::grande concorso universimarket

Hey tu, marpione neodiplomato!
Grazie per aver scelto la nostra università, tra le tante che il mercato offre. Non te ne pentirai, in cambio di poco studio e tanta energia cinetica, faremo di te un orianofallaci ricco e giramondo. L’abbiamo promesso anche ad altri, è vero, maaa…tu ci piaci in particolare, si vede lontano un miglio che tu solo hai le carte in regola per fare il giornalista freelance, e diffondere il verbo delle Nuove Tecnologie nel mondo!

Hai ritirato il tesserino per raccogliere i crediti alla fine della tua spesa culturale? Bravo! Fai incetta di punti, per ricevere in regalo il futuro sicuramente radioso che ti spetta di diritto. Anzi, dai già un’occhiata: sceglierai in dono “Storia del brodino mitteleuropeo” o “Analisi del benessere impanato II + laboratorio”?
Intanto, permettici di farti un piccolo regalo interessato d’ingresso, o fresca ed aitante matricola. IdeaLink S.r.l. è una società milanese che raccoglie e rivende dati riguardo l’università italiana, ed ora ha bisogno dei tuoi! Comincia col beccarti lo zainetto promozionale “University Box” (che fico l’inglese, è una delle tre i), con dentro i regalini degli sponsor (che ti invitano con chiare proposte commerciali), e defeca i tuoi dati nell’apposito form, che se li devono vendere in qualche modo. Puoi vincere ricchi premi, per il valore complessivo di 5549,70€!

È con questo tipo di iniziative, che vogliamo chiarirti cos’è oggi l’Università: un concorso sponsorizzato da grandi marche. E te lo diciamo da subito, sin dalla tua immatricolazione.
Un felice percorso di studi a te, e tieni sempre d’occhio le nostre offerte sbarazzine e supergiovani! L’università sei tu, chi può darti di più? Come puoi constatare, noi no di certo.

::tarli retroludici casinari dalla stella uru

Perdonatemi sin d’ora.

Per l’alto grado di fuffosità retrogeek, questo è senza dubbio il post più farlocco che io abbia mai concepito. Vi consiglio di correre via il prima possibile, se siete sani di mente e ci tenete a preservare tale condizione.

Chi è nata prima, la studentessa o l’aliena?

Nel lontano 1986, la Japan Leisure Corporation, meglio conosciuta come Jaleco Ltd., rilasciava per le sale giochi un giochillo di piattaforme, ben corredato di quel chara tipico del tempo: Momoko 120%. Aldilà del gioco stesso, si faceva notare in particolar modo la musica, una copia integrale del tema più celebre di Urusei Yatsura, quella Lum no Love Song che anche noi italiani riusciremmo a riconoscere come “la canzoncina di Lamù”.

Strano che nessuno abbia mai protestato, denunciato e giustamente riscosso. Strano davvero, anche perché l’86 doveva essere l’anno dei grandi introiti per la celebre serie.

Nello stesso identico anno, la stessa identica ditta di videogiochi rilasciava il tie-in Urusei Yatsura – Lum no Wedding Bell (che potete giocare direttamente qui mediante un emulatore java) per Nintendo Entertainment System (NES), vale a dire il gioco ufficiale della serie, con la stessa musica (stavolta a ragion dovuta), la stessa struttura di gioco, pressoché la stessa mappatura grafica (a meno della differente risoluzione dei due sistemi). Cliccate sulle immagini per confrontare le due schermate.

Anche l’andamento della storia è lo stesso per entrambi: la protagonista ripercorre diverse età scolastiche, durante le quali, portando ella grande sfiga in tutti gli stabili della pubblica istruzione nipponica, dovrà salvarsi da un incendio incombente; questa cosa la porterà al matrimonio, ovviamente. Dai ragazzi, fingete che sia una conseguenza ovvia, annuite su!

È stata l’idea della ragazzina con la pistola a trasformarsi nella controparte videoludica dell’aliena orco, o viceversa l’intera struttura studiata per un prodotto di punta è stata riutilizzata per farci più soldi, musica compresa? O ancora, era già bell’e pronto il lancio del gioco di Urusei Yatsura sia arcade che home, e qualcosa nelle concessioni è andato storto?

