::umm pah chk pah commodoriani per caso

Durante le ultime ore del Festival della Creatività, giusto dopo il concertonerd di Nobuo Uematsu (bello, devo dire…), la signora Creatività ha fatto il suo ritardatario ingresso in punta di piedi, per mezzo di alcune sperimentazioni musicali premiate da scarso seguito. A quell’ora il Salento che ci portiamo dentro un po’ tutti ha preso il sopravvento sulla Creatività, regalandoci la colorita scoria di manipoli di studenti fuorisede in Arte dell’Apparire, in mise terribilmente apulocalabrocreativa, fumantini e alcoolini come l’etichetta dei senza etichette consiglia secondo cicli generazionali immutabili.
A distinguersi dall’echi di “machicazzosoqueshdi?”, pochi interessati ascoltavano me che facevo il supersonico galletto con le mie spiegazioni da maestrino odioso, sulla vasta discografia di Pierre Bastien, riguardo le cause fisiche della rumoristica a diffrazione e conteggio fotonico dei Mikomikona, o su quale tracker utilizzasse Nullsleep sul suo Gameboy. Che fighetto elitario nerdacchione impunito che sono.
Parlando parlando, siamo finiti su altro argomento, che mi è stato chiesto di completare in breve, e questo è il post di servizio per gli amici Creativi.

Si parlava di che? Ah sì, dei Visa Röster, l’equivalente retrocomputeristico dei Neri per Caso (minchia, quale onore!).
Quella dei Visa Röster è una formazione svedese di musica a cappella, che, oltre all’immancabile repertorio classico, vanta ben due cd di brani classici tratti dai giochi e dalle demo del Commodore 64. Ovviamente i sei nostri non si fanno mancare nulla, presenziando ai retroparty nordici e deliziando la platea con performance dal vivo.
Tutti i dati, dice che esiste internet, ve li leggete sul sito ufficiale già segnalato, o sul loro MySpace. Aggiungo un paio di parole io.

Il primo dei due cd, “*** Commodore 64 *** Vocally”, contiene 13 tracce, delle quali l’ultima dal vivo totalmente inedita.
I ragazzi vanno a coprire una zona temporale della storia commodoriana, compresa tra la seconda e la terza generazione ludica del C64, più o meno dal 1985 al 1987, puntando le loro migliori fiche con una certa furbizia, sul riesportare brani classici precedentemente utilizzati sul gioiellino di casa Commodore: “Lo Schiaccianoci” in versione Fred Gray, tratto da Mermaid Madness, e il “Bourée” dei Jethro Tull piazzato da Tim Follin nella vanity board di Black Lamp ne sono un esempio.
I Visa Röster si presentano bene con questa fatica prima, convincendo i più riguardo la loro essenza di retroappassionati come, se non più, di loro, addirittura non disdegnando la versione a cappella di un brano di Markus Schneider fatto a suo tempo (1991) per un gioco che non ha mai visto la luce. Gli arrangiamenti giocano sul vedononvedo, a far trasparire suoni del SID in degne intro o nostalgici intermezzi. Da notare che tra fruttoni appassionati vige collaborazione, dato che la loro versione di Comic Bakery è chiaramente ispirata a quella famosissima dei PPOT (“Larger than Pop Boyband mix”, quella corredata del fantastico, imbarazzante, video da boyband fine anni ’90).

Arriva il successo, arriva il secondo cd da ben 18 tracce, tra le quali si intravedono molte hit chiaramente vincenti, pezzi che tra i circa 34000 conosciuti catalogati e preservati nell’HVSC, ricoprono i meglio posti nella top ten.
In questo seconda release, i sei nerdoni svedesi lavorano in collaborazione con i più conosciuti ed apprezzati riarrangiatori di brani del C64 (Oxygene, DHS, Mahoney…), producendo in pratica un disco dal doppio valore, ed è una notevola furbata. Ecco perché si è puntato ai pezzi più noti: sono un punto d’incrocio per tutti quelli che v’hanno collaborato, sono pezzi sentiti, riascoltati, riarrangiati prima in un modo poi nell’altro. Una deriva completamente vocale di un bolo digerito a lungo, diventa punto d’approdo di una stessa esperienza. Il risultato di questa ricerca è che l’ascoltatore sente evidenziati proprio i particolari che ricorda di più del singolo brano, che più gli rimandano alla mente l’impressione catturata durante l’attività videoludica.
In particolare, favolose le versioni di Last Ninja 3 e dello storicissimo conosciutissimo brano di Mike Alsop tratto da Fairlight.

