::immigrates invasion from planet voolvah

È proprio vero: c’è invasione ed invasione. C’è quella che fa levare il capo ai calderoli di tutto il mondo, che si usa legare a doppio filo alle statistiche sui crimini annualmente commessi, che diviene presto il tubo di scarico di tutto il malessere attuale del mondo del lavoro.
E c’è quella buona, quella da non pubblicizzar troppo, ché poi finisce la pacchia.

Già da qualche tempo, le regioni del centrosud italiano hanno subìto un biondo giovanile e sorridente terremoto sociale: l’Avvento delle Polacche, il blitz di un esercito extracomunitario minacciosamente armato di coscia lunga e buonissime intenzioni. A dispetto della limitata eco meritata, il fenomeno è stato talmente massivo e ficcante, da forzare la sua integrazione nel tessuto sociale nostrano con notevole naturalezza, come fosse l’ennesima festa americana divenuta tradizione anche da noi. Ora come ora, si contano episodi ad esso legati lungo un po’ tutto lo Stivale.

Le polacche sono in città. Dopo pericolose ricerche nell’universo camorrista del latifondismo agrario campano, ho potuto ricostruire un modello accettabile, che suona più o meno come segue.
Tra quelli assoldati per importare manodopera extracomunitaria sottocosto, qualcuno avrà ben pensato di farsi un traffichino extra aggiungendo un canale di belle ragazzotte dall’Est. Ma lo stesso qualcuno non poteva immaginare quanta offerta e richiesta ci fossero in questo mercato: le polacche hanno cominciato a trainarsi da loro, escludendo qualsiasi intermediario. Anche perché nella maggior parte dei casi non parliamo di prostituzione, bensì di matrimonio: le polacche hanno trovato una miniera d’oro nei sessantenni locali, dotati di nutriti risparmi e mogli coetanee incartapecorite. Rovinafamiglie sì, meretrici no.

L’altra sera, al bowling, giocava alla nostra destra una famigliola composta da: padre panzottino sessantenne, coppia di figli adolescenti e donzella dell’Est in imbarazzanti shorts di pelle nera e calze a rete, sorretti da 28 Kg di raffinato catenone. Dapprima, ci siamo guardati tra di noi, con la faccia del “ma guarda te”. Ma poi, partita dopo partita, ci siamo trovati in minoranza: erano molte, inaspettatamente molte, le coppie sessantenne/polacca.
Di questa vulvica immigrazione, non si odono calderoliche voci. Ma guarda un po’, chissà perché, eh?

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::light+shade/mike oldfield

Ci son voluti altri tre anni, prima che il caro Michele Campovecchio ci deliziasse con una fresca uscita delle sue. Tre anni, durante i quali s’è voluto intestardire nel progetto Maestro, sorta di ibrido tra videogioco ed esperienza virtuale.
Uscito a settembre, “Light + Shade” s’è rivelato per quello che è: una di quelle composizioni dalle quali difficilmente si estrapola un giudizio decisivo, lontano da qualsiasi forma di coinvolgimento da fan, in positivo come in negativo. Ora è dicembre, diciamo che se ne può discutere.

Mike Oldfield, ex diciottenne rivelazione, causa prima dell’ascesa della Virgin nel mercato omnimediale, ha veramente suonato di tutto, riuscendo a diversificare il proprio prodotto ad ogni nuova produzione, ma conservando come marchio facilmente riconoscibile, una musicalità (un sound, si direbbe nelle recensioni “cioè cazzo fighe vasco energia soul”) sua e solo sua. Quando scrivo “suonare di tutto”, intendo sì tutti gli stili, ma anche tutti gli strumenti. Di tutto, appunto.
Ancora una volta, cambia casa discografica, e firma con la Mercury Record (della Universal, per intenderci) per tre nuove release, come fece ai tempi della burrascosa transizione Virgin-WEA. Così, forte dell’esperienza terapeutica di Ibiza, e del passo notevole verso l’approccio vagamente tunz-tunz osato nel precedente album (ascoltasi il brano Return to the Origin, da tempo nella mia blogradio), zio Michele decide di pubblicare a peso: due bei cd in confezione unica, uno con la chillout per cui è celebre di questi tempi, un altro con la simil-commerciale tratteggiata di pop (è dai tempi di “Ommadawn” del 1975 che la canzuncella pop a mo’di regalo non manca mai).
Regalo regalone, quattro delle tracce sono date anche in formato U-MYX. Questo permetterà agli utenti di giocare con i brani come fossero puzzle, registrare il proprio remix e concorrere mandando la propria versione.

