::marijuana terapeutica virtuale

Penso siate in molti a conoscere l’italianissimo progetto MAME innescato dalla fervida mente del Dr. Nicola Salmoria, matematico senese ancora studente quando, durante il natale del 1996, decise di implementare i primi risultati dei suoi studi in un software che emulasse su pc le funzionalità dei differenti videogiochi da sala partendo dalle schede originarie.

Ad oggi (versione 0.100u2), le schede emulate sono 5791, delle quali 3172 di giochi unici; i partecipanti non si contano, i siti dedicati proliferano. L’obiettivo primario resta sicuramente quello più strettamente accademico, ma i piacevoli effetti secondari, (la conservazione di beni digitali altrimenti deteriorabili, e l’ovvia conseguenza di poter rigiocare all’infinito prodotti a fine ludico originariamente vincolati al pagamento della singola partita) sono come miele per le api.

In uno degli aggiornamenti più recenti (versione 0.99u2), è stata ritenuta superata la regola per la quale le schede dei famigerati videopoker, punto d’incontro tra videogioco e slot machine, non erano papabili ad un’eventuale emulazione, impostando come nuovo criterio d’inclusione:”any primarily video based arcade machine, driven by one of more CPUs”.

Il MAME ora comprende i videopoker. L’utente può giocare a casa esattamente lo stesso gioco del bar, con la non trascurabile differenza della totale mancanza della transizione monetaria, del rischio. Non sembra anche a voi un parallelismo col cerotto per fumatori? Una volta pubblicizzata la cosa, potrebbe essere usata in un contesto di disintossicazione dalla mania, sempre più diffusa (specie nei piccoli centri), dell’azzardo arcade?

Secondo me, sì. Peccato non si possa. Peccato davvero.

L’emulatore lavora sui pacchetti esterni di dati estratti dalle schede dei giochi, dati ovviamente coperti dai copyright. Quindi, l’emulatore di per sé è legalissimo, i romset per nulla. Si tratta di una di quelle noiose situazioni dai confini morbidi che mutano come gira il vento.

È in quest’ottica che il MAME, d’ora in poi, potrà essere considerato ufficialmente “marijuana virtuale”: una più che valida cura mirata a debellare un malessere psicologico, sfortunatamente non attuabile per colpa di un anacronistico ostacolo legislativo. Proprio come la marijuana per la depressione.

E proprio come per la marijuana, si moltiplicano le coltivazioni illegali al solo scopo ricreativo.

Dr. Salmoria, lei è una sòrta di Albert Hoffman digitale, non gliel’ha detto ancora nessuno?

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::ioar altimeit femnist inglisc ticciaaah

Anselma Dell’Olio, di origini californiane, figlia di un pugliese e di una ebrea americana (fatality combo!), la si può definire in tanti modi: femminista, ex femminista, neofemminista, neocon femminista, scrittrice, traduttrice, giornalista, critico cinematografico. Giù giù, sino al più brutale “moglie di Giuliano Ferrara” (e lei scrive sul Foglio, ma va?), col quale condivide la passione dello zompicchiare all’occasione da un gruppo ideologico ad un altro che si oppone al precedente: come non citare l’intervento conflittuale e scissionista col quale fece scalpore a New York, nel maggio del ’70, al secondo Congresso per l’Unione delle Donne?

Le millemila cosucce, e mondane e culturali, nelle quali la signora Dell’Olio è impelagata, sono la testimonianza del suo vero ruolo: lei è l’apprezzato anello mancante tra il femminismo più convinto ed il conservatorismo più blindato. La bionda virago, di macho non ha solo la voce, ma anche le radicali prese di posizione. L’effetto risultante è quello di un motivato e soddisfacente spodestamento del baricentro femminista da una localizzazione politica troppo scontata. Il tutto, in una lussuosa confezione per serate, salotti, trasmissioni tv, un cadeau per le first ladies alla ricerca di un tunnel segreto tra l’esser “moglie di” e la parità dei diritti.
Ma non voglio tediarvi con queste brutture. Anzi, dai, diciamo anche alcune cose belle della Dell’Olio. Ad, esempio, che ieri notte era in onda nel programma di Gigi Marzullo “Cinematografo” in veste di critico. Indossava una semplice t-shirt attillata bianca e celeste, ed era fi-ghis-si-ma!

