::chiubottow talkottow

Da qualche giorno, la Chicco del Gruppo Artsana, tra i tanti costosissimi prodotti per l’infanzia del suo catalogo, pubblicizza in tv il Cubotto Parlotto: premi un pulsante, ed il cubotto restituisce i primi fonemi maneggiabili a partire da un anno di età, secondo la stima della casa produttrice

La caratteristica maggiormente evidenziata nello spot è quella del supporto bilingue italiano/inglese, feature presente anche nel cuginetto Volante Parlante.

Bisogna proprio essere pedagogisti per nutrire dei dubbi sul valore educativo di questi giocattoli? All’insegna delle tre I berlusconiane, i bambini devono subire un imprinting non necessario e fuorviante, durante un periodo importante di costituzione della connessione fonema/oggetto.

Le tre I. Se il Cubotto è interpretabile come un protointernet per infanti, e l’inglese scaturisce con una pressione di bruco, l’impresa chi ce la mette? La Chicco, ovviamente; che in questo modo riflette di sé un’immagine popolata non già da occhialuti esperti in camice, ma da managerini delle nebbie di Grandate, sede della Artsana, impegnati anima e corpo a ghermire i genitori più che la prole.

E se dovesse rompersi il Cubotto, miscelando le due lingue in una sòrta di linguaggio klingon informe? Non si rischia così un figlio blaterante tipo la Dell’Olio?

E perché non rendere selezionabile la seconda lingua? Il mio amico Gianluigi ha già suggerito italiano/napoletano, una risposta di mercato ad una situazione già stabilmente reale. E un bel Cubotto Padano, per la preservazione dei dialetti d’Oltrepò?

Saremo colonia per sempre: omogeneizzato, tu m’hai provocato ed io te dissshtruggo, io me te magno. Uazzammeregan!

::l’arte della disgrazia

La mia collega mi ha squadrato esterrefatta e scandalizzata, mentre ridevo sguaiatamente, quotidiano spalancato davanti al naso, leggendo un articolo riguardo la violenza su donne e bambini.
Ammetto la mia colpa: non ci riesco, a resistere.

Se c’è una cosa che mi tira dalla pancia le risate, quella è l’arte fotografica della disgrazia.
Gli articoli di giornale che trattano gli argomenti di cui sopra, sono sempre più spesso corredati di foto scattate ad hoc: donnine rannicchiate in ambienti tetri, bambini che piangono dopo la presunta violenza… E meravigliose ricostruzioni teatrali di situazioni lui/lei in posizioni e modi drammaturgici:il grandangolo in bianconero con la mano della bimba che compre l’obiettivo a mo’ di difesa; oppure l’ombra del violentatore, moderno Caligari, che oscura minacciosamente il corpo chino di lei; ancora, lei nell’angolo, che guarda in camera come se la stessa fosse lui minaccioso.
Ultimamente, poi, va di moda spixellare i volti dei giovani modelli, come fossero davvero individui coinvolti, dei quali difendere un’eventuale privacy! Un colpo di genio degno del miglior comunicatore moderno.

Io provo, giuro, a non ridere. Ma poi, mi viene in mente, e non so spiegare bene perché, che esiste gente che studia canto per decenni, e poi campa grazie a “Pooooo-po-po-po Po-la-ret-tiii!”, al quale qualcuno dice:”Più pinguino, devi sentirti allegro come su un iceberg al largo!”. E quindi, cosa dirà il fotografo al modello? “Eeeeeh più triste, fammi una faccia disperata, perduta, senza speranza! Eeeeeh piega a vù le gambe, che sembri più indifeeesaaa! Eeeeh!”.
E lì proprio non ce la faccio. E scoppio a ridere. Eeeeh!

::comunicazione urbana povera 6

Sesto appuntamento con le parole della città, dopo prima, seconda, terza, quarta e quinta.

È tempo di fornire un po’ di linee guida. Le foto che vedete qui, sono già il risultato di una scrematura a più stadi, di riproduzioni delle tante tracce individuabili nell’ambiente urbano. Ciò significa che l’appuntamento si ripete solo quando si raggiunge la somma di dieci foto significative. Eppure ci si arriva sempre, incredibile!

Quindi, l’atipico blog percolante dalle mura cittadine è più attivo che mai, in tutte le sue forme. Eccovi le ultimissime d’inizio autunno.