Ai primi ascolti, ti verrebbe voglia di sputare veleno su tutta la carriera di Michael Gordon Oldfield, e sei lì lì per usare il tuo peggior franceschiello: ti sembra tutto già sentito, senza alcuna minima spinta evolutiva né nel suono né nella melodia. Il fatto che First steps, dieci minuti dieci a metà del primo cd, riprenda ancora una maledetta volta i temi dei progetti MusicVR/Maestro, ti sembra una sonora presa in giro. Quando poi si vanno ad affondare i denti nel tunz del secondo cd, ci si sente spaesati, tra deliri commerciali e pop quattroquarti. Imprechi contro gli immensi giocattoli tecnologici che fanno di Mike Oldfield una banda da un solo uomo, e ti chiedi se non è il caso di riascoltare qualcosa di suo, ma degli anni ’70 o ’90.
A tutto questo, aggiungete, verso la fine del secondo cd, la presenza di una micidiale versione da discoteca della tradizionale “Romance de Amor”, che rovinerà la vostra giornata in qualunque condizione di tempo e spazio, nel giro di una trentina di imbarazzanti secondi.

Ma attenzione: questo è proprio il classico album bastardo dentro, che cambia radicalmente dopo una maggior frequentazione con i propri padiglioni auricolari. La chitarra usata in quel modo può essere solo di Oldfield, e dopo un po’ ti sembra di carpirne il segreto della varietà inoculata nel suo timbro così tradizionale. La commistione tra le strutture melodiche commerciali e la prodezza del gesto solitario non è individuata da una linea di separazione ben marcata; anzi, stupisce riscoprire i due cd, presentati tipo “angeli versus demoni”, ben più simili di quanto si potesse sospettare.
Ancora una volta, quel geniaccio lì ha trovato una via del tutto personale, per piegare ai voleri dei suoi vibrato un genere che sembrava distante anni luce dalla sua musica. In particolare, alcuni passaggi di Angelique e Tears of an Angel sono proprio canterecci, non ci si può esimere dal farsi prendere per pazzi dai vicini di semaforo in auto.

Basta? No, no di certo. “Light + Shade” non può neanche sognare di avvicinarsi all’altra prima release del ’92, quel “Tubular Bells II” che miracolosamente non fece rimpiangere l’illustre predecessore, e resta drammaticamente lontano dagli album non colossali ma godibili. Rimane invece nei piani alti di quel limbo di bella musica trascurabile, che rischia di essere dimenticata in fondo al tuo mobiletto porta-cd.

::il martello decide dove battere col fabbro

La  faccenda del putridume a base d’uova, già triste di per sé, è stata incorniciata dalla più riconoscibile delle “informazioni per popolazione di lemming” che io ricordi.
La sensazione globale che scaturisce dall’insano connubio, quindi, è proprio quella dell’intero sistema politico-economico che non regge più. Semplificando anche troppo: si dice che iccomunishmo è imploso consumandosi, tipo autocombustione, da solo, pouff; iccapidalishmo, allora, mica che volge ad esplodere?

