::consumare il golpe entro e non oltre

Povero Gelli, però eh.
Uno lavora sodo per un quarto di secolo ad un progetto. Crea legami, stringendo mani di gente sin troppo varia. Sposta a destra ed a manca soldi di banche. Affronta processi, organizza stragi ed omicidi mirati, penetra nelle più inimmaginabili intercapedini dello Stato.
Obiettivi intermedi da raggiungere allo scopo? Dai, solo un paio: inibire la magistratura e dominare l’informazione.

Dominare l’informazione, ecco.
E compra la casa editrice, e scala le azioni del quotidiano, e rivoluziona i CdA Rai, e comprometti la concorrenza per via politica, e veicola la pubblicità, lavora lavora lavora lavor….interneeeet?
Ma come internet? Ma vi sembra bello? Ma dico: uno fa tanto, e poi zompa fuori qualcosa che fornisce intrattenimento, informazione libera completa aggiornata costantemente, cultura, comunicazione diretta di massa? E come la si divora una cosa così, grande abbastanza da essere questa a fare di noi un bel boccone? E come tentare di condizionarla, evitando poi di essere presi universalmente in giro per l’assurdità di certe soluzioni?

Ma che sfortuna. Proprio ora che, tra affaire CorSera e separazione delle carriere, siamo all’assalto conclusivo. Tutto uno sforzo per accaparrarsi radio tv e giornali. E poi?
E poi succede che il parco tv inizia a mostrare falle non arginabili, di un pubblico che non si fa neanche più allettare da cose tipo i quattro pulsantozzi colorati del digitale terrestre. Ma anche la carta stampata è costretta a riciclarsi in rete, diventando rete essa stessa, però con una simpatica novità: se la spari grossa in internet, vieni spernacchiato in coro entro breve tempo.

Ci sono pro e contro in un colpo di stato lento ed invisibile. Il peggio dei contro è sicuramente l’immancabile data di scadenza, superare la quale vanifica parecchio “lavoro”, che sembrava oramai cosa fatta.
Una volta ottenuta la vittoria finale in campo di ordinamento giudiziario, che succederà al golpe monco?

Secondo voi, zio Licio se l’aspettava l’avvento della rete? Nel dubbio, teniamo bene d’occhio il riporto di Schifani.

::tracce televisive di recessione

La Notte delle Stelle del Mediterraneo della Moda nel Mondo dell’Italia tra le Stelle del Mare nella Moda delle Donne per il Premio della Luna dei Templi in Estate di Notte con le Miss in Europa per la Bellezza tra la Moda fra le Stelle della Musica nella Magia della Sera di Fashion per l’Oscar alla Bellezza nel Mondo nel Firmamento della Moda del Mediterraneo tra le Sirene della Musica della Notte per la Bellezza della Donna in Europa sul Golfo dei Sogni del Premio d’Estate tra Cielo e Mare.

Rispetto all’anno scorso, si sono moltiplicate le improbabili serate estive trasmesse un po’ su tutte le frequenze, per finanziare coi soldi del canone e/o degli sponsor (la fonte è comunque di utenti contribuenti, mi perdonerete il populismo) il rilancio delle solite località estive, dove operano gli amici degli amici ora in Rai e Mediaset.

La formula si ripete, ridondante più che mai: una località turistica, un puttanone di figura come maestro di cerimonie, i cantanti del solito giro di impresari, una sfilata di moda sul cafone andante, una micidiale prima fila di sudaticci politici indigeni incravattati ed accompagnati da mogli fossili e plastoprole siliconica.

Sempre più incredibile: invece di studiare un nuovo sistema propagandistico delle vacanze italiane, adattabile alle problematiche di un periodo di recessione, si è preferito ottusamente premere l’acceleratore sul pedale di sempre.

É l’addensamento innaturale di queste operazioni pubblicitarie multiruolo, a svelare il puzzo della crisi.