::dichiarazione alla livornese

Boia dé, ti amo e non lo sai.

Quest’omino stralunato, straparlante, straordinario, è apparso sotto la finestra dell’interessata, un bel giorno d’estate. È strano come l’autore crei un personaggio portatore insano di una dichiarazione implicita, e poi lo abbandoni al flusso di un’esposizione mediatica così aperta e trasgressiva; questo però rende il tutto ancora più coreograficamente insano.

Boia, boia, boia.

::fenomenologia dell’umorismo gigliato 1

Il tipico umorismo toscano popolare si basa su cliché tradizionali ed elementi di lazzo semplicistico, due vie ben lontane dall’arzigogolata costruzione di certe battute partenopee, ad esempio.

Quando applicato in modi e tempi consoni, produce effetti diffusi e prolungati. Nelle occasioni in cui il miracolo non ha luogo, però, tutto ciò che si riesce a racimolare è un pesante imbarazzo, e qualche mano che stringe sconsolata le tempie.

Per esempio, sforzatevi di ridere per questa scritta.

::ritalinitaly

Questa scritta qui non è messa lì a caso, anzi! Fa bella mostra di sé proprio sul muro di uno dei plessi scolastici del centro cittadino, una di quelle scuole primarie molto frequentate dai rampolli locali alle prime uscite pubbliche, il tipico luogo dove si insegna a scivere “aiuola” alla classe dirigente di domani.

La pillola magica che depaupera l’insana energia infantile, arriva in troppi casi e troppo spesso, a salvare l’appuntamento col medico per il controllo delle protesi mammarie. Così, in mancanza di una parola dall’alto, l’allarme parte dal basso notturno ed urbano delle bombolette di nero.

::reggia fuorisedistica affittasi

È stata l’ultima clamorosa informazione a farci ridere per ore (sì, siamo gente semplice), ed a far risaltare questo annuncio d’affitto per studenti universitari, tra quei millemila che vanno a formare il tradizionale découpage d’ornamento, aureola dei portoni delle facoltà.

Secondo me, serpeggia, tra i fuochi artificiali ed i carnevali brasiliani dell’annuncio in questione, una micidiale fregatura. Vattelapesca, mah…

::frasi fuori luogo

Le due iscrizioni sono state piazzate sui due lati di una panchina muretto, posta al centro del cortile di quel meraviglioso complesso in centro, del quale abbiamo già discusso.

Non è bastato, quindi, ingabbiare i sinistri balconi dell’Ex Carcere delle Murate: ci voleva anche una bella presa per i fondelli. Il messaggio sembra quasi essere:”Goditi la bella celletta che ti abbiamo assegnato, resta fermo lì, deprimiti in modo partecipativo.”. Non solo: uscire, incontrare persone nuove, evadere dallo spazietto stagnante, vedere il resto della città, cosa produce?. Produce torbidità, promiscuità infette, contatti insani.

Qualcuno fermi gli architetti.

::finalmente siamo nessuno

Guest star della sesta edizione, la foto fornita dal Prof. Antonio Sofi, una vera chicca.

Siamo informatizzati, satellitarizzati, motorizzati (sì, è uno scooter quello!), cellularizzati. Siamo veloci, ed abbiamo contatti veloci. Quindi siamo i nostri stessi contatti, e se ci contattiamo abbiamo raggiunto una meta importante.

Ci contattiamo alfine, e quando questo succede, non abbiamo più nulla per riconoscerci e farci riconoscere, perché non siamo più noi. Citando i Mùm, finalmente siamo nessuno.

::istruzioni distruzioni

Non siamo le cause, nooo, mai mai mai. C’è uno, tipo, che è cattivo, proprio lo pagano per fare il cattivo. Se l’Africa ha fame è colpa sua, se ti si rompe il freno della bici è colpa sua. È sempre colpa sua. Abbiamo già tirato le monetine all’uscita dell’Hotel Raphael a suo tempo, che la colpa era sua, mica nostra quando si votava.

E se invece di essere distruttivi, provassimo preventivamente ad essere costruttivi?

::fenomenologia dell’umorismo gigliato 2

E se non vi fosse bastato l’esempio precedente, questo allontanerà qualsiasi dubbio residuo. Qui siamo proprio ai primordi della comicità popolare, alle origini dei perché della tensione zigomatica.

