::ti odio de andré

Ti odio De André. Ti odio dal profondo del cuore.

Potevamo rimanere perfetti sconosciuti, l’un l’altro. Per me, saresti rimasto un rinomato chimico dei sentimenti, un topo del laboratorio dell’essere, che fa reagire le note con le parole. Uno bravo, un ibrido che non ascolterei mai.
Potevamo. Ma così non è stato, perché alla tua morte, le tue ceneri si sono diffuse dappertutto, regalando la Soddisfazione. La Soddisfazione – incredibile, nevvero? – soddisfa. E chi è soddisfatto, non vuole cambiare le cose.

Maledetto De André, maledetto! Ti odio!
Sei la bandierina agitata da quelli che vanno verso gli anta. Quelli che, non l’avrebbero mai detto qualche anno prima, si sono sposati ed aspettano il primo figlio. Un figlio abbisogna di sicurezze, di compromessi. E lì entri in gioco tu, pessima scusa per ricordarsi che “cioè ‘sta societààà…secondo me va cambiaaata, ma che, l’hai sentito berluscoooniii? ma è scemo?”.

De Andrè, ma va un po’ a quel paese, va!
Tuo malgrado, sei diventato l’anello che unisce il femminismo vero al debole per le scarpe, la lotta sindacale alla nuova ala destra dell’Inter, il diritto allo studio con l’iPod. Sei la sintesi matura ed adulta di tutte le pulsioni che, quando necessitano, la maturità devono averla come ultima caratteristica. Sei il cameo ricordo di un passato da suggellare in positivo, comunque, qualsiasi cosa sia accaduto davvero.

Accidenti a te, De André.
Seppure l’insoddisfazione divenisse autentica, ecco le tue paroline tristine e poetichine, arrivare sul luogo del misfatto, e coagulare le fruttuose nebbie dei dubbi e della rivoluzione in pesanti gocce catramose; attendendo la prossima nebbiolina, in  scadenze stanche e puntuali. Intanto, il Mercato equipara le mie scelte con quelle della signora cafona in fuoristrada; tanto poi ci pensano le iconcine come te a marchiarmi a fuoco col soddisfacente simbolo dell’elitario.

Ed infine, De André, continuo ad odiarti.
Ché per colpa tua dovrò resistere dal replicare agli imbecilli, che mi contatteranno pur non avendo capito tutto ciò che ho scritto. Come se tu fossi impresso in nero inchiostro su una maglietta rossa, ed io ti avessi imbrattato di neoconico reazionario gelato al pistacchio.

Dio, De André, come ti odio.

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13 thoughts on “::ti odio de andré

  1. beh, il primo commento non è di indignazione, almeno …. a me De Andrè annoia da morire

    non credi che il chi scriva canzoni debba far rivoluzioni, oltre a fare tanto radical chic, sia un tormentone con la sua età……

  2. pablooffline:uh…scusami, ma la seconda frase non l’ho saputa interpretare. :O
    Se può essere utile, non mi riferivo ad alcuna rivoluzione in particolare, bensì alle rivoluzioni che alle volte accadono in una vita generica standard.

  3. a quello/a che odia De Andre’: lo odi perchè lo ami e TANTO visto che lo odi tanto. Tutti i fobici amano e MOLTO ciò che odiano.

  4. anonimo82.88.135.109:purtroppo, come ho avuto già modo di ribadire, De Andrè mi è del tutto indifferente.
    Sono molto interessato alle manie “una botta al cerchio ed una alla botte” dei fan.

  5. sei una minchia piena d’acqua.sei talmente assuefatto dalle tue “idee” da dover gridare odio al mondo per de andré, non per convincerlo,il mondo, ma per convincerti che sia così.chi non riesce a tornare sui propri passi o comunque ad avere un briciolo di onestà intellettuale ripeto è una minchia piena d’acqua.

  6. anonimo: tu invece sei una personcina che, firmandosi coraggiosamente, rispetta le opinioni degli altri.
    Spero però che nel mio piccolo, sia riuscito a trasmettere l’ironia, secondo la quale, se leggi bene bene, di De Andrè lì non si parla, né si capisce dove finisca “l’accusa” e cominci “la difesa”. Eppure altri l’avevano capita.
    Ti ringrazio per avermi regalato una ulteriore conferma di ciò che dico e faccio.

  7. ‘[…] ecco le tue paroline tristine e poetichine, arrivare sul luogo del misfatto, e coagulare le fruttuose nebbie dei dubbi e della rivoluzione in pesanti gocce catramose; attendendo la prossima nebbiolina, in scadenze stanche e puntuali.’ Molto ben detto, davvero. Grande poeta di ‘sti tempi (e di ‘sti cazzi).
    Pedro

  8. Aiutami.

    Tutto quello che faccio si copre di rosso. E’ gia’ succeso,non ho piu’ le mie mani.
    E’ lo smalto , hai detto. Non mi ero accorta di averlo messo, l’ho fatto senza ragione, senza saperlo, proprio come si fa un figlio. Posso aspettare.
    No, non pensare a quello , non chiedermi dove sono stata, sta succedendo di nuovo.
    Non ho le mani che avevo dentro di te, qundo ti toccavo dal sesso all’anima.
    Non sei nemmeno di un millesimo bella di quanto lo sarai quando mi aprirai la bocca per farmi bere la tua pelle abitata da rettili immortali. Hai comprato tutti i mei sogni con un sospiro, sei stata la prima cosa che ho mai saputo.