La distanza tra il benessere vapourware e quello reale cresce, ogni giorno di più.

::promemoria albanese

Ho sempre evitato di scadere nel blog come evidenziatore di appunti, che riprende le notizie di cronaca su quotidiani online e le reincolla paroparo con qualche commento aggiuntivo.
Ma questa volta è incredibile, nessuno ha detto la verità; una verità, forse, ma pur sempre verità!
Diciamo che mi segno ‘st’appuntino per ritrovarmelo qui all’occorrenza, và!

L’argomento, l’avrete capito è: l’immigrazione in Italia, alla luce dei fatti di Besano.
Tralasciamo il fatto che, in caso di morte, mille frustrati del tornio e delle nebbie, in camicia nera,  che gridano “Kekule uno-o di no-o-i!”, non sono la mia compagnia ideale per andare al camposanto.

Allora, su, scriviamo.
Quando c’era da farsi il parco manodopera a basso prezzo, o, meglio ancora, in nero, latifondisti al sud ed industrialotti al nord spostavano la loro fetta di elettorato condizionabile verso quei candidati “fidati” che avrebbero dovuto insabbiare le iniziative sull’immigrazione, agli albori della stessa.
É chiaro che, a condizioni così imposte, l’immigrato non può mica essere sempre il bravo padre di famiglia in cerca di lavoro e stabilità: entreranno sempre gran bocconi di avanzi di galera.
Ora che sono le industrie italiane a muoversi verso la Cina, non c’è più bisogno della fonte semilegale di manodopera a basso prezzo. Industrialotti e latifondisti devono eliminare le scorie del processo di immigrazione in modo economico e non compromettente.
Ed allora, ecco pompare la rabbia popolare verso questa scrematura condizionata d’immigrazione, socialmente molto dubbia; un prodotto tutto italiano di accumulo semicriminale. Tutto questo a spese della popolazione tutta, aizzata dai media contro l’intera etnia slava.
Una lotta tra poveri, mentre (riesumo a ragione un termine desueto) i Padroni si gustano la scena.

::sadomaso e non saperlo

In questi giorni, brucio tutto il mio tempo libero nel mio passatempo legato ai vecchi computer anni ’80.

C’è da fare una demo cooperativa (seguite il link per apprezzarne la filosofia), ed io non faccio altro che scrivere codice assembly, disegnare grafica di tutti i generi, e comporre musica spingendo ai limiti estremi chip musicali desueti. E questo, sia per me che per altri.

Nel portare a compimento tali obiettivi, la parte del cervello non utilizzata allo scopo primario non può fare a meno di formulare questo pensiero:”Riesco bene solo nelle cose che non mi portano alcun vantaggio concreto”.

Insomma, ti vedi lì, nello sforzo continuo di piegare una macchina che è poco più di un giocattolo, ai tuoi voleri più sfrenati: fai vomitare grafica 3d da un chip che al massimo disegna gli omini a cubettoni, costringi quelle tre pernacchiette a sincronizzarsi in un suono di chitarra elettrica, muovi algoritmi complessi su quella ch’è parente stretta di una calcolatrice trovata in un detersivo.

Il bello è che ne provi piacere! Sì, anche quando ti chiedono (e questo corrisponde a verità) la conversione nota per nota del brano di apertura di Star Trek Enterprise, tale Where my Heart will take me, che ti fregi di odiare profondamente.

Non avrei mai creduto di dover parlare in certi termini di me stesso, ma questo mio comportamento sembra quasi indicare un piacere sadomasochistico nell’affrontare i problemi.

L’hobby del retrocoding può essere anche letto come il costringimento a limiti strutturali autoinflitti per poter trarre piacere, dopo difficile e dolorosa transizione, dallo sconfinamento parziale o completo da questi.

