::l’oblio del retrocoder

È il momento più decisivo del cammin di mia vita, l’età in cui si decidono le sorti di lavoro affetti carriera, casa città amore, pensioni investimenti figli.
È il momento di darsi da fare, anzi di darsi e basta! Ed in questo topico passaggio epocale del mio transito terreno, che faccio io?
Faccio, senza scopo di lucro, un giochino che gira esclusivamente sul vecchio computer Commodore Plus/4, annata 1984 mese più mese meno.

Parliamo tecnico: XeO3 è uno h-shmup a scrolling forzato. Fine del testo tecnico. Parliamo semplice: è un gioco di astronavine.
Io sono l’autore delle musiche, della grafica, delle animazioni, del design dei livelli e forse delle ondate (cioè gli schemi dei nemici); ovviamente, sono co-autore del gameplay ed altre facezie che verranno. Il cuoricino pulsante del gioco è di Mike Dailly, guru della scena videogiochistica da sempre, anello polivalente di congiunzione tra diverse ere videoludiche, (co)-autore di classici quali Lemmings, Blood Money, Menace, Grand Theft Auto.

Perché?
Perché perdere tempo così? Perché tentare di spremere un gioco da una macchina ora vetusta, ma già allora impossibilitata a rendere questo tipo di giochi? Perché grattare il massimo possibile dalle incerte capacità audio della stessa? Perché lottare contro le innumerevoli limitazioni di: uso del colore, dimensioni degli oggetti, velocità (haha!) del processore, capacità di memoria?
Perché addirittura perder tempo nel mettere su un diario del programmatore qui su Splinder, come era d’uso durante l’età dell’oro degli home computer?

Semplice: perché sono un perditempo imbecille ed immaturo.

::preveggenza otaku

Varcata abbondantemente la soglia dei trenta, mi capita sovente di incrociare gli eventi di parenti ed amici in algide missioni matrimoniali.

È davvero facile accorgersi dei matrimoni nei quali la variabile condizionante sia la paura della solitudine, oppure il passaggio di consegne di certe comode responsabilità pratiche dalla mamma alla moglie, o la semplice voglia di cambiare nella vita, o ancora mere motivazioni materiali. È anche facile raggruppare i dati statistici su questi, ed accorgersi di come essi rappresentino la fetta più nutrita.

Mai abbastanza nutrita da smettere di sorprendermi, comunque. Io riesco ad immedesimarmi negli sposi Findus con molta difficoltà, lo ammetto, in questa distorsione comunemente accettata del concetto bigotto ed un po’ fifone del “maturare”.

L’elevata frequenza di osservazione di tale fenomeno mi ha fatto tornare alla mente l’episodio di una serie anime che ho molto apprezzato da adolescente. Un episodio che, effettivamente, al tempo mi lasciò sconcertato.

In una delle ultime puntate di Maison Ikkoku, la 92 per la precisione, Kozue Nanao si sposa e se ne va.

I cognomi dei personaggi di questa serie contengono il numero della stanza idealmente occupata nella pensione del titolo, e Kozue rappresenta il 7 (nana in Nanao). Kozue è una compagna di università del protagonista, col quale ci sarà qualcosa più dell’amicizia ma meno dell’amore. Nella puntata 92, esce dalla storia in grettezza: un altro collega universitario, appena laureato, le si dichiara col libretto di risparmio alla mano (!), con tanto di promesse di vita tranquilla e sicura, e lei accetta. Va così a Nagoya, a fare la brava mogliettina in uno di quei mostri cementizi di edilizia popolare, tipici del Giappone iperindustrializzato dei ’70-’80. L’ultima immagine di lei nella serie, la rappresenta ebete e felice nel sole, mentre stende i panni.

“Ma…e questa sarebbe una scelta matura? La maturità?”, mi sono chiesto da quindicenne, ripromettendomi di non diventare in futuro così funzionalmente arido. Mai mai mai avrei immaginato che, invece, è proprio così che gira e funziona. Ecco, magari da noi c’è quel bieco sistema ibrido cattopagano, a coprire l’imbarazzo di sentimenti non del tutto chiari sventolando motivazioni emozionali farlocche, figli, nonni e quant’altro. Ma, in sintesi, tutto il mondo è paese. Così, mi rendo conto che è colpa dei miei masochistici tarli mentali, se non riesco ad abbandonarmi agli animaleschi compromessi che assicurano la continuazione della specie.

