::comunicazione urbana povera 9

L’estate del 2006 non sfugge al paradosso della comunicazione urbana: la riduzione drastica del numero di abitanti esalta il fenomeno delle scritte sui muri. La ricerca di uno spazio adatto alla propria espressione, quindi, va a collimare con una maggior libertà di tempi e movimento, in virtù del calo demografico vacanziero. Al ritorno da spiagge monti e laghi, le ignare vacanziere scopriranno che anche la loro città s’è fatta fare lo sciacquettoso tatuaggio “ricordo dell’estaaaateeee”. Però un tatuaggio più sincero e concreto di cose tipo “questo significa coraggio in giapponese”.

Ai nuovi arrivati, è consigliata la consultazione dei precedenti capitoli della saga, vale a dire dei numeri uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette ed otto.

::io sto capendo la denz
Cioè guarda, un libro troppo bello, non puoi capi’, ci so’ ste sensazioni che proprio tu le sentivi già ma non sapevi come descriverle, sensazioni di noi donne per le donne con le donne sulle donne tra le donne…sensazioni proprio donna, insomma! Se penso a quegli stronzi de classe mia che se dimeneno’n disco, che se pèrdono st’ignoranti berlusconiani. O mi’fratello sempre davanti a’na televisione, che poraccio! Vai, faccio benzina allo scooter, poi voglio compra’ quelle scarpe che ho visto, stasera pizza con gli altri e poi da Maurino che dice che c’ha ‘na storia che te fuma lei a te.

::al supermarket dell’imbarazzo estremo
Mah! Io conoscevo la celebre Principessa Pesca, ma la Principessa Bietola Cike Cike, in tutta onestà, mi prende in pieno contropiede.
Le bietoline caciotte sono frutto di un innesto genetico sperimentale, immagino. Per quanto riguarda la piccola fruscella, io cedo le armi, davvero non oso immaginare quali possano essere le fattezze della fruscella media.
Una cosa è certa: non è salutare, tutto questo non può essere salutare, “monamur”.

::shame di guerra
Questa frase, chiaramente anti-Bush, in Italia coinciderebbe mediamente con l’incrocio deforme tra una maglietta del Che e la scritta “Italians do it better”: un meccanismo bassamente ironico e di facile diffusione, perché chiunque possa dire un giorno:”Oui, ho preso una posizione anche io una volta”.
Erano mesi e mesi che ne cercavo testimonianze anche qui in città, portato dall’americanina in vacanza studio, o dal pugliese in studio vacanza. E poi è apparsa, una notte. Ed è apparsa sul coperchio di una centralina della corrente, guarda un po’. C’è un filo rosso che unisce Bush, i suoi detrattori e la corrente di cui disponiamo, non trovate anche voi?

::poufff
Non mi basta che ti allontani, non serve strappare le foto dove ci sei anche tu, non cambia nulla se butto i tuoi regali. Bisogna eliminarti dal passato, è necessario che la tua esistenza sia spazzata via dallo spazio d’ogni dove e dal tempo presente passato e futuro.
Dai Sara, accetta la tua annichilazione totale. Sara: sparisci.

::mi consenta porcodio
Gentile Abitante Regolare di cotesta città,
io e l’esemplare di canide estrazione ch’è sempre meco nel mio peregrinare, Le scriviamo dal muro antistante la sua magione.
Con questa nostra, intenderemmo puntualizzare, semmai ve ne fosse ancora il bisogno, la nostra posizione nei confronti dello stile di vita Suo e dei Suoi consimili, onde diradare una volta per tutte le nebbie del dubbio sulla nostra posizione.
Certi di farLe cosa gradita, La salutiamo benevolmente, brindando idealmente con Lei con la birra trafugata al discount in piazza.

::essere un’immagine divina di questa realtà
Qui si va sul personale. Dei Gigi conosciuti, a me ne ritornerà sempre in mente uno e solo uno: un collega universitario, maestro jedi dello straordinario connubio tra comunismo militante e tendenza all’intrallazzo. Un trafficone untuoso inoculato in un pastrocchio di rivoluzionarismo facilone e populista, la cui laurea è in buona parte frutto di furberie varie.
Ora vive in una situazione sentimentale atipica, e guadagna facendo lo sciacallo delle case farmaceutiche, figura professionale vincente negli anni della sconfitta del lavoro. Per me, una finestra sul mondo reale. Un concetto, davvero.

