::cinque per mille ce la fa

Che carini, quelli dell’INPS, a mandarmi per posta, il modulo per il CUD 2006. Dovrei ricambiare, comprare loro della cioccolata, o del caffè…
Ed ecco il famoso cinque per mille dell’IRPEF, da destinare al volontariato, alla ricerca sanitaria, a quella scientifica, alle attività sociali comunali.

Appare evidente la volontà di non far entrare in competizione le voci dell’otto per mille con quelle del cinque per mille: non ci sarebbe partita, e la Chiesa perderebbe una bella fetta dei suoi immeritati introiti. E noi ci beccheremmo un’altra minacciosa serie di spot lacrimosi, col Vangelis più micidialmente animista ad incorniciare scene edulcorate di dubbi missionari. Inaffrontabile, francamente.
Mentre leggo e m’innervosisco, RaiTre mi ricorda che domenica 2 aprile c’è “Viva la Ricerca” di Riccardo Iacona, ed ancora non ho capito se trattasi di una seconda versione, o se ritrasmetteranno la stessa tal quale di un annetto fa.
Premessa davvero importante: il dossier di Iacona sul pianeta ricercatori in Italia è più che veritiero. Detto questo però, chi, come me nel mio piccolo, ha avuto alcuni anni di esperienza nel suddetto settore, conosce le molteplici sfaccettature dell’argomento che un servizio giornalistico non può sondare, per non perdere in chiarezza ed incisività.

Pertanto, se doveste pensare che siamo un popolo di einstein trentenni senza futuro, sappiate che non è così. La cosiddetta “fuga dei cervelli”, necessita dei suoi due elementi: la “fuga ed i “cervelli”. La “fuga”, in verità, se la possono permettere in pochi, per varie motivazioni personali che spaziano dall’economico all’affettivo (“è più facile che un pezzo di merda lasci la ragazza e vada in Irlanda a far ricerca, che un bravo ragazzo a struggersi nel tentennare”, cito da un amico). Per i “cervelli” ci ha pensato la Moratti, affossando la qualità del laureato in un imbarazzante superliceo che ha poco tempo per darti basi e metodo; pertanto, giù nozioni nozioni e nozioni ancora.

Non darò il cinque per mille alla ricerca scientifica, e la scelta ha sorpreso me per primo.
Prevalentemente, la nostra ricerca di innovativo ha ben poco. Quando si pronuncia questa frase, i professori agitano i fantasmi della strumentazione sorpassata, o dell’impossibilità di assoldare personale, e tutto quello che si può dire, e che in effetti è vero.
Io invece ricordo che, anche nel laboratorio più piccolo ed insulso, certe quote fisse per certi viaggio farlocchi, o per certe operazioni esterne a vantaggio personale, o per certe spese informatiche fanatiche e fanciullesche, erano da tenere sempre in conto. Tanto, i tremila e passa euro mensili arrivano comunque, anche se il laboratorio fallisce. Io ho visto in differenti contesti, più fumo negli occhi che ricerca vera, più corsa alle sovvenzioni statali che abnegazione verso la scienza.
Insomma, prima di riempire la vasca della ricerca, necessita chiudere il sifone dei professori.

Simona Olive, figlia del potente politico di AN Amerigo Olive, è ricercatrice in filosofia alla Sapienza di Roma.
Simona Olive, in Bertinotti, moglie di Duccio figlio di Fausto, è ricercatrice in filosofia alla Sapienza.
Simona Olive, con la vocina cantilenante che tenta di seguire le follie di Gabriele La Porta, è ricercatrice in filosofia.
Simona Olive, con le poppe in bella vista alle tre e mezza di notte sulla Rai, è ricercatrice.
Simona Olive è definitivamente, ineguagliabilmente, meravigliosamente ricercatrice.
È lei, l’immagine popputa ed ebete che mi balena in mente, mentre cestino il pensiero gentile dell’INPS.

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::il caimano

In generale, ve ne sarete accorti, i miei post non superano mai una certa lunghezza: sono intimamente convinto che, per sua struttura basale, ogni weblog sia caratterizzato da un peso limite per singolo post, oltre la quale la comunicazione inizia a rivelarsi fallimentare.
Anche questo commento all’ultimo film di Nanni Moretti sottostà alla regola aurea. Ma stavolta ho sentito il bisogno di precisare, perché “Il caimano” meriterebbe fiumi e fiumi di parole, né in positivo né in negativo, solo per definire le interazioni tra il pubblico, il regista, gli attori e tutta la carne a fuoco che c’è.
Ho sentito anche il bisogno di questi due giorni, per digerire bene il film. Ed ora, defeco le mie sciocchezze.