Tutti pubblicati, i nomi delle aziende coinvolte. E mica scemi: per il consumatore non è così facile coniugare questi nomi alle industrie che se ne servivano! Pertanto, essi rimangono lì senza funzione, solo per calderolare con gli amici al bar, per sfogarsi un po’: aaah criminali, aaah non ci sono più le uova di una volta, aaah ma io quasi quasi vado a fare il contadino; seguono altre idiozie.
Intanto, le grandi case di produzione ciarlano a favore della propria innocenza, con i magazzini pieni zeppi di panettoni pandori e quant’altro. Ma la maggior parte di esse lo fanno usando come baluardo, una serie di protocolli di sicurezza basati, ahinoi, sull’autoverifica ed autocertificazione dei prodotti utilizzati. Come dire: fidatevi. Come leggerci in fronte: giocondo. Le poche aziende riconosciute come coinvolte, sono cadute dal cielo, angelicamente dichiarando che esse acquistavano in buona fede quel prodotto pagato, chissà perché, molto molto meno.

Basandosi sulla data d’inizio delle indagini (2003), qualcuno ha già affermato che non deve destare preoccupazione il nostro passato alimentare di cadaverina; massima tranquillità, quindi, anche perché siiiiicuramente, allo scoccare del 31 dicembre 2003, la fata Birimbella ha trasformato tutti gli uomini d’affari senza scrupoli in operosi folletti delle uova, alakazoola! E già i primi interrogati, come riporta Verona News del 10 dicembre 2005, dicono di aver smesso nel 2003, ché dice s’erano stancati di contare i soldi.

Ma continuando la lettura della confessione, si legge che “purtroppo era una pratica utilizzata in tutta Italia, ed anche noi ci siamo dovuti adeguare”.
Ma come, ma non s’era letto dappertutto che il fenomeno era limitato, secondo il PM Lorenzo Gestri? Che non era un’usanza  e non andava a colpire i consumatori? Faccio notare che queste affermazioni sono riportate in quegli stessi articoli di quotidiani che, di seguito, riportano lunghi elenchi di città colpite, italiane ed estere. Elenchi che, sebbene la cosa stia evolvendo un po’ in sordina, si stanno allungando, ramificando direi. Probabilmente, la definizione di “fenomeno diffuso” si applica quando, insieme a Verona e Vicenza, sono coinvolti anche Marte, Urano ed almeno un sistema fuori della Via Lattea.

Mi pare palese che sia stato applicato un principio di difesa del Mercato a ridosso del Natale, linea di pensiero che scambia il consumatore col prodotto, invertendoli: il prodotto, dopo la commutazione, siamo noi. È come se il martello decidesse dove battere col fabbro.
Questo Natale, fisseremo con sospetto il panettone: il burro potrebbe essere un residuo sintetico, e le uvette un derivato spurio degli zuccherifici.
Questo Natale, saremo noi a mangiare il panettone, o viceversa?

::ecce rai déjà vu

E no, dai, non resisto alla subliminale sensazione di già visto, con la quale il tubo catodico riesce a ghermire la mia attenzione da qualche settimana a questa parte.

È più o meno quella, difatti, la data di inizio programmazione degli spot multisoggetto RAI, prodotti dalla Cineteam per l’agenzia Publicis. Li avete sicuramente visti, tre soggetti: la lezione d’inglese, la bambina della recita, i ballerini di tango.

Ed in tutti e tre i casi, accompagnato dal fido cameraman e dai solerti collaboratori, arriva lui: un professionalissimo intervistatore, dall’aria sorniona e dallo sguardo ricurvo che si alterna tra telecamera ed intervistato.

E vedilo una volta, e vedilo due. Eppure a me quello lì…quella voce, quella tonalità, lo sguardo dal basso verso l’alto, la barbetta incolta… Ma non può essere, sono passati venticinque anni circa. Bè certo, il fotoritocco fa miracoli, per non parlare delle frontiere della chirurgia estetica. Eh, ma quel modo di ruotare il collo, mi sa eh. Eh ma no dai, ma non è possibile, anche se. E se fosse il figlio? Seee ma che vado a pensare, Mendel sì ma fino ad un certo punto!

Non mi rimane altra possibilità che usare il blog come bottiglia per messaggi, da naufrago nel mar delle somiglianze.

Per quanto impossibile, per quanto cronologicamente sballato, per quanto surreale: Giorgio Viterbo, già reporter della gggiovane TeleCalifornia, se sei tu batti tre colpi ed un commento!