::l’amico di famiglia

Quando asseriamo che il film di Sorrentino si divincola totalmente dalle grinfie degli stilemi del cinema italiano, sottintendiamo un’elaborata lista dei perché ad avvalorare la tesi. Ma questo è un blog, e bisogna tirare a sintetizzare.

Sorrentino è pathos senza essere italopatetico; è visionario senza avere le traveggole; è sobrio senza scivolare nel minimal-snob; è comico senza scadere nel bagaglinico, macchiettando i personaggi, non facendo macchiette di questi.

Il giovane regista si impone di prepotenza nel gotha dei registi italiani una volta per tutte, inserendosi diseredato e spoglio di tutti i tradizionali colpi in canna del cinema nostrano; quelli che fanno zirlare lo yankee di turno:”Oooww, Feleeineeeiii Mouniscelleiii De Seeikaaah, lav dem sou mach!”. Pizza mandolino gondola spaghetti, sì vabbè.

Sorrentino non appiccica le parti della storia mediante meme per ghermire di mestiere i favori della platea, come per certi deboli filmetti senza futuro, ma perfeziona le caratterizzazioni condendo con tic ridondanti, non banalmente ossessivi, i suoi personaggi.

Sorrentino tiene smaccatamente per una fotografia schiava della macchina cinema, dove a volte le immagini hanno il diritto di prevaricare il flusso del racconto. E sa lasciar passo quando serve qualcuno che ne sappia di più, come nel caso della ricostruzione di una (purtroppo) probabilissima edizione di Miss Agro Pontino, a cura di Pappi Corsicato.

Sorrentino non si gioca la carta smorzacandela tra i due protagonisti, per ottenere il massimo col minimo, bensì segue il lascivo percorso dei corpi piegati ai sensi, riuscendo a descrivere una gamma invidiabile di differenti motivazioni al piacere.

Sorrentino, infine, non ha paura di deludere i più bor7 tra i suoi sostenitori, scrollandosi di dosso l’algida ambientazione noir della giustamente osannata opera precedente, facendo intendere di non limitarsi ad essere il sostenitore della fotografia modello 2.0beta, l’eroe delle ambientazioni mitteleuropee, il baluardo delle superfici metalliche lisce asettiche.

La dura attualità di provincia, di una provincia intimamente agrolittoria, è una location pressoché perfetta per imbastire un racconto tumorale e morboso come questo. Da una collocazione così concreta nel tempo e nello spazio in cui la storia si dipana malata, si gode delle derive psicopatologiche padre/figlio nelle aspettative del trapasso generazionale, condizione assolutamente universale e perpetua.

Quasi sorprende il finale, alla fine salomonico, in un mondo in cui le cose giuste sono solo parole di circostanza.

E tutto il resto? Bè, troppa ciccia, troppa carne sul fuoco, troppe cose da tradurre dall’unico mezzo che può dirle tutte senza perdere in organicità; e provarci non ne vale comunque la pena. Ecco perché io stesso preferisco definirne il perimetro, senza affrontare i tanti contenuti.

La musica? Lasciatemi perdere, sull’argomento ero di parte per “Le conseguenze dell’amore“, sono ancora più di parte per questo. Teho Teardo ha campo libero, ha talmente campo libero che si permette di rifare in studio “Post.ino” dei Modern Institute, sua stessa costola, ma con una ensemble più numerosa, che ce ne propone una versione bellissima.

Si passa anche per Antony & The Johnsons. Infine, inaspettato ed a tradimento, “Cathart”, il brano più bello che gli Isan abbiano mai pensato composto e registrato. Ciao ciao imparzialità, ci vediamo all’uscita.

“L’amico di famiglia” suggella una nuova alleanza tra il cinema e gli spettatori italiani. D’ora in poi, basta col definire “pioniere” Paolo Sorrentino: d’ora in poi sono gli altri ad essersi semplicemente persi per strada.

E se al cinema, qualcuno dei vostri vicini di poltrona ride ad una scena amara, non rammaricatevene: si è semplicemente riconosciuto in chissà quale anfratto della fogna dei sentimenti, e se ne vergogna; nell’imbarazzo, sghignazza.

::rugbisti su marte

La7 mostra da sempre di avere certi fulcri d’interesse, vattelapesca sapere quale capetto li abbia rispettivamente innescati. Tematiche fisse sembrano essere: l’universo omosex, Star Trek ed il rugby.
Di questi, lo sdoganamento del nobile sport anglosassone ha fatto di me, da un annetto e mezzo, un sostenitore. Non accanito né fanatico, ma pur sempre un sostenitore.

Il rugby dà l’idea di richiedere al giocatore il massimo delle singole caratteristiche: potenza, precisione, tattica, lucidità, velocità, scatto, resistenza devono portarsi tutte oltre un certo livello. Questo non solo per far di te un buon giocatore, ma anche solo per permetterti di affrontare tutti i grandi e piccoli traumi che, immancabilmente, c’è da sostenere durante il singolo match. Il risultato visivo è una spettacolare alternanza tra elaborati schemi corali, ed apprezzabili iniziative personali.

Il vero appassionato di rugby ti descrive la sua passione intessendo, in genere, tutta una trama di guareschiana schiettezza, fatta di fairplay eletto, di una conclamata cappa contenitrice di “pansportività”. A completamento delle sue tesi, cala il jolly: con aria di animale da pub e voce alla Ligabue, decanta le glorie del mitologico Terzo Tempo, rivoluzionaria (specie per la calcistica Italia) dimostrazione di intaccabile genuinità sportiva che riunisce i due team davanti ad un bancone di birreria.
Pertanto, come non desiderare per questo sport un mercato italiano più grande, che possa diffondersi in misura maggiore, anche mediaticamente, diventando così la flebo di innocenza per ogni malato di calcio moderno?