    Non parlare di giustizia davanti alla tua carne umana,la tua ingiustificabile esattezza in ogni fiato, sei tutto il disgusto del mondo in un tuo sorriso.
    Hai visto come mi sanguinano le labbra quando ti parlo? Teni tutta quell’estasi per te sola, io non capisco come vivere, come si impara a respirare quando viviamo in bocca a un dio tabagisa che ci ha conficcato in faccia due occhi minerali e senza zuccheri.
    Ho conati divini al posto dei polmoni, fatti di alchol che non bevo e cibo scaduto da vent’anni. Anni di notti ammalate di giorni e stagioni suicidate une nell’altre, case di aborti invernali ed estati incestuose a cavallo del cielo. Ho scopato tutti I miei fratelli nel letto di una madre assente.
    E la sete viene dal fatto che non bevo acqua, perche’ mi disgusta. Quando forzo le labbra in quegl’abissi fradici di trasparenza e mi bagno da sotto le dita dei piedi fino alla punta del primo capello bianco. La morte color della luce che mi prende alla gola quando trangugio quello sforzo di vivere.
    Non berro’ piu’ l’acqua che mi vendono nelle strade di un mondo che ho scelto con quell’arroganza di dire so dove sto andando. Mi viene da morire, meglio di quanto abbia mai imparato a respirare. Respirare, bere acqua, svegliarsi al mattino. Queste cose le compriamo nei negozi a meta’ prezzo, le facciamo essere le cose giuste, per un mondo giusto quanto gli stuppri nelle vie di un paradiso di cemento armato. Ho perso la chiave per uscire di qui. Non ho piu’ parole e quelle che ho sono versi animali che prendono forme randage e masticano la mia lingua di puttana d’arredamento.
    Se tu ti facessi vedere adesso, se ti sedessi sul mio divano rosso accanto ai miei oggetti parlanti, quelli con cui piu’ discorro capendone il dialetto. E ti darei le mie gambe da guardare come la mia anima intera. Hanno camminato per me, le gambe su cui disgnavo il volto di elefanti quando da bambina mi chiudevano in macchina per compiere le loro ignominie.
    Con una penna bic nera io facevo delle mie ginocchia due facce con tutto quello che una faccia come ce la insegnano ha rubato alla creazione dell’umano aspetto.
    Due occhi tristi come dice il mondo siano i mei e bocche da riempire di corpi estranei fatti di liquidi caldi e incontenibili. E le mie gambe avrebbero parlato tra di loro, avrebbero detto tutte le cose piu’ giuste e si sarebbero ascoltate.
    Un regalo, avrei detto io, e con tutte le labbra accogliendo i loro sessi orfani avrei succhiato il gusto del potere fin dentro le ossa.
    Purche’ se ne vadano, tutti, a morire felici.

    Ho perso. Ho vinto. Ho fatto le migliori prigioni mai progettate per il mio spirito impostore. In prigione ci stanno gli sbagliati, quelli pieni di rosso, i pazzi come gemelli immaginari divorati da noi stessi, che con l’ubbidienza del non essere mai nati hanno gettato la l’unica uscita nell’oceano amniotico della nostra condanna.
    E tu lo sapevi questo?Avrei fatto l’amore con te anche quel giorno alla fermata del bus, ma soltanto se nel farlo ci fossimo fatti investire dall’unico bus che non evrei perso per lasciarti. Un infarto al minuto per come si fanno mettere sotto i piccioni e le donne incinta. Quando nessuno vede, come fanno i professionisti del buono e i malvagi mediocri .
    E’ un ritmo perfetto quello del vivere sonnambulo, senza errori, senza fobie plastificate nei nostri corpi supini.
    Quell’uomo che ieri mi e’ venuto in bocca. Sto usando il suo accendino proprio adesso, per regalare alla riconquista delle mie labbra analfabete un po’ di verita’. Succhiargli l’anima non mi concede il piacere bastardo che mi da questa sigaretta. Non voglio niente e continuo ad evere tutto, tutto il resto, per non scordarmi quanto io sia umana.
    Ma ti volevo solo dire questo: che se fossi qui, con il divano rosso, le mie gambe di graffiti e pachidermi, le mani che cercano i vulcani lunari tra le superfici di una citta’ circense, le mani non piu’ mie quando non le uso per pregare il mio sangue di scorrervi ancora per quanche giorno, e tra qualche giorno potervi uscire a fiotti quando stringero’ la mano ai miei assassini. Mi presento: una secrezione universale.Volevo dirti, che quando scrivo nella mia lingua madre baldracca e tutte le parole si siedono su schizzi d’imperdonabili errori rossi di un sangue bocciato alla nascita, zigzagando impazziti come vermi nel diluvio di una pagina che non accetta di esser scritta. Blood,ecco, questo lo accetta, perche’ sono in un altro paese e dovrei accetare le convenzioni.
    Questo volevo dirti, che se fossi qui non dovrei scriverti, non dovrei fingere di averti inventato, saresti qui e non so’ piu’ se uomo, donna o dio. E non ho scritto niente di nuovo. Solo quello che so.

  9. ANCH’IO ODIO DE ANDRE, E SAI COSA, SE CHI LO ASCOLTA E CHI VA VERSO GLI ANTA, DICO ANCHE “AJDE VAI” MA SE CHI LO ASCOLTA NON è ANCORA ENTRATO NEI ENTA, LI CE DA PREOCCUPARSI. E ODIO LE PERSONE CHE PARLANO PER CITAZIONI SUE

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