::è che non te ne rendi…
È che non te ne rendi neanche più conto.
Per quanto ancora intendevamo rimanere noi l’utente finale, la richiesta da soddisfare, lo scopo primario di tutto questo giro di offerte servizi lavoro? Eppure, dentro noi, sapevamo che sarebbe arrivato il momento narrato dalle leggende: Yamata no Orochi è abbattuto dall’eroe Susanoo, che a sua volta si trasforma in Horobi, ed attende un nuovo eroe per una nuova catarsi.
Adesso tocca al mercato richiedere i suoi sacrifici. Noi? Noi oramai siamo solo le distorsioni fononiche di questo processo entropico.

::…neanche più conto
È che non te ne rendi neanche più conto.
Devi scriverlo su di un’inferriata, all’ombra delle ombre di eventuali soggetti orwelliani appostati nella tua mente ormai paranoica, allo scopo di fare due passi indietro e rileggertelo.
Così te ne rendi davvero conto, sperando di non dimenticarlo mai più. Sperandolo vanamente, perlopiù.
(Si ringrazia ancora una volta il Prof. Antonio Sofi per il prezioso contributo).

::viaggio allucinante
In queste città turistiche non c’è mai un ufficio informazioni laddove possa davvero servire, che noia! Te lo piazzano in posti sconclusionati, nei quali mai ti verrebbe l’idea di chieder di piazze vie e palazzi.
Chessò, ora… Ecco, c’è n’è uno in Via dell’Ipofisi, un altro in Piazza delle Contrazioni Involontarie, uno piccolo piccolo in Viuzzo del Battito Ciliare; passando, ne ho intravisto uno in Corso Cardiaco, uno grande, dev’essere trafficato.
Mai che se ne trovi uno in Viale dei Sentimenti, o Piazza delle Decisioni, per noi turisti dentro noi stessi, sempre senza bussola.

::incombe la passione
Ti dà da pensare: forse violenza calcistica, forse vendetta dichiarata. Ma la prima è poco probabile, la seconda…mmm…boh non saprei.
Incredibilmente, è la terza soluzione ad essere quella papabile: questa non è altro che una dura, aperta, concreta, passionale confessione d’amore! Nient’altro che questo! E se uno porta dentro di sé un sentimento così potente, eppure così inconfessabile per la comune morale, non può che scriverlo nottetempo a caratteri cubitali. “Raso ai muri”, si diceva una volta, eh? (Matteo grazie per la foto!).

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::excellent swimmer/modern institute

Nome quanto mai veritiero, quello della giovanissima Expanding Records: etichetta in forte espansione. Avanguardia d’assalto alla conquista di spazi di rilievo nel mercato di genere, il duo composto dal guru Teho Teardo (o dovrei dire Meathead?), e da Martina Bretoni al violoncello. Con un gradito aiuto nel brano Post.ino da parte di Mark Beazley dei Rothko.

Teardo non è un novellino nella messa a punto di soundscape d’autore, cosa questa che gli è valsa parecchi riconoscimenti, in particolare per le colonne sonore di due noti film italiani. E fu così che tutti i recensori scrissero sul foglio a quadretti la formula: colonna sonora + ambient = situazionistica spicciola. In questi casi, parte l’allegro gioco della situazione da ricostruire, prendendo spunto da quel brano o da quell’altro per immaginarvi scene e storie, con gente patetica che ti parla di acquerelli disegnati a botte di ambient minimalista. Dopodiché, ci si divide nelle due scuole di pensiero: “Splendide ricostruzioni di ambienti, geniale!”, oppure “Troppo legato a ciak cinematografici da raccontare, palloso!”. Fine della storia.

Non sono d’accordo.

In genere, diffidate di chi vi dice che quel tale famoso, di nicchia ma affermato sulla scena, stavolta ha prodotto un’opera più intima e raffinata “da ascoltare nelle notti solitarie”: è chiaramente paura di dire che, almeno stavolta, il re è nudo. Album mediocre, capita. Invece, questo sì, questo! Questo è davvero un album più intimo e raffinato. Questo tra i pochi.