È da anni che subodoro una storia strana assai, sicuramente fatta di diritti non rispettati, giri contorti di soldi e carriere, e quant’altro. È un mio chiodo fisso, per quanto futile.

Non fate quella faccia, d’altronde vi avevo avvertito all’inizio, no?

::la fabbrica del sociale

A me piace molto leggere i blog sciampistici, quelli delle ragazze spesso del centronord benestante (bolognesi in particolare) che si danno la carica a botte di gatti scarpe incensi candele ed antiberlusconismo, per puntare a realizzare i propri sogni. Mi piacciono proprio perché mi ricordano come funziona la fabbrica del sociale, qui nell’Occidente assoluto.

La fabbrica del sociale usa come biella e manovella due frasi sciampistiche, una stappa e l’altra tappa.
Quando sei lì che devi realizzarti, intorno a te rimbomba una voce lontana, che si spezzetta in tanti messaggi del tipo “insegui i tuoi sogni, se ci credi davvero essi si realizzeranno”, un tarocco di Dawson’s Creek pizza mandolino e panettone. Come spermatozoi sparati verso l’uovo, saranno pochissimi ad arrivare dall’altra parte, a confermare che, sì, è tutto vero. La voce di quei pochissimi sarà quindi amplificata a dismisura dagli altoparlanti della fabbrica, rinnovando per la prossima infornata l’esca sonica lanciata in partenza.
Affinché il sistema possa considerarsi chiuso, c’è bisogno della frase tappo per la grande massa dei normali perdenti:”la felicità te la trovi da solo, nelle tue piccole cose d’ogni giorno, senza dover seguire altri modelli”. Ebè certo, a quel punto la fabbrica deve usarti solo in quanto compost di basso rendimento, ma prima ti stabilizza socialmente, con un’azione di quenching che tende a disinnescarti in maniera pacifica. Intanto, una bella fetta della tua energia, sotto varie forme, è stata già assorbita: hai assolto alla tua funzione sociale.

Tempi di autoanalisi per me: piagnucolo e “rosico”, come amerebbero ripetere le sciampistiche in questo caso, o ne sono convinto in maniera correttamente indipendente? E allora, autoanalisi sia.
Risultato: oddio, non solo ne sono convinto, ma mi pare proprio che, individuati gli ordini di grandezza, la piccola oscillazione causata dalle decisioni che prendiamo, dalle cose che facciamo, da come affrontiamo le situazioni importanti nella vita, sia proprio nulla se comparata alla casualità intrinseca nella vita stessa. Ad un certo punto, tiriamo le somme, e diciamo “oh come son stato in gamba” oppure “oh quanta sfortuna ho avuto”, pensando ad avvenimenti chiave, in positivo o in negativo, nei quali ci siamo imbattuti. Ecco, quella è solo un’allucinazione, e funziona come gli oroscopi: ci sembra che ci azzecchino solo perché la nostra mente conteggia quel paio di fortuite luminose corrispondenze, e non quell’ammasso di discordanze lì nell’angoletto buio.
A dispetto di tutte le personali storie strappalacrime e novelle eroiche, da raccontare per smontare questa visione della cosa, la mia opinione è che i risultati siano totalmente svincolati dalle scelte, e quindi non esistano né merito né demerito, almeno in questa realtà. Sì, qualsiasi cosa facciamo. Sì, qualsiasi cosa non facciamo. Sì, anche se battiamo i piedini in terra e piangiamo forte forte, urlando che siamo noi a gestire il nostro destino.

Da qualche tempo, quando mi raccontano i motivi di un successo o le vicissitudini di un insuccesso, rido. Rido molto più dentro che fuori. Rido anche e soprattutto di me.

::sidcompo 5

SIDcompo, uno tra i più importanti concorsi annuali di musica per Commodore 64, arriva all’atto risolutivo della sua quinta edizione: la votazione.