Farò la parte di quello che resta solo a vita, nell’attesa del poco biologico ma molto umano ideale “principe azzurro” in versione donzella.

Non male. Non male.

::the campfire headphase/boards of canada

Che delusione!
Che inappellabile delusione!

Il disco dei nostri due beniamini Sandison ed Eoin è un vero reperto gerontologico, paragonabile alla scena di un radicalqualcosa che con gli anni si ammorbidisce, ed alla fine te lo ritrovi che piange guardando i teleromanzi argentini.
Nella loro ricerca continua di simbolismi matematico-sonori da inserire come fffigaaaaata nelle loro produzioni, i Boards of Canada hanno lasciato chissà dove l’originale meccanismo a molla di tecnologia aliena che da sempre caratterizza la loro musica. E cosa rimane, quindi?

Rimane la piattezza nella ricerca sonora, dato che, ascoltando i brani, si ritrovano le più classiche tra le quattro idee quattro in croce: la chitarrina inaspettata, la distorsione ciclica, il bleep retro usato in modo parecchio posticcio, un glitch molto ma molto datato, un clicks’n’cuts appena accennato che nulla dà e nulla toglie. Domina l’intero album una base di percussioni elettroniche banale, monòtona e di scarsa fattura: penso si possa ottenere un risultato simile con un Vic20, un pacchetto di cracker non salati ed uno stendino semipieno.
Tutto questo si reitera lungo i quindici brani, spalmandosi per la maggior parte del tempo su un banale quattroquarti, cosa questa che davvero non ti aspetteresti dal duo Sandison/Eoin. Il risultato è un tarocco di Fennesz fuori bersaglio, ed anche fuori tempo massimo. Il brano da ascoltare per farvi un’idea, è la nona traccia, quella Oscar see throught red eye che riassume un po’ tutto ciò che, al massimo, riuscirete a tirare fuori da questa blanda pubblicazione. Non aspettate che lo renda disponibile sulla mia blogradio perché ho una reputazione da difendere, e che è, oh!

Spero che “The Campfire Headphase” non sia sintomo tangibile di un riflusso del genere, l’allarme di un malessere diffuso. Lo spero proprio.
Il sonno della intelligent music genera banalità.

::vishu flama!

Qual è il vostro spauracchio di fiducia?
Intendo: qualcosa che vi impaurisce di sicuro, ma che poi non potete fare a meno di rifare o riguardare o riascoltare, o comunque rituffarci le manine. Per provare quel piacere perverso dello spavento controllabile, del disagio previsto da cui poter fuggire all’occorrenza, simile allo spremersi un foruncolo fastidioso, o stuzzicare un’escoriazione che si sa essere troppo fresca. Penso che ognuno abbia il suo.
Il mio è riascoltare Ludmila che brucia in volo.

Già così come si presentano, le discusse storie circa i cosmonauti fantasma hanno abbastanza mistero ed altrettanta esoticità, da poter incutere un cupo timore dello spazio, freddo ignoto alieno. Vittime della corsa spaziale, che per motivi politici sono state rimosse dalla storia.
Alcuni sono troppo intangibili per essere veri. Altri sono praticamente confermati. La fetta più sostanziosa, quella dei dubbi, è da tempo motivo di discussione; basti pensare alle tanto dibattute intercettazioni di Torre Bert dei fratelli Judica-Cordiglia, i quali carpirono, e poi resero pubblici, “rumori” dallo spazio, in un periodo durante il quale certo non ci si sarebbe aspettato traffico siderale.

Il reperto più clamoroso dei Judica-Cordiglia, ma anche il più dibattuto riguardo la sua autenticità, è senza dubbio la voce di una immediata succedanea del volo di Gagarin, ribattezzata Ludmila, la cui missione è stata ritenuta databile entro qualche settimana dopo il celebre evento. La sofferta registrazione di una voce di donna che sovrasta un vivo frigolio di macchina, cosa che amplifica ancor più lo smarrimento della solitudine oltre l’atmosfera. Comunica un fallimento che vorrebbe urlare, ma che addomestica secondo un’educazione marziale anche quando, “vishu flama“, “vedo fiamme”.