La caratteristica davvero irresistibile di questa giovannadarco a stelle e strisce è il virus dell’anglista.
La signora Selma non ce la fa, proprio non riesce a reprimere, o almeno ad attutire, la pastosa conseguenza fonetica delle sue origini: ad ogni nome e cognome anglosassoni, ad ogni titolo originale del film, il viso la trachea il palato si torcono a produrre la pronuncia più inutilmente corretta possibile.
Parlarne non rende, la cosa va vista ed ascoltata, al fine di poterne godere l’esilarante risultato. Lo ribadisco, la pronuncia è correttissima, e ci mancherebbe! Ma è proprio l’irrinunciabilità del gesto atletico che scatena, involontariamente, ilarità e mimica adulterata; come un tè bevuto a mignolo alzato.

Ho sempre sogghignato di mia cugina, laureata in lingue, che faceva finta di non capire se non pronunciavi la parola inglese con la corretta inflessione anglofona fasulla; al secondo tentativo proferiva un “Aaah!”, seguito da una versione anglopartenopea della stessa, e per companatico un’espressione da libro Cuore.
Chi invece con l’inglese ci traffica parecchio, specie per lavoro, lo usa con inflessione sobriamente italiana, senza inutili fronzoli ed inaspettatamente gradita all’interlocutore, consapevole del fatto che anche tra madrelingua di differenti Paesi, toni e cadenze variano.

Descritto così, suona come un film con Uooooberch D’Niiiurooh (Robert De Niro), come direbbe la Dell’Olio.

::venti anni e sentirli tutti

Nell’aprile di quest’anno, cade il ventennale di una rivista specialistica, una pubblicazione da tutti considerata letteralmente la responsabile di un intero passaggio evolutivo nel campo dell’intrattenimento elettronico. Nell’aprile del 1985, vedeva la luce Zzap!64.
A vent’anni dall’inizio di un’era dell’avanzata videoludica, ecco uscire, prima in formato cartaceo e poi in quello digitale, il numero 108, o meglio “the DEF tribute”. Potete consultarlo e scaricarlo in singole jpg, o come pdf in bassa e media risoluzione.

Zzap!64 (e la sua consorella italiana Zzap!, che selezionava il meglio dell’originale, ed aggiungeva qualcosa selfmade), arrivò in un momento in cui il mercato videoludico subiva la sua stessa ignoranza: grandi paghe ai programmatori, ma supermercati zeppi di giochi abbastanza scandalosi, stavano uccidendo il settore degli home computer (clamoroso fu il fallimento della Imagine).
Stavolta però, i redattori non erano giornalisti con velleità videogiochistiche, ma esperti videogiocatori dimesticati alla scrittura, con nozioni di coding grafica suono. Questa caratteristica, unita ad un completo sistema di giudizio, un layout particolarmente accattivante e ad un linguaggio diretto e “protogeek”, fece ben presto di Zzap!64 la nuova bibbia videoludica: per i giocatori, che non avrebbero più subìto costose soprese negative all’acquisto; per i commercianti, che presero a stilare la lista di magazzino in base ai voti della rivista; per i programmatori, che cominciarono a capire cosa poteva essere pubblicato e cosa non poteva essere vomitato o riciclato.

Prima dell’avvento di Zzap!64, e dopo la sua morte sino ai giorni nostri, una produzione mediocre o addirittura cattiva non era screditata a dovere. Al tempo, la causa era l’ignoranza della macchina e la poca concorrenza; oggigiorno lo sono l’omologazione di mercato e l’accondiscendenza strategica del prodotto. Nel peggiore dei casi, gli si faceva, e gli si fa, tò tò sulla manina, votazione incolore, e poi lo si manda nel bancone del venditore.
Oggi invece sappiamo chi ringraziare, e per la diversificazione dei generi e per il livello di complessità ai quali siamo bene o male arrivati: caso primo in assoluto, le stroncature dei ragazzi di Ludlow erano davvero senz’appello, motivatissime, nessuna pietà; e quando c’erano i presupposti per sparare i botti, venivano sparati perché c’era un’occasione veramente speciale, non perché la Nvidia rilascia nuovi driver migliorando così l’ennesimo doom che dura dieci giorni.
Frasi memorabili quali “Ventidue tozzi gobbi zoppicanti in un campo di calcio con problemi sismici mentre una selezione di pixel pretende di essere una folla di spettatori” (Zzap!, 03/25, recensione di “World Cup Carnival”), sono di quelle che ti troncano le gambine, ma dicono ai produttori di pensarci su la prossima volta. Scelte coraggiose come quella di assegnare il massimo riconoscimento ma senza pagella, per il videogioco troppo innovativo per essere giudicato secondo meri parametri tecnici (Zzap!, 07/16-17-18, recensione di “The Sentinel”), fanno da pietra miliare per ciò che verrà.