L’idea è quella di far combaciare il glitch digitale col pizzico più soffuso della corda, senza però limitarsi allo sterile equilibrio tra i due elementi. Ad esempio: aprendo di folktronica e rilanciando di puro folk, come nella dolcissima International Rustic (cercala sulla mia blog.radio, qui a destra); oppure, dandola vinta al clockwork di Reginetta della Techno laddove l’elettronica è solo rumore della memoria.

Questo album contiene parecchie cose, e le mischia omogeneamente mediante inclinazione alla malinconia ed una professionalità prontamente riconoscibile, minerale sempre più raro da estrarre. Il punto debole è la sua stessa impostazione di partenza: non c’è alcun momento memorabile, nessun climax duraturo. E nonostante questo, non sempre si riesce a riascoltarlo, se non durante favorevoli combinazioni astrologiche tra il cd e sé stessi.

Allo stesso modo, nulla è fuori posto, non c’è un’unica trama che suoni posticcia o sovrabbondante, ti ho dato tanto così di clicks’n’cuts, perciò ora ti do una dose simile di classica. Questo, in una ricetta di quelle che solo la nonna: imperscrutabile. Ti accorgi di quanto questa musica ti è vicina solo quando ti ha già toccato la spalla.

L’inizio di questa nuova etichetta discografica, attenzione attenzione, potrebbe corrispondere al tanto atteso nuovo inizio (e finalmente!) del genere. Chi vivrà, se vivrà, vedrà.

::wonkatest 07

Feticcio alimentare degli anni ’70/’80, movente di tormentoni televisivi ante seconda repubblica, ecco tornare a noi la Girella. La Girella, signori!

Il passaggio dalla Motta al Gruppo Buondì l’ha rimpicciolita un po’, ma la Girella reca seco tutta la policromatica cioccolosità, spauracchio delle mamme bacchettone d’altri tempi. Lo stesso Golosastro può vantare solo un leggero restyling, mantenendo intatta la proverbiale bramosia di merendine indiane anche sui nuovi media.

Una premessa: il sito della casa di produzione è chiaro, semplice, pieno di informazioni, e…col proprio WonkaTest! Sì, foto un po’ troppo chiara, ma più che veritiera, con imperfezioni, bucherelli e tutto.

Sarà anche più piccola, ma accidenti: è la Girella, si vede! Ne avranno presa una più bella delle altre, va bene, ma, diamine, è proprio la Girella! Che ci sarà mai d’aggiunto? Un po’ di riflessi posticci sul cacao? Una schiaritina generale? Peccati veniali, direi. Anche perché la Girella non è esente dal perdere un po’ di quel liquidino sospetto (sarà la margarina?) che un po’ tutte le merendine rilasciano all’apertura della confezione: olio di bellezza per i suoi muscoli di cacao!

Probabilmente, la Girella è il prodotto di un processo seriale ben più semplice di ciò che la complessa forma a spirale lascerebbe intuire. Dico questo perché, nonostante la foggia complessa, il soggetto è riprodotto nei vari esemplari con una costanza davvero notevole. Si riesce a distinguere un campione dall’altro solo previa attenta analisi delle poche imperfezioni, giocando a fare lo Sherlock Holmes dei grassi deidrogenati. Vi rispondo subito, và: no, non mi ci sono messo veramente con la lente d’ingradimento e la pipa in bocca, va bene?

Ma certo: sulla confezione ci sono tutti i personaggi che abbiamo imparato a conoscere anni fa; sì, si pubblicizza la sorpresa all’interno; vero, ci sono le scrittine con i celebri aforismi. Fatto sta che non si vedono pastori fecili che preparano la pasta, né magici utensili che per scelta senziente versano gli ingredienti in un graaande calderone ballerino, e nemmeno bimbi ariani sporchi di crema nella loro ebete felicità. C’è il prodotto. Dopodiché, tanti disegni ammiccanti per il target prestabilito.