Saranno oramai anni che ci ricasco: vado sul sito contenente la registrazione in realaudio e la trascrizione tradotta in inglese (per la verità, davvero peregrina), e mi ci perdo. Finché, in un impeto di angoscia, chiudo il player, chiudo il collegamento, chiudo pc e monitor, scappo via, non torno più, non ci torno più!

::scisma di mercato

È passato un autunno di grande divario tra i pochissimi molto abbienti ed i moltissimi ex normali. Poi è arrivato un periodo natalizio da colonia cafona, di regali pochi ma mirati: tutto ciò che, alimentato da una batteria al litio, non necessiti di particolari motivazioni o conoscenze per poter essere utilizzato immediatamente. A chiusura del quadretto, un periodo di saldi davvero atipico, anche più degli anni appena passati, quelli della gran transumanza di acquirenti, che alla fine acquirenti erano in piccola parte.

Io ed il mio straccionismo congenito andiamo a braccetto per le vie del centro della Città Vetrina. Insieme, adocchiamo la gente interpretare la pallina quadrata di Pong, che rimbalza tra le due file di vetrine come tra due aste avversarie di lunghezza infinita.
Ma qualcosa non è convincente. Qualcosa è decisamente diverso dagli altri anni.
Gli avventori hanno tutti l’aria di essere avvezzi, se non al benessere, all’ acquisto sicuramente: è tutto uno sfilare di ereditieri barzotti di industrietta di papà, di zoccoloni con fuoristrada su marciapiede, di collegialine esterofile dal futuro blindato.

Non c’è l’italiano medio.
Non c’è il funzionario d’ufficio, l’impiegato con un certo tenore di vita, la preside di liceo, il giovane operaio specializzato dalle mansioni ricercate. Dopo anni di inutile spintonaggio festivo e postfestivo, ha detto basta, l’italiano medio, anche a quella che una volta era la rilassante pratica del guardare le vetrine per farsi un’idea.
Il benessere lo si misura sempre più col tempo risparmiato, anche perché l’ora di lavoro onesto è retribuita sempre meno. Ed in quest’ottica, dove trovare prodotti decenti a prezzi idem, e contemporaneamente fare la spesa per la settimana, e, perché no, rilassarsi al cinema oppure al bowling?
Ovvio: al Centro Commerciale Molto Grande.

Il Centro Commerciale Molto Grande diventa così una specie di ghetto postconsumistico, dove stipare, spremere e cremare la fetta più consistente del popolo degli acquisti, quella che compra il maglione a 8€ da Zara (e questa non è una battuta), dicendo di risparmiare comprando sempre alla moda; e dicendolo, probabilmente, nella settimana in cui reggono ancora le cuciture del suddetto capo di lana mortaccina e baffi di pesce gatto. Usa e getta sì, ma, dio santo, è sempre alla moda, che è quello che conta, perdinci!
Un campo di concentramento dove lo spenditore medio è tenuto ben separato dal più ambito scucisoldi autentico, dove è allettato e psicoattivato da un surrogato di benessere in tutte le sue dimostrazioni, però in forma pacchianamente ridotta: piccola piscinetta, piccola qualità, piccole tecnologie, piccolo cinema di cinema piccolo; piccoli: bowling, sala giochi, animazione, discoteca.

Ed è tutto lì, a ricordarti continuamente quanto potrebbe essere scomodo, uscire dalle linee guida a te inculcate su cosa definire benessere.
Ed è tutto lì, senza il bisogno di dover sentirsi liberi di andare dove si vuole. Ma è lontano dalle città, da un tessuto urbano che già alimentiamo e ci appartiene. È come avere casa di proprietà, e pagare un affitto così, perché ci piace più quell’altra casa lì.
Ed è tutto lì.

Lì, a due passi due dal lavoro, ad un pensiero sui doveri di tale prigionia. Ad un nulla dalla Fabbrica.

::un’esaltazione mediatica delle mediocrità

Eh ma che palle però.