Per dire, questa è la fermata di Ponte alle Grazie. Io lo so, lo so che tutti noi abbiamo pensato la stessa cavolata, una volta nella vita. Ma da qui a scriverla nero su arancio…

::venghino siori

Non saprei trovare definizione più azzeccata e lapidaria per questa città.

Ora che anche la popolazione universitaria è stata dimezzata dal decentramento delle facoltà, rimane solo un parco giochi rinascimentale, a soddisfare il flusso turistico costante. Il resto è agglomerati di case, molte sfitte, date a peso d’oro agli studenti ed agli stranieri, per la gioia degli ex cittadini ora dislocati nei posti fichi dell’hinterland.

::aver fede nei numeri

Come da tradizione barzellettistica, Barabba libero e Gesù stopper.

C’è chi trova più sicura salvaguardia della sua anima in un cross teso da destra, che nell’aiutare il proprio prossimo. E la differenza sta nel numero, perché la formazione della trinità è troppo sbilanciata verso la difesa, mancando quasi del tutto di propulsione d’attacco.

Basta, quindi, con queste figure divine rintanate nella loro patetica melina fra bene, altruismo e speranza. Questi tempi richiedono figure d’attacco, numeri dieci.

::geogaddi/boards of canada

Non sono uso a blaterare riguardo ogni vecchio libro ed atavico album che mi passano tra le mani, ma faccio volentieri uno strappo alla regola in vista del nuovo album dei Boards of Canada, in uscita a giorni.

È da un bel po’ di tempo che il duo scozzese Sandison/Eoin fa bella mostra di sé nel parco musicale internazionale. Quest’album però rappresenta senza dubbio la loro opera più complessa e completa: ventitrè tracce, tra jingle e pezzi pieni, dei quali l’ultimo è volutamente muto, tanto per raggiungere quei 66 minuti e 6 secondi di tempo totale che fanno la gioia delle menti più semplici.
Un sapiente uso di tecnologie vecchie e nuove sono trama ed ordito di quella che, inutile nascondersi, è una botta di chillout in pieno viso, del tipo proveniente da quella cosiddetta “musica cosmica” che rende malleabilmente cartilaginee le strutture connettive di ogni singolo brano.

La qualità espressa dai due scozzesi è fuori discussione: nulla è banale, mai. Ogni brano, una volta individuato il mellifluo loop che regge il tutto, viene arricchito dal collage rumoristico che lo rende unico e riconoscibile.
Di tutto l’arsenale sonico di cui dispongono, i Boards of Canada danno il meglio quando si tratta di distorcere ed applicare la voce umana: il vocode di 1969 è memorabile (la aggiungo nella blogradio), e la base d’onda triangolare filtrata ricorda direttamente un papà di tutti i moderni album new age, “Incantations” di Mike Oldfield. Difatti, la commistione tra basi percussionistiche dal sapore tribale e flauti lowfiltered cala su buona parte del disco un’ombra di new age dai toni più cupi. L’effetto risultante è quello di assistere ad una liturgia ancestrale, diretta verso divinità siderali.

Il vero problema del cd è la trama tenue. Ogni traccia ha una bella struttura, molle ma complessa, che però ripete sé stessa senza alcun guizzo, senza mai segnare il tragitto percorso con un sasso, una separazione, qualcosa di individuabile. Ascoltato un paio di volte, l’intero album passa dalla grande novità al piatto stile BuddhaBar, che celebra solo sé stesso e la fighetteria dell’avventore radicalchic.

Per questo motivo, se siete tra quelli che consigliano i dischi “per i momenti di relax”, questo diverrà sicuramente il vostro preferito, accendete già da ora gli incensini e le candeline. Se invece non avete bisogno di musica “uso e consumo”, a me pare proprio il caso di cercare più in là.
Magari proprio l’album dei Boards of Canada prossimo venturo, chissà.