Ventisette autori, coperti dall’anonimato fino alla classifica finale, hanno spremuto al meglio i tre canali audio del SID, il glorioso chip ricordato nella classifica dei venti più importanti circuiti integrati di sempre. Come risultato di tale sforzo, sono saltati fuori dal cappello musiche oniriche, brani malinconici, italodisco, fantasie funky, echi da medioevo, strutture minimaliste, shoegazing d’altri tempi, chiare prese per i fondelli.

Nel mio piccolo, ho dato una mano all’organizzazione della competizione, donando un po’ del mio spazio web come ripostiglio alternativo per i file più ingombranti: file .ogg, masticabili da tutti i lettori multimediali, ricavati da registrazione diretta dei brani riprodotti dalla macchina originale.

Data la facile fruibilità del formato, ho pensato di farvele ascoltare. Le registrazioni durano quanto basta da poter ascoltare il brano oltre l’eventuale punto di ripartenza ciclica. Chissà se qualcuno riuscirà ad individuare la mia, nel mazzo delle tante.

::poetry of a lonely mind ::spank! ::exploring new worlds
::i have a knot in my… ::nightbird ::i wanted to create…

::bombs over dresden

::data disco

::interstellarian love
::hangman’s swing

::bossah nova

::solar incantation
::run from a ghost

::in deep freeze

::dazzy levstovski

::future impulse

::valley of dreams ::assata’s song
::water is fun ::trainline andromeda ::wall of fire
::pick it up ::transylvanian whipping

::error 23

::zion ::lemme eat the rastertime ::pms

::l’autunno del nostro scompenso

E sia, allora, un po’ di fuffa da parte mia. Per non dimenticare.
Per non dimenticare che ci hanno rotto mediaticamente le scatole per mesi e mesi: prima col freddo che più freddo non si può, praticamente una nuova era glaciale; poi col caldo che più caldo eccetera, il capitolo finale dell’effetto serra, un pianeta perduto; infine col mix dei due, dinamo perversa generatrice di tornado tempeste tifoni, ed in genere tutto quello che comincia per t e fa parecchio vento.
Quando le polemiche sintetizzate in laboratorio per fuorviare l’opinione pubblica non funzionavano più (crocifissi, immigrati, malate di franzonite acuta in genere), si parlava del tempo. Prima notizia: il meteo; a seguire: lavoro che manca, guerre sfuse/all’ingrosso/di stagione/in saldo, inefficienza politica varia, cronache di tv morente.

Come passo successivo, mi aspettavo seguissero scenari apocalittici, tipo la pioggia meteoritica di Conan ragazzo del futuro. Ed invece, da settimane e settimane, ci stiamo godendo una mite e poco piovosa mezza stagione come dio comanda. Alla faccia del non esiste più, dei treni che arrivano in orario, dello stare meglio o peggio di quando.
Una lunga e normale mezza stagione, della quale nessuno dice in prima pagina:”Oddio, com’è media questa mezza stagione, erano millemila anni, a memoria di meteorologo, che non se ne vedeva una così apocalitticamente normale!”. Una ostinata mezza stagione, inadatta a diventare distrazione per i teleutenti. Peggio, una metastabile mezza stagione, sfacciata foriera di cambiamenti dietro l’angolo, sospesa tra il prima ed il poi.

Tra un po’, il normale inverno prossimo venturo subirà l’abituale mutazione mediatica in nuova glaciazione; Studio Aperto annuncerà l’avvistamento di esemplari sopravvissuti di mammuth e tigri dai denti a sciabola.
Ma prima che questo accada, spezzo una lancia a favore della meteorologia reale contro quella virtuale televisiva. Tenetelo bene in testa: il 2005 è stato un anno caratterizzato da una mezza stagione di dolce tediosa e squassante mediocrità. Dopodiché schioccherò le dita, e voi vi desterete, dirigendovi su altri blog.

::nonni salvadanaio per un benessere apparente

Forza forza forzaforzaforza che l’offerta nonni sta per terminare! È la vostra ultima occasione!