Un film che si doveva fare, male o bene che fosse: è questo il biglietto da visita de “Il caimano”. Fare di Berlusconi un’icona prima che qualcun’altro potesse fare lo stesso, ma con intenzioni opposte. Tanto il Cavaliere, un’icona lo è già, ma simboleggia una gamma di valori sempre più vaga e cangiante. Il film andava fatto per ancorare l’immagine di Berlusconi alla dura realtà, a quei suoi trent’anni di attività che sono stati per il Paese un artificioso invaso sociale ed economico.
Il “caimano” appare, ma sempre con una faccia diversa: il ghigno diabolico di Elio De Capitani, o la versione 2.0, incattivita e decisa a tutto, del politico da “Il portaborse”; oppure, le verità che vediamo giorno per giorno in tv, bidimensionali e per questo alle volte lontane ed incredibili; e le ipotesi parlate, quelle terribili e fumettistiche ipotesi sul potere di quest’uomo, proprio quelle che ci scambiamo coi colleghi di lavoro, nelle scuole, all’uscita del cinema.

I soldi per iniziare la scalata, raggiungono i conti del Cavaliere negli stessi anni di maggiore attività cinematografica del protagonista, produttore di b-movie. Dopo trent’anni, il “caimano” è Presidente del Consiglio. L’altro, dopo lungo periodo di inoperosità, deve subire lo sberleffo glorificante del provincialismo mediatico che questi anni le azioni del primo hanno inoculato nella società: quella posticcia masturbazione dalle tinte labranchiane del gusto del trash, che, quando comincia a glorificare sé stessa, diventa trash a sua volta.
Ed è proprio vero: il caimano ha già vinto, venti o trent’anni fa, mettendo su la perfetta colonietta provinciale, dove anche il più tenace dei suoi detrattori si comporta ora in base all’imprinting ricevuto a botte di “Drive In” e claudi cecchetti varii. L’opposizione “falce e iPod” del 2006 nulla potrà, contro il parassita sociale che già cresce, statisticamente impiantato nel midollo della popolazione italiana. Da qui, il terribile finale, perché, dovesse finir male per lui l’avventura politico-giudiziaria, la vera perdente sarà stata comunque l’Italia. Tra il primo ed il secondo tempo, lo dirà Moretti stesso, parlando del lavoro su Berlusconi che la Trinca ed Orlando gli propongono di interpretare, come di  un ennesimo film per eccitare l’antiberlusconismo agonistico light in sala. Purtroppo per me, la platea non ha voluto cogliere l’invito dell’attore-regista, continuando a sottolineare ogni riferimento al premier con grugniti saputelli ed un po’ vascorossisti.

Nel primo tempo, l’alternarsi della storia “caimanesca” con le vicende sentimentali dei protagonisti funziona molto bene. L’effetto globale è angosciante: esistono le problematiche del cuore, individuabili, indicizzabili; più su, meno visibile e tangibile, c’è questa nube atavica che fa da tappo ai tuoi diritti in modo silente, che ti segnala come la tua libertà sia solo un palo ed una catena legata alla caviglia, lunga da casa tua al supermercato, lunga dai tuoi occhi all’informazione più vicina ed artefatta, lunga dalla tua immaginazione alla realtà che ti circonda e che risulta ben diversa.
Poi parla in auto Moretti, dice le cose di cui sopra, ed il film cambia, diventa un’opera dei sentimenti, con un pack di attori davvero bravissimi (tra i quali un untuoso Placido che difficilmente si dimenticherà), ed una storia per i miei gusti troppo zeppa di bambini, dio mi liberi dai bambini al cinema. Con alcune scene davvero interessanti, citazioni felliniane, una cena con pizza express che sembra un Caravaggio, ed una serie di guest star nascoste che potete divertirvi a scovare. Anche con un interessante blooper informatico: uno schermo piatto che non c’era negli anni in cui la scena era ambientata.
Sarà una caravella che naviga sulle rotte della città addormentata, a fare da bianconiglio verso la tana del caimano. Da lì, il “finale del finale”.