Prima di Zzap!64, i redattori interagivano con le software house mediante comunicazioni ufficiali. Fu un’idea della redazione di Ludlow, quella di andare in barca con i programmatori, a bere con i musicisti, in sala giochi con i grafici. Furono pubblicati i diari dei coder durante la stesura di un gioco, testi di massimo interesse ed utilità per chi si avvicinava al mondo della produzione videoludica in termini tecnici. Pochi mesi, e gli appassionati potevano idolatrare delle persone in carne ed ossa, non un’incognita accoppiata nome-cognome.

Quanto dev’essere fuori posto una rivista com’era quella, al giorno d’oggi, nell’epoca del videogioco librogame autogiocantesi ed autorisolventesi, nell’era di chi parla di videogioco a livello universitario, senza avere idea di come programmare un raster splitting. Venti anni e sentirli tutti.
Meglio così. Zzap!64 è morto, lunga vita a Zzap!64, lunga agonia alla qualità videoludica.

::late/duo505

Un annetto fa, la solita Morr Music rilasciava questo disco, che arriva a casa mia accompagnato dalla mia espressione facciale a forma di “Boh, chicacchioso’ questi?”.

“Questi” sarebbero Herbert Weixelbaum e, soprattutto, Bernhard Fleischmann, del quale s’è già avuto modo di parlare.

Credevo di non essere riuscito a capire quanto potesse aver pesato il signor Weixelbaum nella collaborazione con Fleischmann, gran saggio della poptronica ed esploratore dell’universo dei loop, squillanti allegri malinconici o cupi che siano. Difatti, di questo si tratta: sette tracce, posizionate in maniera sapientemente alternata, per poco più di mezz’ora di musica.

Ho detto “credevo”, perché, dopo un po’ di ascolti, diventa lampante il ruolo di mister W.: i suoni analogici, come quelli clicks’n’cuts e bleep, sono strapuliti, e tutto è sin troppo al suo giusto posto. Interessato alla cosa, mi sono informato: i due autori hanno giocato a pingpong con i brani, aggiungendo e perfezionando qualche particolare ad ogni spedizione. Fino a chiudere sette tracce pressocché perfette.

I brani più tipicamente pop sono davvero allegri, e ricordano un po’ lo stile dei Figurine di “The Heartfelt” . Il via lo dà Tsip tsap, tanto semplice in struttura quanto complessa in base strumentale, per poi tuffarsi nel più tradizionale dei brani poptronica col crescendo strumentale, la brillantissima Lsdj08. La malinconia minimal-industriale di Facing it ti colpisce a tradimento, ma sfocia ben presto nei glitch di Toru Okada, che sembra rubata al miglior Fennesz.

Poi arriva Wenig (ascoltatela in BlogRadio2.0, nella colonna di destra) ed è ancora poplooping sorprendentemente elementare, ma con gran cura dei suoni, specie l’inusuale commistione di vibrafono e hard noise. Nochwas fa spuntare una trama lineare e piena di variazioni, dai suoni più retro che si possano utilizzare; infine, è Diskoandbett a salutarci degnamente, tra dolce pop, dura retronica ed una perigliosa escursione funk.

“Late” è una imperdibile piccola gemma che non può essere mancata. Ora sorge un bel problema per Fleischmann: sebbene il disco non evidenzi il suo nome, d’ora in avanti sarà dura per lui rilasciare produzioni del solito stile, dato che difficilmente si potrà fare meglio di così. Riuscirà ad evolvere?

::il castello errante di howl

Frutto dell’ennesima bugia del maestro Miyazaki riguardo il suo pensionamento dall’universo dell’animazione, questo lungometraggio inghirlanda il premio veneziano alla carriera, consegnato tra i silenzi e l’ignoranza di una stampa italiana sempre più buzzurra e caciarona.

Sin dall’inizio del film, il richiamo ad un’altra opera del regista è fortissimo: l’ambientazione della storia è pressoché identica a quella di “Kiki consegne a domicilio“: una cittadina simileuropea, tecnologie vittoriane, in un’insalata poliglotta di manifesti logori ed insegne di negozi. I ricchi fondali “à la Kiki” sono arricchiti da un morbido scorrimento a parallasse totale, di grande effetto.
In quanto protagonista assoluto, il castello vanta i risultati notevoli di un lavoro davvero imponente, un vero piacere per gli occhi, ma niente di così chiassoso e sovrabbondante da rientrare nella categoria tipica dei nippoapocalittici come Otomo.

