::archeologia informatica altamente degradabile

Ancora oggi, non riesco a fare a meno di comporre musica, disegnare e programmare sui vecchi computer degli anni ’80. Ora come ora, i moderni pc ci vengono in aiuto anche in questo, con emulatori, programmi per scrivere codice agilmente, editor musicali che simulano i chip loro avi, e convertitori grafici nel formato antenato…
E la possibilità di far girare il proprio risultato dappertutto, immediatamente, grazie alla rete mondiale.

Possibilità questa, che rende vana l’esistenza di oggetti come quello in figura: dai, alzi la manina chi sa a cosa servisse questo (o)scuro manufatto. Io lo uso ancora.
Il manufatto nero è tangibile, anima metallica dura dentro un guscio di plastica refrattaria. Bene o male, resisterà tenacemente allo scorrere del tempo, e con esso i supporti, le periferiche, le schede, tutti i suoi fratelli maggiori. Per quanto riguarda il software, al contrario, è la sua stessa intangibilità a salvarlo, reiterandolo all’infinito attraverso le spire della rete; stesso destino per la stampa specialistica del tempo: lo scanner fé da evangelista.

Eppure c’è un materiale riguardante gli 8bit anni ’80 che va perduto: la produzione cartacea non editoriale. Strano a dirsi, ma è così.
Esempio classico, a quel tempo cominciò a diffondersi la moda di far girare i dischi da 5.25 (quelli si usavano) con copertine proprie, disegnate a mano e fotocopiate, che mostrassero, orgogliose e passionare, il logo del proprio gruppo all’intera scena. L’evoluzione di tale moda fu quella di dedicare una differente copertina per ciascuna release. Così, alle figure di primo programmatore, grafico, compositore, editore e barattatore, si aggiunse anche quella del dcd (disk cover designer).
Se, agli albori, le produzioni di quegli artisti erano pervase di imbarazzanti richiamini giovanili del tempo, i secondi anni ’90 consacrarono tali composizioni a vera arte figurativa di nicchia. Furono edotte, infatti, regole grafiche piuttosto particolari, volte, ad esempio, a migliorare la “fotocopiabilità” del prodotto (cioè quante fotocopie di fotocopie si possono fare senza perdere in risoluzione).

Fino a poco tempo fa, ritenevo che quella delle copertine disegnate fosse la parte più volatile del mio passato-presente a sedici colori e tre canali audio. Invece scopro che c’è qualche movimento eroico che si propone di preservare anche quelle.
L’archivio riporta all’incirca un quindicesimo dell’effettiva produzione, ma se di eroismo si tratta, basti l’ardire del gesto.
Voglio proprio seguire l’evolversi di una così difficile missione revival; alla ricerca dell’adolescenza che avrei voluto in quegli anni, al posto di Sabrina Salerno e le cinture ElCharro. Per dire.

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11 thoughts on “::archeologia informatica altamente degradabile

  1. insomma, si può sapere che cavolo è sta spece di campanello tranviario???
    luigi
    mi presento:
    aspirante possessore di ville al mare ed auto sportive via piccole ed inutili analisi sociologiche nonchè sedute provocatorie a carico di animi ipertesi.

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