::la regola aurea per evitare (almeno) la beffa

Devo smetterla una buona volta, con quest’assurda pratica eucaristica, piagnona e frustrante: cercare confortanti discussioni con i cinquantenni riguardo la carestia lavorativa di questi anni.

Parlare col cinquantenne della crisi del lavoro significa addentrarsi in un intrico di algoritmi differenti, che terminano tutti con la stessa soluzione: alla fine di ogni disamina, ti fanno quella faccia triste e sperduta, tipica di chi non ha mai dovuto affrontare un nemico così invincibile nelle lontane epoche delle sanatorie dei lavori statali, dei megaconcorsi preelettorali, delle casse nazionali facili, dei 18 politici, del lavoro bene o male per tutti.

Pertanto, è perfettamente inutile parlarne con loro, generalmente non aggiornati, informatizzati mai abbastanza, immeritevolmente fuori dal tempo.

Gli esempi di algoritmo non mancano. Uno dei più divertenti e significativi è quello del laureato che ha un lavoretto per non dipendere dalla famiglia, ma vorrebbe insegnare. E quindi ne parla con un insegnante:

.begin

a) “fai la SSIS per due anni, durante i quali paghi l’iradiddio” (e come lavoro per campare, specie se la sede delle lezioni è in un’altra città?);

b) “ti dividi tra lavoro e studio facendoti un mazzo così” (ma sono precario e non ho facilitazioni come le 150 ore o l’aspettativa);

c) “sì ma alla fine entri in graduatoria” (dopodiché campo d’aria?);

d) “poi ti chiamano per le supplenze” (eh ma per fare una settimana l’anno di supplenze e cominciare ad accumulare punti, devo tenermi libero, non lavorare, e quindi campare d’aria);

e) “poi te ne vai in posti bruttissimi dove le graduatorie sono più scarne” (per anni prima di avere il ruolo e chiedere un trasferimento, siamo tutti in transito come nelle canzoni di Battiato, ma intanto gradisca una fetta di aria fritta);

f) “[faccia stupida]”; ([faccia tipo ma-perché-lo-faccio]);

.eof

È pur vero, in questo specifico caso, che se uno lo desiderasse e ne avesse disponibilità, potrebbe farsi campare da mammà dai 30 ai 3x (nella migliore delle ipotesi, nella peggiore delle sedi di supplenza), tagliando qualsiasi ponte sentimentale, emigrando ancora una volta, passando nelle nebbie e nel nulla i suoi migliori anni, in prospettiva di una vita da quarantenne padre di famiglia. Che culo.

Resta però chiara una cosa: nel parlare così, il cinquantenne ha in mente le graduatorie laschissime del lontano ’79, i pochi laureati figli di genitori già laureati, il rombo dei dispendiosi anni ’80 che s’ode di già da lontano. La realtà così com’è la subodora, ma non l’assaggia mai. E non è una colpa questa.

Allora andrò a scrivere qui la Regola Aurea, così me la ricordo e non sbaglio più:

“Mai parlare della crisi del lavoro con chi non ha mai affrontato almeno il secondo livello di PacMan. Mai!”.

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7 thoughts on “::la regola aurea per evitare (almeno) la beffa

  1. Io sono napoletano e per poter avere una vita indipendente mi sono trasferito a Milano dove vivo da 7 anni.
    Purtroppo nella vita pur di non essere disoccupato (o inoccupato) cronico occorre apportare cambiamenti anche molto drastici alla propria vita.

    Paolo

  2. lucenellarete:sì, non era questo l’argomento, altrimenti avrei dovuto farmi figo con la mia esperienza, e chissà quant’altri avrebbero “tirato una riga” con la loro.
    A farlo l’abbiamo fatto, a rifarlo per qualcosa di appena meglio l’abbiamo rifatto e ririfatto. Poi magari uno dice anche basta. Ma mi sto disperdendo anche io, non era questo il tema.
    Un grosso saluto, Paolo.

  3. una variante (valida per cho ha avuto la stessa pensata “farò l’insegnante” entro il 2001)
    sostituire il punto a) con
    ti smazzi per passare i concorsi a cattedra, li passi, sei in graduatoria ecc…

    poi mantenere gli altri punti

    la situazione non cambia

  4. non tutti i professori 50enni non sono aggiornati sulle difficoltà che possono incontrare oggi i giovani per insegnare (e più in generale per lavorare)…

  5. Proprio l’altro giorno facevo la medesima riflessione dopo l’ennesima sconcertante osservazione di un over 50 di famiglia.
    Protetto dall’oblio in cui persevera dal boom degli anni ’80, egli si ostina a invitare i giovani a diventare imprenditori di noi stessi, a venderci fiduciosi e ottimisti al mercato del lavoro, ché un futuro di opulenza e successo ci attende a braccia aperte, perché siamo preparati, abbiamo studiato. Secondo lui c’è chi aspetta solo noi, la vita ce lo deve. Crisi? Il lavoro c’è, basta la buona volontà, sent’ammé.

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