Avete in mente quei brani di Battiato che all’inizio vi sembrano ridicoli, col testo troppo palese e pretenzioso? Gli stessi che poi, dopo qualche ascolto, vi rimangono impressi, tanto da costringervi a riascolarli ancora ed ancora? Quelli dei quali alla fine pensate:”Non poteva che essere fatto così”?
Ecco, “Il caimano” vi rimbomberà in testa nello stesso identico modo. Se non l’avete visto, correte a vederlo. Se l’avete visto, necessita rivederlo. E ancora, e poi ancora.

::autoelezioni atto finale

Dopo tanto penare su regole, conduttori e quant’altro, finalmente stasera la tv partorirà l’agognato confronto all’americana, tra i rappresentanti dei due gruppi politici che concorrono alla guida del Paese. Cosa cambierà dopo l’avvenimento?

Niente. Ovviamente niente.

Sulla recessione italiana, tante ne sono state dette: contingenza, spostamento del fronte lavorativo mondiale, ricerca mal finanziata, crisi delle fonti energetiche, sfiga, comunisti, le torte di Nonna Papera, altre stupidaggini a caso. Sulla recessione italiana, tante cose non sono state dette: immigrazione selvaggia favorita nel silenzio degli anni passati, ricerca che anche se finanziata sarebbe pilotata, sprechi a tutti i livelli, saturazione dei posti di lavoro a causa dei concorsi scriteriati ed accalappiavoti degli anni ’80. E la comunicazione solo parziale riguardo la condizione del Paese, è segno che i potenti stanno già mercanteggiando le scialuppe di salvataggio del Titanic Italia.

Ecco allora che, nella realtà delle cose, ai candidati nulla interessa riguardo chi vincerà. Tanto i vincitori sono già decisi e sistematizzati, grazie alla magnifica legge elettorale che innesca una specie di pilota automatico del voto. Immaginate quanto possano essere caldi, in questo momento, i telefoni di quelli posizionati nelle liste elettorali in modo da favorirne la sicura elezione: parenti dimenticati da anni, amici che ti parlano di fantomatici falò in spiaggia, donnine che insinuano una vecchia storia d’amori liceali. Si sono già formate, quindi, delle catene di Sant’Antonio di raccomandati, generati a partire dagli eletti per forza. Una specie di “cartello degli unti”, ultima àncora di salvataggio in un Paese allo sbando assoluto.

Perché allora queste insulse pagliacciate di gente che se ne va stizzita a metà di un’intervista? Perché questa tensione d’attesa, sintetizzata nel laboratorio virtuale della televisione, completamente artificiale?

Bah, è ovvio: il “via” alla Grande Operazione è vincolato solo alla presenza di elettori. Dopo l’allontanamento completo dalla politica vera, utile, quella dei programmi, del lavoro, delle risorse, l’unica speranza era quella di fare delle Elezioni 2006 un grande reality. Un reality al quale lo spettatore può partecipare senza alcun numero 484 da comporre: basta una x su un foglio, e ci si sente già protagonisti nella Casa.

Detto questo, è ovvio che non andrò a votare, a queste condizioni mi sentirei un criceto in gabbia che corre sulla ruota. L’alternativa sarebbe andare a votare, ed annullare una scheda con un gesto clamoroso, anche volgare, da donna dei bassi partenopei. Volevo richiudere subito la scheda appena consegnata ed imbucarla, ma mi hanno detto che non si può fare.

Allora ascoltatemi bene: questo è un coso tondo. Ovviamente, porta la simbolica effige di Ralph e Sam, antagonisti solo per lavoro come i nostri politici. Io non vi sto dicendo di ritagliarlo, non vi sto suggerendo di farne magari un adesivo, non vi sto invogliando a portarvelo in cabina elettorale, e lungi da me l’insinuare nelle vostre candide menti l’idea malsana di appiccicarlo sulla scheda in bella mostra.

Eh, se ve lo dicessi, violerei la legge. E lo farei in un Paese dove se vuoi contravvenire alla legge, devi farne un’altra.

Magari una legge elettorale.

::polposiscion generescion

Oggi volevamo guardare in tv la prima gara di Formula 1.

Volevamo celebrarne la funzione eucaristica, lasciarci trasportare dal rito; avremmo idolatrato il nostro Stregone del Deflettore di Flusso, l’amico espertone che un po’ tutti ci ritroviamo tra le scatole in tali frangenti.

Non ci siamo riusciti. Siamo scoppiati a ridere ed a dire stupidaggini inumane, quando è stato citato uno dei nuovi arrivi nel circo della F1: Scott Speed!