Ovviamente, questa è musica solo per addetti al retronerdume, quindi nessun Franceschiello di votazione potrebbe reggere. Ma se gli date un assaggino male non potrà farvi, in virtù del fatto che i Visa Röster permettono la copia del cd a terzi, chiedendo in cambio una donazione volontaria suggerita di 5€, al vostro buon cuore. Commodoriano.

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::in questo mondo libero…

In realtà c’è poco da dire, di un film che denuncia ma non cade nel pesante docufilm, utilizzando pienamente i mezzi della macchina cinema già in sceneggiatura.

Il titolo è tutto nei puntini di sospensione a cui, devo ammetterlo sfrontatamente, non tutti i recensori hanno dato giusta evidenza: “In questo mondo libero…ecco la schiavitù”, travisata dalla globalizzazione e nascosta nelle trame del neoproletariato da esodo biblico. L’attività imprenditoriale di materiale umano d’immigrazione che la protagonista mette su, ha basi praticamente medievali: un luogo dai muri alti e forti, ed una moto potente ed esibizionista a farle da destriero.

Davvero notevole l’imparzialità con la quale Loach e Laverty hanno affrontato la costruzione della storia. Non si tratta di lavarsene le mani, ma di penetrare, viaggio allucinante, il corpo della società afflitto dai suoi mali, in modo da non perdersi in partigianerie o particolarità. Da quest approccio igienicamente sterile, lo spettatore ne guadagna parecchio, potendo saggiare il problema considerando tutti gli equilibri in gioco, nella totalità delle perversioni del meccanismo globale.
L’attrice Kierston Wareing risulta essere effettivamente un po’ troppo fica inquantoché zoccoloide. Mi spiego: è stata pensata per essere una bonazza cafonotta del quartiere, di quelle che per lavorare non hanno avuto il tempo di studiare, e quindi magari può apprezzare i riporti leopardati. Però in molti casi ha atteggiamenti e movenze chiaramente fighetti, che tenta di abbrutire con un po’ di agitazionismo bassifondale. Ok basta col festival dei neologismi.

Bello, utile, necessario, lineare. Ecco forse un po’ troppo lineare, tic tac tic tac. E scolastico.
Comunque da vedere senza pentirsi di non aver preso l’altra sala col film tutto da ridere.

::la verità sul tonno

Ha dello scandaloso. Davvero
Ma non s’era detto che su internet c’era tutto, e nulla sarebbe andato perduto? È bastato un solo ricordo del mio amico Matteo per mandare in corto il Sistema. E se funzionasse al contrario? E se invece la rete fosse un modo per affogare le vergogne sotto una pila di fuffa?
Non voglio nemmanco pensarci, e lascio volentieri la parola a Matteo. Voi intanto: meditate.

Nel lontano 1994 o giù di lì, una pubblicità da TSO circolava impunita dentro i teleschermi italici. Indimenticata sicuramente dai miei neuroni, bruciati in quantità industriale da una cotale visione avuta dopo aver assunto soltanto della Gassosa Cefalo, questo capolavoro conteneva una sorta di musical ambientato in un supermercato.

