemministe barbarapalombelliche da dibattito sui calendari.
Domani: vediamo. Speriamo.

::se non hai vergogna di questa potenza fatti avanti!

Nelle sue condizioni, il Papa è presentato dal vasto circuito di comunicazione cattolica come un eroe che lotta contro il demone del deperimento delle membra.

É inutile dire che la cosa funziona alla perfezione. Però io credo fermamente che si possa fare di più, che si riesca con poche accortezze ad ottimizzare il perverso, magnifico, meccanismo mediatico in corso.

Largo ai professionisti! Navarro è un portavoce d’altri tempi, un ingranaggio sorpassato che va sostituito.

In sua vece, propongo a gran voce la candidatura della signorina Koros, disposta anche subito al suo nuovo ruolo in Vaticano, dopo la fine dell’ennesima messa in onda della serie Daitarn 3. Koros può vantare ottime credenziali: di bell’aspetto, veste sobriamente, ride di rado, e può vantare, oltre a documentate esperienze lavorative nel settore, un master in Comunicazione Empatica Fotogutturale che favorisce la sua candidatura al ruolo di interprete papale.

Intervistata, la Koros si è detta felice ma non sorpresa: la sua carriera negli ambienti ecclesiastici era già cominciata, nel suo piccolo, ai servigi di un semplice prete di provincia, tale Don Zauker.

::dar spettacolo nell’uno contro uno come le star con la playlist

La Ferrero sembra aver intrapreso due politiche nettamente distinguibili, per quanto riguarda la propria attività promozionale.
Nelle zone di mercato già stabili ed acquisite, come la Germania, anche per pubblicizzare un prodotto “giovane” come il Bueno, si fa leva sugli ambienti familiari. Nei mercati dell’Est, invece (ad esempio, Ungheria o Repubblica Ceca…), si legano i network gggiovani (VIVA, MTV…) per sponsorizzazioni gggiovani. Proprio lì dove le possibilità di emulazione yankee sono numericamente minime, ma il condizionamento (che strano il Mercato, eh?) può a maggior ragione essere favorito.
Allora, a giudicare dallo spot Bueno in onda sui nostri canali, la Ferrero annovera anche l’Italia tra le ultime citate. Questo mi dà da pensare.

Lo spot in questione funziona da convertitore: ha il compito di tramutare la nebbiolosa compagnia del muretto dal sapore cinisellobalsamico, in una estrosa suburban kewl crew un po’ pasta co’le cotiche. Lo fa con poco: il nero e la ricciolona d’ordinanza per fare colore in tutti i sensi, il basket uno contro uno, il diggei di quartiere con la playlist da comporre e distribuire, un microfono che appare dal nulla, l’effetto telecamerina sfigata.
Nella magia dell’incantesimo commerciale, che trasforma pattini in rollerblade e sci in snowboard, il tono dello spot lo va ad incastonare splendidamente in quell’immaginario giovanile che pochi riferimenti trova nel reale: siamo tutti fichi ed atletici, nell’Italia dei record per l’obesità giovanile. Nonostante la “bontà a cuor leggero” promessa.

Lo stato ipnoeconomico resiste tenacemente ai dubbi come alle evidenze.
Per questo, il rigido inverno di quest’anno sarà ricordato come l’Inverno MTV per eccellenza. Alla prima vera neve, in molti grandi centri sono apparsi snowboard, pantaloni a vita bassa, motoslitte, slittini tecnologici, tute di materiali fantascientifci, ghettoblaster sibilanti musica uaz uaz.
Cosa stranamente non riportata sulle testate nazionali: le città della Penisola, colpevoli del loro essere così banalmente mandolinare pastasciuttare, non volendosi piegare a fare da scenario fico, hanno spedito parecchi di questi “sportivi” al più vicino pronto soccorso.

Certe volte siamo proprio una stupida colonia. Certi inverni, specialmente.