C’ho st’esame di “Psicopatologia del venditore di spazzole” qui che non mi lascia in pace, me lo sto sorbendo da almeno quattro giorni e non ne posso più.

Christian, beato te: sei lì a chattare da ore! Che ti sei iscritto ad ingegneria solo per convincere tuo babbo a comprarti il portat…evvabbè il laptop, chiamalo come vuoi. Che tanto qui lo sappiamo tutti, che speri di farti un po’ di mesi in Portogallo, e poi se ti rompi, ti dedichi al negozio dei tuoi.

Nooo, gesucristo no! Chi l’ha invitata ‘sta tassa ambulante non condonabile della Laura? Mò, come minimo, scattano gli incensini, le candeline, il vegggetariano ed i racconti su quanto è dolce il suo gatto, quanto è importante il suo gatto…

Oddio no, er madrigale der medioevo no. No dai vi prego, fatele capire che co’ sta cavolo di materia da mandare giù qui ci vorrebbe ‘na cosa energggetica, un vascorossi che ti rimette in pace col mondo intero. Ummmito, no una mota.

Ja, facciamoglielo capire con uno scherzo sssympah di tutti noi, come che fossimo su emtivvì e facciamo uno scherzo a una. Rompiamole i coglioni masticando forte forte forte le lenticchie di cioccolata, così che poi quella capisce che siamo in democrazia: se lei vien’a fare la silviaberlushcona qua imponendoci il coso…il salterello, il minuetto o che cazzo è lui, ed a noi dà fastidio, pure noi possiamo dare fastidio a lei se ci va.

Oooh, finalmente l’hai premuto sto tasto de stop, l’hai capita. E mò che fai? Te ne vai? Maaaaamma mia, alla tua età stai già così male, che t’offendi per così poco. Ma quanto sarà zitella acida, quella! Secondo me (ora la butto sul sesso che è gggiovane e fa ride tutti come su emtivvì), è parecchio che non spazza! Hahaha l’avete capita, eh? Eh? “Che non spazza”! Ma no a terra! Eheheheh!

Vai Chrì, metti un pò di vasco che ci ripigliamo un po’ tutti, qua. Aaah finalmente un po’ de musica vera, quella con l’energggia! Eeeeeeh, solonoi solonooooi!

::incredibile nevvero?

Oooooh! Chi l’avrebbe mai detto?

Sì, la notizia è di un paio di settimane fa, ma sin d’allora la mia faccia si è pietrificata in un mascherone da teatro greco classico. La sorpresa è stata davvero un colpo per me.

Almalaurea dimostra di essere sempre più sbarazzinamente utile all’universo conosciuto, pubblicando il sondaggio che dice, in soldoni:”Oé, ma lo sapete che non se li caca nessuno, i cosiddetti laureati del triennio?”.

Cioè, dico: una rivelazione! E chi se lo sarebbe atteso un flop così? Ma penso proprio nessuno!

Come no, eravamo tuuuutti convinti che il mercato del lavoro avrebbe assorbito i laureatini morattiani, senza saturazione alcuna! Ma come sarà potuto succedere? Ma guarda tu un po’ i casi della vita.

Ed ora, chi lo va a spiegare alla mamma di Gaetano, che sta lì a Termoli (oppure a Trento, oppure a Rossano Calabro), che era così contenta del figlio: sempre una mezza calzetta al vecchio liceo scientifico della cittadina, aveva inaspettatamente chiesto ai genitori di provare l’università della CIttà Più Fica. Grande, la sorpresa della signora, nel sapere che Gaetano dava millemila esami alla settimana, veri, certificati! La sua felicità avrebbe giustificato qualsiasi spesa!

Ed ora? Questo cattivo mondodellavoro, brutto cattivo infame, che rifiuta il figliolo proprio quando sembrava neuronicamente rivoltatosi come un calzino, da così a così! Eh signora ma la contingenza, eh signora ma l’euro, eh signora ma i comunisti, eh signora mia. Si faccia fare un prestito per le tasse del quart’anno, signora, un prestitino…ce ne son tanti oggidì.

Scusate adesso, vado di là a fare un altro po’ di faccia sorpresa: ooooooooooh!