È una questione tra differenti “Alice nel qualcosa di qualcuno”.
La piccola Chihiro di “Spirited away” è una Alice della prima maturazione, si muove in un mondo sovrappopolato da personaggi così diversi, con i quali imparare ad interagire in maniera sempre differente, in un contesto di responsabilizzazione repentina. Ciò comporta una narrazione abbastanza lineare.
In questo film, invece, Alice va alla guerra per liberare sé stessa ed i suoi compagni (più Dorothy che Alice, quindi), dalle rispettive maledizioni. Ma c’è ben poco da spiegare, e spesso sta all’attenzione ed alla sensibilità dello spettatore completare le parti volutamente mancanti in scena. Quale effetto collaterale di ciò, se andate al cinema con un amico/a od un compagno/a non particolarmente brillanti, preparatevi a rispondere ad una pioggia di interrogativi irrisolti, almeno per lui/lei. La magia di questo film sta tutta lì, nel raccontare i sentimenti di un atipico nucleo familiare, mediante un crescendo onirico; l’evento bellico di sottofondo nasconde un più drammatico conflitto stregonesco, che ha luogo su un piano parallelo occulto di scala ben maggiore, nel quale la favola prende vita secondo percorsi logici più oscuri e tortuosi di quelli del mondo reale. È questa caratteristica a rapire il tuo bambino interiore!
Howl è un personaggio davvero atipico ed imprevedibile: presentato dapprima come il Bello della faccenda, perde ben presto patina, mostrando una personalità sfaccettata che vira dal guerriero al buontempone. Eppure, non si sovrappone mai alla protagonista, non la oscura mai, senza perdere in mordente.

Solo Hayao Miyazaki poteva rendere tridimensionale una piatta novella per ragazzi ricca di buoni spunti. Tanto vi basti per non farlo mancare nel vostro carnet cinematografico.

::rumori sommessi di implosione del consumismo

Mentre le crepe della realtà ramificano sempre più nell’economia ottimistica del consumismo dopato, sorge la necessità di fare argine contro questa involuzione inaspettata.

Obiettivo principale: il nucleo familiare di nuova fattura, quello coi genitori condizionati dall’esser stati giovani negli ’80. Padri videogiocatori e mariti vascorossisti, mamme da spogliarello d’ottomarzo e mogli estetisticizzate. E figli degni dell’andazzo.

Anche se le vacanze ed il mutuo sono pagati dai risparmi dei genitori ormai nonni, l’ideale del benessere consumistico delle nuove famiglie necessita continua decurtazione di spese indispensabili. In questi tempi duri, l’acconto dell’acquisto di una moto, o di un home theatre, o della macchina subitanea al figlio diciottenne, giustificano addirittura il taglio della qualità degli alimenti, che sarebbe invece sacrosanto indice di qualità della vita.

La Plasmon se n’è accorta.

Vittima prima di tale rigurgito di mercato è il settore alimenti d’uso dedicato, e la storica azienda, ora cellula della multinazionale Heinz, sa di essere la prima nel mirino, vantando una diversificazione quasi maniacale di un prodotto sostanzialmente semplice, da giustificare con una ricerchetta scientifica qua ed una cavolatina del nutrizionista là.

Basta osservare gli scaffali di un qualunque supermercato, per notare il vuoto nel comparto dei biscotti sfusi, quelli generalmente presentati col marchio del supermercato stesso, che costano millemila euro in meno degli equivalenti di marca. E certo, non ci si aspetta mica che il pupo si alzi in piedi, carichi una presentazione sul laptop di papà (comprato con un prestito dei tanti che girano) e giustifichi le sue eventuali lamentele alla madre, mediante significativi istogrammi sulle calorie contenute! È piccolo, manco trattiene la saliva, figurati se si può difendere a parole!

Così, per la salvezza delle proprie vendite, la Plasmon è costretta a demonizzare il cattivo biscotto ignoto, reo di avere il doppio dei grassi, ma senza dirci se ciò rappresenta un male o no, e senza buttarsi in fighissime delucidazioni riguardo grassi di natura e fruizione differenti. Però la mamma dall’ombelico scoperto, potrebbe riconoscere ottusamente il binomio alimento-grassi quale belzebù cattivo, santificando così il taumaturgico effetto del biscotto adatto al bambino.

