::goodbye/ulrich schnauss

I due precedenti album di Ulrich Schnauss li avevo ascoltati con moderato piacere. Il primo, Far Away Trains Passing By, aveva pretese un po’ meno ambient, un po’ più pop, con le basi electrodrum straritmate; il secondo, A Strangely Isolated Place, è micidialmente shoegaze, le percussioni si fanno più sporche ed i cori synth la fanno da padrone.

Tutto molto carino, con una certa mia predilezione per la maturità raggiunta col secondo, ma mai nulla di veramente memorabile.

Quest’estate mi sono deliziato col terzo della serie, Goodbye, che ritengo il migliore sotto tutti gli aspetti. Ecco perché ne parlo.

Questo album è una sòrta di versione strapotenziata del precedente, anche dal punto di vista puramente massivo: synth molto ma molto più corpulenti e lunghi, costruzioni più dense e stellari, riverbero alle stelle. E dico stelle perché siamo in piena kosmische, però con quel fantasma, appunto, shoegaze, che non si stacca mai dalle spalle. È tutto un quattroquarti accordo-minore-settimo-(accordo-1) cantilenato da voci graffiate dall’elettronica, e ti sembra che debba essere tutto così, specie ascoltando i primi tre bei brani, Never Be The Same, Shine e Stars. Poi arrivano due cosucce raffinate ed ambient come Einfeld e In Between The Years, e pensi che siano lì per spezzare un po’ il ritmo monocorde dell’album. Sarà Here Today, Gone Tomorrow di seguito, ad insinuare l’idea che forse forse zio Schnauss abbia trovato la sua musica che sia sua e solo sua: i generi si mischiano, sino a non poter generalizzare più. A Song About Hope lo ribadisce, con degli echo synth distorti ad attacco e sostegno lenti che ti schizzano fuori dall’atmosfera, fino ad approndare al finale inaspettatamente malinconico e rarefatto.

“E chi se l’aspettava, questo qua ha pescato il jolly”, pensi, inconsapevole del fatto che l’ottava traccia (di dieci) sta per fissare la bandiera della nazione-Schnauss sulla sua nuova luna appena disvelata. Il crescendo elettronico di Medusa…bè sì dai, vi tramuterà in pietra, prima di scemare in echi lontani (sebbene ora il server sia ultralento, lo piazzo per l’ascolto nella blog.radio, lì nella colonna a destra). Al contrario di altri ben noti personaggi similari, Ulrich Schnauss sembra davvero aver trovato lo sbocco, tutto suo personale, che potrà salvare l’intero genere musicale.

È con l’omonima Goodbye, e col suo riff terribilmente accattivante, che lo zio ci saluta, e saluta il suo vecchio sé stesso alla ricerca di un percorso, e For Good è solo l’ultimo veloce segno con la mano. Amichevole, quest’ultimo, e colloquiale nel farci sentire il nostro mentre posa gli strumenti e va via dalla sala.

Io, notoriamente figlio di buona donna stretto di manica snob elitario del cavolo, stavolta impinguo il voto finale, premiando la raggiunta maturità di Ulrich Schnauss, ed il suo apparente successo nello scovare la luce in fondo al tunnel della scena electro. Diventato adulto tra gli adulti, è riuscito subito ad essere più adulto di tutti.

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