::fascisti su marte

Alle ciane, s’é buoni tutti a contrastare la cinematografia anglosassone che ci attacca d’ogni lido. Ma è il biglietto che fa l’incasso.
Previo siffatta congettura, il Checule si reca quindi alla visione collettiva dell’agognata pellicola, poscia che anni transitarono, e dalle prime avvisaglie e dall’ancestrale foggia seriale della fondamentale testimonianza, rimasta ingiustamente secretata dai maneggi sabotatori di oscure forze sioniste.

“Pigra brodaglia giolittiana!”, questa l’idea che in me vieppiù s’appalesava: prendere un buon rancio di costrutte risate, ed allungarlo rendendolo sciapo e sciocco, come certi frivoli consommelli che s’usa sorbire in terra lutezia. Anche perché, a dispetto di una propaganda demogiudaicoplutocattocratica a doppio turno che lo voleva durare 45 minuti, l’opera di scienza finzione vanta in vece un’intiera ora di sovrappiù. Potranno le sole vicissitudini dell’eroico manipolo, sostenere il prolisso lasso temporale, senza che la platea venga pervasa dal morfeico flagello?

Il vero fascista sa ravvedersi all’uopo, invece che perdurare nell’errore: pur preservando lo stile narrativo che ne ha cantato la gloria tra la popolazione, è grazie ad una progressione più cadenzata del racconto e ad una rilocazione degli eventi in rettilinea sequenza, che la storia mantiene alto l’interesse d’una platea vogliosa di verità lungamente occultate.
I migliori testi della serie, quivi riconquistano la loro giusta collocazione: non più bolscevichi strali di querula ironia, ma rocciose componenti di una funzionale macchina da risate. Completa l’istorica testimonianza, un adoprarsi al riferimento d’attualità fermente ed indicizzato, giammai leggiero o fuor di loco. Non già quindi glabro sogghignar senza nerbo alcuno, ma bronzea virile struttura dinamica, che parte a simiglianza di cinegiornale, per approdare alfine alla più classica narrativa da celluloide, pur stiracchiandone tempi e modalità per molteplici passaggi.

Il fanatico fruitore certamente gradirà le novelle inserzioni di fatti come di personaggi in anteprima, bizzarre creazioni di quell’italico ingegno che non trova simili nei popoli dello sport con la palla piumata e dell’acquetta delle cinque.
Ma seppur facciate numero nella iniqua schiera degli scettici, codesta pellicola resta nelle sale a rammentarvi questo puro, mero, meraviglioso e pur incontestabile fatto storico, che intero s’annuncia e si rapprende in questa semplice e pur lapidaria frase: alle ore 15 del 10 maggio 1939, Marte è fascista!

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::collezione problematiche sociali autunno/inverno 2007

Facciamo così: compro una piccola webcam, e durante la prossima puntata di AnnoZero me la punto addosso, regalandovi in diretta le facce stranite, gli sguardi di incredulità ed i moccoli al volo.
Provocati, ovviamente, dalla presenza offensiva della nuova bionda B.B.

La presenza della quasi ventunenne contessina Beatrice Borromeo Arese Taverna (questa mente impegnata qui, per dire no?), non poteva non generare una certa dose di interrogativi tra le fila del pubblico di Santoro. Ne è testimonianza la stessa blogosfera italiana, basta guardarsi un po’ intorno. In tanti si saranno chiesti perché sta biondina, di nobili natali, un passato/presente di modella per intercessione di mammà (come lei stessa dichiara), un futuro in Scienze Politiche, una clamorosa zeppola in bocca, sia li a fare…a fare…
Oddio, a fare che?

Per non cadere nella solita stagnante combo italiota tipo SUV, quella che due parti eventuali giocano sul filo di “il SUV è una evitabile cafonata falloelongativa” e “l’invidia di chi non se lo può permettere”, nelle prime puntate della trasmissione abbiamo voluto metterci una pezza di giustificazione: Beatrice interpreta la notizia, “fa comunicazione”, come si dice oggidì nei confronti di chi ha uno stipendio altrimenti immotivato.
Fa la modella di argomenti firmati, invece che di capi d’abbigliamento: assume espressione addolorata à-la Fantozzi, e si ingobbisce come la bambina malefica del film “The Ring”. È l’impostazione che prelude ad una prosa sconsolata e scevra di speranze, relativa all’argomento della serata.

Poteva andare liscia così. Invece no. Già nella seconda puntata han fatto sì che potesse blaterare la sua. Proprio la seconda puntata, quella sballottata tra giovani e lavoro. Proprio quella. Durante la quale, ha svelato la magagna del duro lavoro di modella: la mancanza di gentilezza.
Non me la prendo certo con la persona, ma avrei da dirne quattro a chi ce l’ha voluta. Io penso che non si potesse realizzare nulla di più offensivo, irridente e fuori luogo, dell’intervento sul lavoro precario, da parte di un pezzo bidecennale modaiolo e mondano del parentado Borromeo-Marzotto. È un cortocircuito dal sapore sgradevole, una perversione granguignolesca quasi ricercata. E, se così fosse, colpevole.

L’emblematica visione greve della rampolla dalla faccia grave ti fa capire che nel binomio giovani/lavoro, il problema sono i giovani. Ma per quello basta attendere, fin quando giovani non saranno più.
Nel frattempo, c’è chi di lavoro parla del lavoro: la conferenzina mensile della Regione, l’inutile stand della Provincia, il programma tv dalla tristezza coreografica.