Questo è solo l’inizio. Più avanti, si dirà che l’economia cinese ha intaccato il nostro mercato, suggerendo l’acquisto delle dodici uova normali, invece che delle sei uova fighe.

Balle, si tratta di fallimento dall’interno.

::blue skied an’clear/aa.vv.

La portata di libri letti e musica ascoltata, aumenta proporzionalmente all’inesorabile approssimarsi della fine delle vacanze. Forse perché il sospetto che riprendere il lavoro mangerà i polpacci al nostro tempo libero, è un mostro che si palesa puntuale allo scadere dell’estate.
È in questo frangente che ho scoperto di avere un cd in sospeso da quasi tre anni!
Tra tutti, mi interessa spendere due parole su questo.

Pubblicato nel 2002, “Blue Skied an’Clear” è la compilation con la quale l’amata Morr Music ha festeggiato il traguardo della trentesima release. Quindi lo fa glorificando Neil Halstead e gli Slowdive, quando indirettamente e quando palesemente. Accendono le candeline sull’altare, gli esponenti di punta di quell’eterogeneo mare di glitch, click’n’cuts, folktronica, retronica e minimale, che è rotta preferenziale per la casa discografica tedesca.

Inutile stare a tediarvi, parliamoci chiaro: è un doppio cd davvero notevole Un disco per le cover dirette, l’altro per i pezzi d’ispirazione. Qualche traccia la trovate qui sul mio blog, in blogradio2.0.
All’inizio, non lo nego, mi è sorto il terribile sospetto che “Blue Skied an’Clear” fosse un triste contenitore di scartine dei vari autori. Passato all’ascolto, mi son dovuto rimangiare tutti i frutti del pregiudizio: gli artisti coinvolti si sono impegnati al loro massimo, togliendosi di bocca uno o due brani che avrebbero fatto la loro fortuna, una volta inseriti nei rispettivi album.
I Lali Puna partecipano con una sola cover, quella di 40 days, ma basta ed avanza! Bernhard Fleischmann è originale e piacevolmente riconoscibile come sempre, ma quando offre il suo riarrangiamento di Here she comes alla voce di Mrs. John Soda, diventa a dir poco spettacolare. Perdipiù, i molto meno conosciuti Skanfrom si cimentano sullo stesso brano, e non sfigurano per nulla!  Anche i Solvent vantano una inattesa duttilità; mentre invece, gli Styrofoam, dai quali ci si aspetta una maggiore affinità con gli originali degli Slowdive, rompono gli schemi nel secondo brano, affogando lo shoegazing più malinconico in una fitta rete di puntuto bleepnoising. Non mancano i Mùm, che rifanno Gun Machine alla massima dolcezza, anticipando quella sopraggiunta debolezza che sarà poi la dibattuta caratteristica dell’ultimo album. I Limp non sono la mia tazza di tè, ma vi assicuro che si fanno comunque notare. I Komëit si distinguono con due brani di dolcezza eterea, tra l’altro sfidando i Solvent sul campo di When the Sun Hits.

Ma ora parliamo delle cose belle parecchio: un monolitico capisaldo, più due sorpresone. Arrivano gli ISAN, e davvero non ce n’è per nessuno: il vocode assoluto di Waves, immerso nei riverberi glitch, non si può né dimenticare né tralasciare; il pezzo ispirato, My Last Journey, ha davvero qualcosa di riconducibile al suono dell’ultimo album (1995) degli Slowdive. Le sorprese arrivano con i Manual e Ulrich Schnauss. Ma chi sono? Sono bravissimi, urge recupero totale almeno dei lavori più celebrati! In particolare, ai primi tocca l’importante incombenza del brano che dà il titolo alla raccolta, ed il risultato è paradisiaco.

Vabbè, qui si supera il limite massimo di lunghezza affrontabile per un post. Zompo a pie’pari gli altri partecipanti (Future3, Icebreaker, Populous, Hermann&Kleine, Guitar), e chiudo dicendo che “Blue Skied an’Clear” è una release difficilmente glissabile, ed un acquisto doveroso per chi apprezza il genere.
La Morr pesca dal miglior passato prossimo della scena musicale, per lanciarsi verso quella che in futuro lo diverrà. E lo fa con classe invidiabile.