::gattabuia architettonica

Girare per la città in bicicletta, con la prima aria autunnale che frizza nelle narici, è uno dei piaceri che la mia sindrome di Peter Pan preserva dall’usura del tempo.
Qualche giorno fa, il mio peregrinare da perdigiorno stagionato mi ha portato all’Ex Carcere delle Murate, un ampio complesso in pietra nel cuore di Firenze, utilizzato anni addietro per iniziative, cineforum, concerti, mostre. Ricordo ancora una sera estiva, io studente vicino all’inutile laurea, durante la quale il maxischermo trasmetteva una partita di calcio, importante semifinale con la squadra della Croazia contro…boh, qualcun altro. Ci siamo disinteressati ben presto della partita, per spendere maggior attenzione verso le splendide ragazze croate sedute accanto a noi. Le quali, evidentemente, fecero la stessa pensata, ed il resto è storia.

Tornando alle Murate, ho finalmente potuto apprezzare il lavoro di recupero urbano, effettuato secondo le linee guida fornite da Renzo Piano, affinché l’ex carcere potesse diventare la casa di quarantacinque giovani coppie. E quello che ho visto mi ha, come minimo, lasciato molto perplesso.
Ora, io non sono un architetto, pertanto mi appello al giudizio di chi ne sa di più, cliccate per vedere anche voi. Ai miei occhi da profano, la cosa sembra funzionare così: sebbene ad abitarvi ci siano novelli nuclei familiari, è stata seguita quella logica perversa, secondo la quale il recupero debba preservare un’impronta del passato. Per la gioia degli inquilini, quindi, sono stati inseriti dei lunghi tubi verticali in posizioni irregolari oblique, ad unire i balconi deformi e spigolosi, cosicché il complesso andasse a disegnare una specie di gabbia sgangherata.

Secondo il mio parere, trattasi di inutile cafonata, discutibile gesto atletico d’architetto, indesiderato esorcizzatore di fulmini e saette. Non so a quanti di voi farebbe piacere vivere in una piccola Alcatraz da cartone animato della Warner di Tweety e Silvestro, non è che la visione d’insieme sia questa gran botta di gioia.

Chi traccia i confini del buon gusto, quando si tratta di recupero urbano? Conta più il significato dell’opera in sé, o le necessità di chi ci andrà ad abitare per lungo tempo?

::takk/sigur rós

L’effetto immediatamente riscontrabile dell’avvento del nuovo disco degli Sigur Rós, è senza dubbio il proliferare di recensioni dai toni clamorosi, a tratti ridicoli, e dai risultati esilaranti che ne conseguono. Il momento più divertente è quando il recensore descrive il singolo brano mediante la solita proiezione mentale del panorama islandese, quando frigido e quando più caliente. Imperdibile.

La musica degli Sigur Rós rappresenta il brivido sperimentale estremo dell’ascoltatore vascorossista, relegata al solo usufrutto episodico del tipo “‘na musica che è ‘na fandasia de fate, da sentì quanno che devi da stacca’ e rimetterte impace cor monno”, niente a che fare con “‘na musica che cioè che tipo te dà ‘n’energgia ch è ‘na scarica, c’hai presende?”. Perché allora il vascorossista conosce gli islandesi? Perché si sono messi in luce mediante il film “Vanilla sky“, e Tomme Criuis è stato involontariamente un insospettabile apripista; col risultato che la loro musica antecedente al film non viene mai riesumata nelle recensioni.
Ed è proprio a favore delle sciampiste delle sette note, che la EMI ha deviato l’originale minimalismo malinconico raggiunto dai nostri nel lavoro precedente, verso linee di sviluppo più tradizionali, masticabili da platee ben più ampie. I tipi, senza scomporsi più di tanto, sono riusciti a trovare il modo di reinterpretare la loro musica in una costruzione meno ostile, grazie alla classica struttura del crescendo, oppure perseguendo accordi semplici ma con tempi 5/4 o 7/4. Se le sono inventate tutte, anche chitarre e basi di percussioni atipiche per loro.

Le prime quattro tracce del cd fanno parte di un unico gioioso crescendo, la parte migliore dell’intera produzione. I pezzi lunghetti si presentano in modalità meno ostica, evitando gli spaesanti attimi di silenzio tipici della band. I pezzi che proprio non vanno giù, invece, sono gli ultimi due: sembrano davvero incastrati lì come due ghosttrack; o almeno, questa è la mia impressione.
Quando Jónsi Birgisson disse che questo sarebbe stato “…un disco rock islandese…” (sic), non mentiva. Ora il guaio è questo: chi voleva abbassare le luci di casa, riaccendere le candeline e gli incensi, sedersi in posizioni qualcosaterapeutiche su grossi cuscini al centro della stanza, prima di premere play, si sarà sentito tradito dalle fatine troppo energiche, restandone deluso nell’incapacità di liberarsi dal concetto di “musica da ascoltare quando”; chi invece voleva assistere alla naturale evoluzione della specie, ha visto un bruco divenire una crisalide, poi una crisalide divenire…un moscerino, un moscerino a tratti orchestrale ed a momenti rockeggiante, non una farfalla sperimentale e sorprendentemente innovativa.