La Girella è un soggetto che vanta cinquant’anni di affermazione sul mercato. Questa perduranza transgenerazionale vanifica qualsiasi azione correttiva apportabile all’immagine sulla confezione. L’ultimo baluardo pubblicitario prima della cruda realtà non necessita di fotoritocco, quando l’immaginifico popolare è già ritoccato, nella memoria degli occhi e del palato, dalla storia del prodotto. Ecco perché finisce con l’ottenere il voto massimo per la sua categoria di difficoltà

La morale è sempre quella: senza trucco, è più bella.

WonkaTest precedenti: 01, 02+03, 04, 05, 06.

::la regola aurea per evitare (almeno) la beffa

Devo smetterla una buona volta, con quest’assurda pratica eucaristica, piagnona e frustrante: cercare confortanti discussioni con i cinquantenni riguardo la carestia lavorativa di questi anni.

Parlare col cinquantenne della crisi del lavoro significa addentrarsi in un intrico di algoritmi differenti, che terminano tutti con la stessa soluzione: alla fine di ogni disamina, ti fanno quella faccia triste e sperduta, tipica di chi non ha mai dovuto affrontare un nemico così invincibile nelle lontane epoche delle sanatorie dei lavori statali, dei megaconcorsi preelettorali, delle casse nazionali facili, dei 18 politici, del lavoro bene o male per tutti.

Pertanto, è perfettamente inutile parlarne con loro, generalmente non aggiornati, informatizzati mai abbastanza, immeritevolmente fuori dal tempo.

Gli esempi di algoritmo non mancano. Uno dei più divertenti e significativi è quello del laureato che ha un lavoretto per non dipendere dalla famiglia, ma vorrebbe insegnare. E quindi ne parla con un insegnante:

.begin

a) “fai la SSIS per due anni, durante i quali paghi l’iradiddio” (e come lavoro per campare, specie se la sede delle lezioni è in un’altra città?);

b) “ti dividi tra lavoro e studio facendoti un mazzo così” (ma sono precario e non ho facilitazioni come le 150 ore o l’aspettativa);

c) “sì ma alla fine entri in graduatoria” (dopodiché campo d’aria?);

d) “poi ti chiamano per le supplenze” (eh ma per fare una settimana l’anno di supplenze e cominciare ad accumulare punti, devo tenermi libero, non lavorare, e quindi campare d’aria);

e) “poi te ne vai in posti bruttissimi dove le graduatorie sono più scarne” (per anni prima di avere il ruolo e chiedere un trasferimento, siamo tutti in transito come nelle canzoni di Battiato, ma intanto gradisca una fetta di aria fritta);

f) “[faccia stupida]”; ([faccia tipo ma-perché-lo-faccio]);

.eof

È pur vero, in questo specifico caso, che se uno lo desiderasse e ne avesse disponibilità, potrebbe farsi campare da mammà dai 30 ai 3x (nella migliore delle ipotesi, nella peggiore delle sedi di supplenza), tagliando qualsiasi ponte sentimentale, emigrando ancora una volta, passando nelle nebbie e nel nulla i suoi migliori anni, in prospettiva di una vita da quarantenne padre di famiglia. Che culo.

Resta però chiara una cosa: nel parlare così, il cinquantenne ha in mente le graduatorie laschissime del lontano ’79, i pochi laureati figli di genitori già laureati, il rombo dei dispendiosi anni ’80 che s’ode di già da lontano. La realtà così com’è la subodora, ma non l’assaggia mai. E non è una colpa questa.

Allora andrò a scrivere qui la Regola Aurea, così me la ricordo e non sbaglio più:

“Mai parlare della crisi del lavoro con chi non ha mai affrontato almeno il secondo livello di PacMan. Mai!”.

::vile agguato italiota

Estate durissima, quella del 2006.
Nel meglio delle famiglie del co.co.pro., la vittoria di un mondiale di calcio è stata condita ben bene da un dopaggio mediatico da colonietta. Per di più, sfortuna lo volle, non sono mai mancati gli argomenti da esagerare, così da ottenere discussione sufficiente per cullare a lungo lo spettatore, tra le soffici e suadenti braccia dello share. Durante il lungo evento, antifrancesismi gratuiti e fuori luogo, e mischioni clamorosi tra calcio USA-Iraq-pena di morte-presidenti non sveglissimi, hanno caricato a pallettoni di populismo le bocche di molti dei gggiòvani tifosi, da quelli Nike ai piedi ed orologio a destra, a quelli cioè ma che cazzo ma cioè ti dico ‘sti ammeregani fassccciiisdi.