Non è impensabile, quindi, che io abbia agito in egual guisa nei miei rapporti sociali, o sul lavoro. In particolare, ricordo perfettamente certi miei moti di orgoglio inutilmente intransigenti, durante il mio periodo universitario. Siano questi giudicabili ottusi piuttosto che eroici, potrei calcolare entro ottima approssimazione, carta e penna alla mano, quanto mi sono costati in termini di tempo e salute.

Alla mia veneranda età, premendo goffi tasti da antiquariato informatico, riscopro un passato in tutina di lattice, manette e cerniere.

::10tracks +5/po-pad

Se hai velleità da musicista, e sei solo, la rete è il posto per te, nel bene e nel male: o sei un povero fesso che strimpella (e in rete se ne accorgeranno tutti, e te lo verranno a dire con disinvolto menefreghismo); oppure, accidenti, anche se da solo, non sei per niente male! Ed allora la rete ti pubblicizza a costo praticamente zero.
Oggi parliamo di un campione del secondo dei due casi.

Dietro il logo minimale ed anglofono (che poi equivale a tuttofono o nientofono, per l’uso diffuso dell’inglese), in realta si nasconde…toh: un italiano. Tale Mario Ardovino. Questo il sito ufficiale.
Un bel dì, Mario offre in rete ben dieci tracce gratuite, alle quali presto se ne aggiungono altre cinque. Ed allora io le scarico, e me le porto a zonzo per ascoltarle all’aria aperta.

Il lavoro di Ardovino è una curva in salita, azioni in crescita; come se avesse tentato, quasi scolasticamente, vari percorsi di espressione, prima di trovare, nelle cinque tracce aggiuntive, una dimensione folktronica tutta sua.
Le dieci tracce iniziali, difatti, variano parecchio, oscillando da un dolce folk che matura in qualcosa di rockeggiante, all’elettronica magnetica clicks’n’bass della terza traccia (dot). Si passa per l’allucinazione estiva e glitch di 1670 kmph, per poi atterrare in qualcosa che assomiglia alla produzione di un seguace di Mike Oldfield ultima versione.
Invece, a sorpresa, un pianoforte minimalista, quello della contemplativa Roads, “Oddio dall’ultimo Oldfield all’ultimo Einaudi” pensi. Una lunga parentesi magnetica (kinderwellen), poi giù nell’inferno di riverbero electronoise di H.O.B.; e si finisce con una traccia testimone ultima della pluralità di stili, metà pianoforte, metà vocode.

Prima di ascoltare le cinque tracce aggiuntive, sei quindi un pò confuso, e non sai bene cosa pensarne: trattasi di positiva varietà di stili, o di minestrone di qualità?.
Dubbio vano, perché before, emákkia erý (aggiunta nella mia Blog.Radio 2.0), seq33, starcaster e [noponna] sono cinque superlativi esempi di folktronica di qualità. Ci sono esattamente tutti gli strumenti usati nelle dieci tracce precedenti. ::6/10Ma stavolta nessuno di questi prevale sull’altro, la corda degradata a percorsi da tracker, il DAC promosso di grado, il piano ed il vocode appena percepibili. In una sola espressione: un sogno.

Nel voto sarò cattivello per scaramanzìa.
Se questa è la via intrapresa dal bravo Mario Ardovino, allora non lo perderò di vista. Nell’attesa che qualcuno gli possa concedere una più vasta distribuzione. Motivata, tra l’altro.

::ciao sam ciao ralph

Ho capito perché non riesco più a seguire i politici. Non la politica, i politici.

Potrei continuare il grande gioco illusionista insieme a loro, ma non riesco più ad illudermi. Non riesco a fingere che i fassini, i bondi, i tremagli, i rutelli abbiano seriamente una qualche forma di discernimento ideologico, che non possa essere mai intaccato dal lavoro del politico di per sé.
I loro predecessori erano quasi credibili, agitavano consistenze ancora tangibili: la guerra, la nazione, la libertà, la parità di diritti. Quando Almirante ti regalava ‘sta botta da sette ore di fila di intervento, quando la Jotti ricordava chi era e perché era lì, col cavolo che ti venivano sospetti di prestidigitazione politica!