Nonostante questo, il disco ha una sua identità marcata, ci si diventa subito amici, non lo si può dire di molti altri. Lo considero un’opera di transizione ed automodulazione, in vista di qualcosa che verrà.
Sia esso tradizionale o rivoluzionario.

::vicissitudini parallele di eroi della nostra adolescenza

Il cinema d’animazione coreano, dai primi esperimenti degli anni 60 ai successi dell’ultimo trienno, passando dalla grande crisi negli anni ’70, è argomento troppo vasto da poter comprimere in un unico post “affrontabile”.
Ma io ed i miei amici siamo stati tramortiti da un periodo particolare della koreanimation. Preparatevi quindi a cliccare sui link.

Durante tutti gli anni ’70, in Corea, pagava ben più lavorare come intercalatori e bassa manovalanza per i giapponesi, rispetto al farsi finanziare un progetto nazionale, che non fosse il tradizionale lungometraggio stagionale estivo o natalizio. Le produzioni giapponesi, però, non potevano essere importate senza un’attenta epurazione, a causa di una legge volta al rispetto della generazione che aveva subìto la quarantennale occupazione nipponica. In pratica, un circolo vizioso, a suon di subappalti.
La chimera degli animatori coreani era il riuscire a coprodurre una serie con i colleghi isolani ricchi, botta di fortuna capitata solo alla TBC, lo studio dalla breve vita che collaborò alla serie Ogon Bat (“Pipistrello d’oro”, da noi Fantaman). E invece.

Invece, Kim Chung-Gi dimostrò a tutti che copiare poteva pagare ben più del creare, regalando ai bambini coreani l’eroe che li farà impazzire di gioia. Robot Taekwon V è difatti una mera copia di Mazinger Z, meno tecnologica e più manesca; eppure la sua fama riesce ad arrivare sino ad oggi, con l’annuncio di un imminente film dal vivo dedicato ai bambini di ieri. In pratica, il Goldrake coreano.
La pista battuta dal cuginetto scemo di Mazinga si rivela una miniera d’oro. Le idee originali sono bandite dalla scena coreana dell’animazione, a favore di copie parziali e/o integrali di character design, personaggi, mecha design, storyboard, tutto ciò che poteva essere rubato ad altri autori. Le musiche no, le musiche sono sempre delle indegne marcette infantili che mal si sposano con ciò che scorre sullo schermo.
In alcune delle serie di Robot Taekwon V, vi sono così tanti cloni, da poter utilizzare il cartone come terreno di sfida per gare fra intenditori! Iron Man, Harlock, addirittura Bambi! Tutto fa brodo, se è lì, già bello e scodellato, pronto per essere integrato alla men peggio col resto dell’eterogenea brigata. E lo stesso vale per tutti gli altri lavori coreani dell’epoca: Macross, Daitarn III, Arbegas, Gatchaman, Transformers, Raydeen, Galaxy Express 999 e parecchi altri, tra i quali un deplorevole cameo da cattivo alieno interpretato da Danpei Tange, il burbero allenatore di Joe Yabuki nel celebre Ashita no Joe (Rocky Joe in Italia).

In tutto questo stilettare alla cieca, il vero colpo al cuore è quello intitolato Run! Mazinger X, una micidiale scopiazzatura dalla serie e dal film pilota di UFO Robo Grendizer, vale a dire Goldrake! Una millantatura perversa che StellaDiFleed studia comparativamente per evidenziare punti in comune e scollature dall’originale. Premetto, che, essendo Koji (in Italia, Alcor) il pilota di Mazinga, per i coreani l’eroe è lui, quindi Daisuke (Actarus)  fa la figura del contadinotto piagnone per tutto il lungometraggio.
Un’endovena di raccapriccio.

Il giro nella casa degli orrori animati coreani è stato gentilmente offerto da Yanus91. Ora tocca a voi.