Io non lo desidero, almeno al momento.
Durante le telecronache, già ora sento usare parole come “onore” ed “orgoglio”, in costruzioni logiche troppo ricercatamente maschie e viriloidi. Un po’ alla stregua del piglio pseudoammmeregano dei commentatori del wrestling, oppure dell’imbarazzante terminologia da bar sport di Carugate che descrive le gare motociclistiche. Inoltre, si intravedono prototipi di tifoserie politicizzate, anche se in gruppi sparuti, come fossero club della creatina provenienti dalla stessa palestra. Intendiamoci: non è certo il rugby in sé a portarsi questa dolorosa eredità dai tempi dei GUF (fu il Fascismo ad inoculare il rugby in Italia). Io non temo i fan del rugby, io temo la pericolosa attitudine tutta nostrana, di imbastire un mercato sventolando quelle due o tre ideologie in croce, grazie alle quali si usa far transumare consensi, siano essi poltici o economici. Icomunishdi versus Ifascisdi, il Sud ed il Nord, la Juve e l’Inter, le donne contro gli uomini, chi è più forte tra Mazinga e Goldrake.

Sono convinto che, appena si comincerà a sentir puzzo di moneta, il rugby assumerà in Italia il ruolo, totalmente erroneo distorto perverso e fuorviante, di baluardo delle patriottiche virilità e littorie manifestazioni. D’un sol botto, il pubblico genuino del piccolo rugby italiano verrà travolto da una soverchiante tifoseria fallocefala, un mix micidiale di nazionalismo esasperato ed ipertrofia mascolina anche virtuale.
Sono altresì convinto che attualmente qualcuno stia carotando il mondo del rugby italiano, per testarne le differenti potenzialità: ogni tanto c’è un episodio che dà da pensare, una manina romanamente alzata, un coretto che non t’aspetti; robetta pronta a spegnersi alle giuste proteste del pubblico, cosucce che ritornano in chissà quale buia botola, pronte però a riattivarsi per la prossima tastatina all’ambiente.

Siamo davvero sicuri di volere una crescita repentina del rugby in Italia? Quanto ne perderemmo, del rugby metafora di Marco Paolini?

::il giorno + bello

Il voler scrivere e dirigere una commedia dal retrogusto amaro, un film leggero ma non banale, non significa che si possa oscillare inavvertitamente tra il paradossale ed il non senza particolari precauzioni d’uso. Né che si possano utilizzare i personaggi un po’ come si vuole, stiracchiandone all’infinito le peculiarità.
Purtroppo, Massimo Cappelli, regista e sceneggiatore, si è concesso ambedue i lussi, con risultati mediocri.

Ciò che non ha a che fare col nucleo dell’opera, funziona benissimo: gli attori danno tutti belle interpretazioni, anche perché azzeccate (Selen fa la collega di facili costumi, la Placido fa la ragazza comune, tutto al posto giusto), la costruzione accessoria dei personaggi (frasi tipiche, abbigliamento, oggettistica) è ben studiata, da altri evidentemente. Tutto rovinato dai dialoghi e dai meme.

I dialoghi non sono “leggeri”, sono perlopiù proprio sempliciotti, in pochi casi fino a scadere nell’avanspettacolo bagaglinico.
Le azioni ed interazioni dei/tra personaggi sono spesso pateticamente incoerenti, oppure ridicolmente radicali; dalla storia si può evincere, ad esempio, che dentro ogni uomo di sinistra, c’è un conservatore che vuole sortir fuori, e che lo fa di botto, senza un particolare meccanismo, aldilà di una caratterizzazione studiata. Perché Leo fa il discorso più sentito del film con una che non ha mai visto prima in vita sua? Perché l’amico con l’Unità in tasca si sorprende per la commistione di Leo con un futuro regolare da sposato, quando già lo conosce come bancario in fighissima banca?

Infine, i meme: quando vuoi tenere insieme un film che avanza per episodi, li leghi ben bene con i meme, sia quelli d’ironia che quelli di puro linking. Se sai fare di più e di meglio, non ne hai bisogno; sennò, li usi, degradando la tua opera a qualcosa che sa più di fiction che di cinema. Qui ce ne sono ben quattro. Quattro! Uno, la titolatura dei capitoli inserita negli elementi di scena (tra l’altro sempre sovraesposta, per venire incontro alle nostre capacità ridotte, evidentemente); due, l’inutile regalo che si frantuma ad ogni resurrezione; tre, tutti si accorgono del pallore del protagonista; quattro, l’indesiderata caffeina. Tolti questi, una fetta di film va via per lasciar posto a momenti noiosucci.

In questo film, c’è tutto ciò che serve a divertire le persone più semplici. Ma solo quelle, perché il confine tra leggero e sciocco è qualcosa di ben definito, e in questo c’è dello sciocco, non “unfilmperidere micachepeffozza unodevevedelecosepesandiesserie”, solo sciocco. È un vero peccato, perché lo spunto era validissimo, ed è il cast a salvarlo dall’inferno. Gli ingranaggi sono bellissimi, ma è il progetto meccanico a non essere rodato bene.
L’albertosordismo si è reincarnato nelle nuove generazioni, ed è tornato per uccidere, a quanto pare.