Ora, invece, si vedono i fili sulla testa delle marionette, e si perde il gusto della finzione d’autore. Così, guardi in alto, e vedi ciò che già sapevi essere lì: i tronchettiproveri, i benettonni e compagnia bella. Li guardi e pensi che potrebbero scervellarsi meno, e salire loro sul palco, che sarebbe più divertente per il pubblico pagante.

Anche durante i confronti in tv, alle volte, sono i politici stessi ad aprire e chiudere siparietti in cui ricordano la festicciola insieme, la gita fuoriporta trasversale, le gare di pesca estive l’un contro l’altro.
Eh ma questo io l’ho già visto da piccolo, nei cartoni animati della Warner: Sam e Ralph, il lupo ed il cane pastore. Prima di dar fuoco alle polveri nella grande giostra della natura, timbravano il cartellino insieme, discutevano delle famiglie, consumavano in armonia i momenti della pausa pranzo.

“Buona giornata Fassino”, “Buona giornata Schifani”.

::crimini del consumismo

Quando possibile (platea nazionalpopolare), quando necessario (elezioni imminenti), gli assi della politica calano gli assi delle loro maniche: vittime del nazismo, crimini del fascismo, tragedie del comunismo, inquisizione violenta.
Il Partito Pleistocenico Italiano parla della tragedia dell’asteroide che uccise i dinosauri; l’Alleanza per la Negentropia indica il tornare a prima del big bang come unica via; il Fronte Ittico Fondamentalista ribadisce che approdare sulla terraferma fu un errore criminoso. Dopodiché, alle 18:00, tutti all’aperitivo, uniti dalle problematiche comuni: farsi rieleggere, tamponare le richieste non sempre limpidissime dei maggiori fornitori di elettori, far ridipingere la villetta di Porto Ercole.
Gli assi nelle rispettive maniche sono tali perché si può sempre definire un numero di vittime, non importa quanto approssimativo. Millemila morti nei gulag, altri millemila nei lager, e via col subbuteo zombie.

Io invece, malato di sindrome di Jules Verne, chiudo gli occhi, e vedo già un’epoca futura, nella quale un’altra generazione di uomini potrà contare le vittime del consumismo.
Archeologi del domani ne ricaveranno un numero finito, forse neanche tanto lontano dalla verità, sommando insieme i cadaveri oggigiorno oscurati. In lista ci saranno i morti del sabato sera, e tutti i loro affini; ci sarà la fetta statisticamente sfortunata dell’inquinamento di tuttitipi, quella che alla fine muore per davvero; ci saranno tutte le guerre che assicurano materie prime al primo mondo, tutte quelle che avremmo potuto evitare se avessimo ancora i 486 come processori, ma se li avessimo proprio tutti tutti; ed ancora, ed ancora…

Ma questi geniacci da film di fantascienza dei nostri avi faranno di più.
Riconosceranno e computeranno, ad esempio, le più piccole categorie sociali traviate dall’irrealtà dei valori  consumistici: le mamme che si danno per vinte per non riuscire ad accettare la mutabilità temporale di sé stesse e del proprio corpo; quelle che comprano ed usano religioni fiabesche per riuscire ad accettare la realtà; i ragazzi che credono fortemente nei valori del motore e della carrozzeria, oppure in quelli della palla e del fischietto, o ancora in quegl’altri del divertimento e dello stare insieme, e per questi muoiono.
Solo per citare i casi in evidenza ultimamente.

Ma ora no, ora non è possibile fare alcunché. Assistiamo impotenti alla sfuggente e molteplice natura delle cause di morte per consumismo.
Ora nel campo di concentramento si entra col carrello della spesa. Ed anche quando ci si va soli, da soli non si entra mai, perché abbiamo sempre il destino di qualcun’altro sul groppone.
Da qui la fine.