Domanda di un quiz: ti chiami Scott Speed, da grande sarai? Uno pasticciere, due politico, tre pilota. Ma neanche “Cioè” ai tempi d’oro di Luis Miguel si sarebbe concessa una cosa del genere!

Io pensavo che simili eventi potessero capitare solo nei videogiochi degli anni ’90, quelli in stile Micro Machines, dove ogni personaggio è una caricatura: Scott Speed, Nigel Nitro, Terry Tires, e tutti gli altri simpatici concorrenti. E invece no, è lì, esiste, e non si è manco cambiato il cognome apposta, a quanto pare!

La presenza in pista del fresco virgulto ci ha distolto totalmente dalla gara in sé. Poi qualcuno ha puntato il dito su Niko, il capacissimo figlio di Keke Rosberg, rissoso ma bravissimo pilota del passato. Niko, Keke, Scott Speed, generazioni del volante…blink: capito!

Ora è chiaro e palese: questa sarà la stagione motoristica dei figli d’arte. Ecco perché, insieme a Villeneuve figlio e Rosberg figlio, va annoverato Scott Speed, indiscutibilmente figlio di Penelope Pitstop della serie “Wacky races“. Siamo pressoché certi di una così stretta parentela tra il giovine salmone della bandiera a scacchi, e la bionda signora sulla beauty farm da 200 cavalli.

Anche in questo caso, se questo fosse un blog fico e gggiovane, sarebbe bell’e pronto il bannerino “Noi tifiamo Scott Speed”, con tanto di finta mania da intenditore trash. Ma, come ben sapete, qui non ci sono AdSense, quindi…

::groucho marx per amica

Il telefilm “Una mamma per amica” (“Gilmore Girls“), premiatissima produzione tipicamente yankee trasmessa ormai da lungo tempo su Italia 1, ha avuto la fortuna di collocarsi nel palinsesto subito dopo “I Simpsons”.

In sintesi, è la solita ammmereganada alla quale si appassiona la fetta degli adolescenti più medi(ocri). Quella nella quale si trovano la piccola provincia, l’agognata grande città, la scelta dell’università, il ballo di fine anno, i compaesani sempliciotti ed impiccioni. Soprattutto, c’è l’abituale protagonista che non si fila quasi mai nessuno, sebbene sia una stanga strafica stratosferica stratutto.
Nel telefilm, tira un’arietta matriarcale facilona ed un po’ ridicola: tutti i personaggi femminili hanno ragione carisma e sentimento; anche quelli di profilo più basso, alla fine della fiera, si salvano in calcio d’angolo, ché la vita è stata cattiva con loro. Gli uomini, invece, appaiono sottomessi, imbranati, grezzi, falsi, indolenti; sotto il segno del peggior femministismo (sì, ho scritto bene così) da miamartine sciampistiche (sì, ho scritto bene anche questo).

Tutto questo è niente, rispetto al vero motore del telefilm. Le due protagoniste, insieme ai coprotagonisti di maggior peso, si distinguono dalla comune marmaglia per il loro personale metalinguaggio fatto di arguzie consequenziali.
È tutto un rosario di continue ironie, uno sciorinare di acute frasette fighette, una cascata di sfrontate prese per i fondelli. Il più delle volte, la telecamera alterna velocemente i primi piani delle due, per dare ancora più dinamicità a quel civettuolo Premio Provinciale della Barzelletta Scema che sempre apre le eliminatorie, quando mamma e figlia incrociano le loro quotidianità.

Basterebbe una sola frase quantomeno normale, d’uso comune, chessò…”Passami il sale”, “Come è andata la sessione di manicure”, “Ho comprato una nuova scorta comune di assorbenti interni”. Una qualsiasi frase diretta, d’utile scopo, senza elaborazioni grouchomarxiste, per poter dare respiro allo sfiancante sciabordio di fffigate in automatico. Ed invece no, niente, nisba: la maratona continua, irrefrenabile. I fighi si distinguono dallo scambio di puttanate fotoniche, laddove i cattivi sono marchiati quando, straniti, non seguono il flusso delle puttanate stesse.

Se avessi uno di quei blog gggiovani che fanno servizio riesumazioni dei grandi miti trash, vi offrirei il bannerino fighetto con su scritto “Morte alla famiglia Gilmore”.
Ma non v’è traccia di Google AdSense da queste parti, quindi non c’è scopo, no?