Sode nubili trentenni, baldi celibi trentenni, vi sarete accorti di quanti vostri coetanei stanno facendo la scelta giusta: convolare a giuste nozze. E vi sarete accorti anche del cambiamento puramente economico che premia i vostri amichetti ex single, vero?

Ad un certo punto, zacchete appare una casa di proprietà, a sostituire il vecchio appartamentino in affitto ladresco; zacchete appare un’automobile nuova fiammante, altro che la macchinetta comprata usata dopo la laurea; zacchete appare una vacanza al mare per l’intero mese di luglio, mica il vecchio sacco a pelo infilato alla men peggio nello zaino per la misera toccataefuga in una capitale europea a caso.

Chi si sposa oggigiorno, può rompere un porcellino pieno d’oro: i nonni. Un aiuto insperato da sommare a quello classico dei genitori.

In un mondo in cui i nonni non hanno più appigli storici e sociali ai quali ancorarsi, sbandierargli sotto il naso valori così riconoscibili come matrimonio e figli, fornisce loro la miglior motivazione per dilapidare quei risparmi accumulati “quando era possibile”, nell’Italietta del boom. Aiutandosi con qualche prestituccio dei tanti, sortiti come funghi durante questo biennio, i giovani sposi possono acquisire quei beni di consumo che permettono loro di potersi specchiare negli servizi metapubblicitari dei telegiornali, e riconoscersi integrati, finalmente. Con le vacanze estive, l’home theatre, il viaggetto, il passeggino stratecnologico, il sogno della moto, il SUV, la settimana bianca e quant’altro.

Ovviamente è un benessere fittizio e temporaneo, ma basta così poco per illudersi. E se proprio le cose dovessero andare male, ci si separa o si divorzia. E si torna da mammà, che non dice mai di no, figlia mia sei e figlia mia rimani la porta di casa tua è sempre aperta. Chissà se il boom delle separazioni consensuali trova radici anche in questo. Chissà eh?

Ecco quindi chi erano i supernonni ipotetici, superricchi superfichi supersuper, che negli anni ’90 facevano capolino dagli spot della pasta, tra figli aitanti managerini e nipotine collegiali privile(a)giate. Erano i nonni che già conoscevamo, però in un contesto di benessere traslato: loro sono rimasti ad una stabilità acquisita, mentre è la situazione di noi trentenni del terzo millennio ad essere peggiorata!

Forza su, va bene che la medicina ha fatto progressi, ma i nonni restano un bene passeggero e consumabile. Ora o mai più, auguri e figli manager.

::la tigre e la neve

Sono andato a vederlo con le manine giunte, ripetendo il mantra del “madonna speriamo non sia mieloso populista ed imbarazzante”, ero con i miei genitori (caso unico speciale irripetibile) e questo mi ha abbassato le difese.

Facile. Un film talmente facile che ti fai quelle du’risate, commenti quelle quattro riflessioni in croce su Tutte Le Guerre Del Mondo, metti il cappotto, raccomandi di stare attenti alla botta di freddo quando s’esce dalla sala, e pufff, la storia è bella che svanita.

Come da copione, e da copione del copione, non c’è una scena senza il protagonista. Inutile stare a cercare i difetti nella particolare recitazione della Braschi, attrice principale e produttore del film: dopo averla vista in “Mi piace lavorare“, ci siamo resi conto tutti che quel tipo di recitazione è una conduzione/condizione che le impone il marito regista.
L’alternanza tra risata e momento triste compete in precisione con l’isotopo del cesio, una perfetta macchina accaparratrice di facili consensi. E, nonostante la fiera delle ovvietà, qui e là si nota un uso della macchina ed una fotografia non banali, da veterano, nel proprio piccolo. Il ché fa piacere.

“La tigre e la neve” è un perfetto film scappatoia, il jolly da giocare quando, costretti dal gruppo di amici ad andare al supermultisala fatto in lego, dovete mediare: o questo, oppure l’americanata coi neri delinquenti che si sfidano sui macchinoni cinisellocafoni.
Meglio questo.