Pure per me è stata la gioiosa occasione di una micidiale festa in amicizia, in convivenza piuttosto tranquilla e rassegnata con le immancabili magagne. Nei confronti delle quali, bene o male, ci si sente abbastanza preparati, dopo tanti anni di pizze ‘nduie mandolini ed ossibuchi.
Non mi aspettavo, invece, il crollo pressoché totale della blogosfera (specie quella fresca, gggiòvane e prevalentemente universitaria fuorisede), nell’epiteto cafoncello di massa. Sapeva di bulletti della classe che si fanno forti perché in molti. Su ogni blog, però, ogni mamma di Zidane era corredata da divertente cappello introduttivo, utente per utente sempre brillantemente differente, atto a schernirsi, a dare motivazioni di allegra socialità e leggerezza di spirito, o di eccezione più unica che rara, oppure di reale voglia di cantargliene due. Calabrolesìa d’ogni dove come se piovesse, per la quale, se hai da ridire qualcosa, ci si regola il bor7ismo tarandoselo su misura: giusto dopo di me, sei bor7; e cacca pipì pupù specchio riflesso.

Ma alla fine, via! Arriva la vacanza, quella vera. Abbandoni l’italietta delle romanticone in cerca di cieli irlandesi, ti dimentichi dei soliti vacanzieri filoiberici, ti lasci alle spalle i neodiplomati impegnati nell’usuale ridondante tragitto dettato dalla EF, e ti vai a prendere le cose belle che è difficile anche solo spiegare, in posti che le agenzie di viaggi ignorano. Via, fuor di colonietta!

E invece. Quando meno te l’aspetti.
Sotto i binari della stazione di Szombathely, subdola imboscata della Cremeria Motta. Vigliacca: carichi con tutto il tuo potenziale italiota quando ho la guardia abbassata.
Per citare dissacrando: vi faccio vedere io come va in vacanza un italiano. Bang.

::otto vincenti gradazioni del nero

Ora, fate conto, ho ancora da riprendermi dalla birra continua, dall’atmosfera amichevole, dalle discussioni tecniche e da quelle futili, dalle dormite sotto le stelle, prima delle giornate passate a ravanare nella memoria di vecchi computer, che emettono tanto di quel calore da abbronzarti.

Quello che posso dire è questo: abbiamo dominato l’Árok Party, vincendo ovviamente nella categoria più ambita, la 8bit democompo, con la trackmo fatta in cooperazione di scena, che può vantare parti singole da meno di 16KBytes: la prima vera trackmo che gira su C16/C116 (ovviamente anche su Plus/4), assolutamente inespanso, e senza aggiunte esterne quali la SIDcard, ad esempio.

8 Shades of Black” è finalmente stata rilasciata nella versione mostrata al party. Dieci parti dieci, più un selettore iniziale col quale scegliere la propria “terapia”, con tanto di scatola di aspirina, blister, pillole e ricetta del medico curante. È completa di trackloader e di parti segrete da scovare.

Presto, verrà rilasciata anche la versione finale, con una parte aggiuntiva di Murphy/EXD/GS, una parte che ci ha fatto dannare per un giorno intero a causa delle incongruenze grafiche tra emulatore e macchina reale.

Il qui presente vincitore si vergogna un po’ come uno scolaretto, ma con questa piccola fobia oramai ci convive da tempo; quindi, nessun link a foto e video dell’evento, che son tanti e tanti.

Avendo assolto a quasi tutti i classici compiti che seguono la festa (quello che viene chiamato in gergo afterparty, e che riguarda upload del materiale, accumulo di foto, rinfrescata di siti dedicati eccetera) ci si prende una pausa riflessiva, baloccandosi con alcuni dei premi: riviste, chiavette usb ed altro ancora, fino al pezzo forte, che non poteva che essere un Commodore DTV.