Una signora, intenta a svolgere nel supermercato d’ordinanza l’annosa scelta della scatoletta di tonno da aggiungere alla sua spesa, e sospesa sognante tra un Alco e un Rio Mare, si imbatte in un figuro, travestito da Nostromo che le si avvicina saltellando e proferendo le parole: “Se lei sapesse come è fresco vorrebbe il mio”.
La signora, incerta tra un approccio di tacchinaggio estremo e il dubbio di aver assunto troppa coca cola con l’aspirina, rimane esterrefatta e ferma dinanzi alllo scriteriato individuo che ha di fronte. E il nostro eroe si lascia andare, avventurandosi in un memorabile musical saltellando, completamente in acido, tra banchi dei surgelati e pacchi di fusilli, e vantando le mirabili imprese che il cervello, o quel che ne resta, di questa specie di Don Chisciotte del Tufello, ha partorito nel suo delirio: “Tonno Nostromo ha la sua flotta, e quel Nostromo sono Io”.
La signora è sempre più perplessa, ma il Nostr’Omo è assolutamente incontenibile e continua a inanellare canoro doppi sensi univoci, lanciatissimo: “così il mio tonno sono sicuro è sempre come dico io”, per concludere la sua irripetibile performance avvinghiandosi alla signora riottosa in un caschè da pane e provolone e urlando quel fragoroso “Signooooora miiaaaa” che mi ha provocato lo stesso effetto di Arbore sul Papa.

Un paio di settimane fa infatti mi sono ritrovato a cantare questo bel refrain, come un coglione, mentre mi facevo una doccia e il passo successivo è stato quello di cercare lo spot su Internet per rivederlo e bearmene. Ma qui alla coglionera imperante si è sostituita l’incredulità, e poi lo sgomento.
Niente di niente. In nessuno dei soliti siti contenitore di video e di amenità varie c’era traccia del musical nostromide, a parte un eroico e solitario individuo, mentre lo spot del Tonno Insuperabile giganteggiava ovunque, in una condizione di assoluto monopolio, come se non fosse mai esistito quel capolavoro.
Allora ho deciso di passare all’azione. Non è possibile assistere passivi a un tale evento, chiaramente un complotto plutopippotonnomassonico ordito dai poteri forti in combutta con il Tonno Insuperabile. Bisogna tenere viva la memoria del nostro eroe, non possiamo dimenticarcene. Va trasmessa come esempio.

Dopo avere sopportato i peggiori crimini in Italia, i depistaggi di Ustica e gli insabbiamenti delle stragi di Stato, è arrivato il momento di dire basta. Non possono cancellare la memoria del nostro amico lisergico del supermercato nell’indifferenza generale. Videocassette vecchie che prendono la polvere devono essere aperte per trovare almeno una traccia di questo crimine. Non possono averla vinta i Poderi Forti e il loro odioso disegno.
Per questo oggi, l’ 11 di ottobre, viene istituita la Giornata della Memoria del Nostromo. E incominciamo a frugarci per trovare finalmente questo spot. Amen.

::le ragioni dell’aragosta

Un film che consideri non un’impellente necessità, può diventare tale per una sommatoria in serie di motivi.

Uno: lo danno in un cinema fenice zombie che tutti credono morto, ma che risorge dalle ceneri all’improvviso. Due: la presenza graditissima della regista ed attrice principale. Tre…

Tre, specialmente. Al tempo delle superiori, la sera ci si godeva Avanzi, la mattina dopo era tutto uno scimmiottare i vari sketch. Tra amici ci ritrovavamo a ridere in questi frangenti, ma per qualcuno tutto ciò valeva qualcosa di più che una semplice risata sardonica. Poi seguì la fine di questa anarchia comica, che aveva trovato libertà d’espressione nell’assenza momentanea di lottizzazioni televisive a causa di Tangentopoli. I controllori ripresero a controllare dall’alto della loro rinnovata trasversalità politica. I nostri beniamini si rifugiarono lavorativamente in contesti pressoché bagaglinici, e questo per noi fu la perdita dell’innocenza etica, morale, politica, sociale: una sòrta di tradimento per la generazione che aveva assunto i concetti di valore, onore, bontà e giustizia da Actarus, più che per togliattàme o almirantàme vario.

Questo film esiste proprio per mettere in bella mostra il paradosso tra le belle intenzioni e la necessità di racimolare il mangiare, quel paradosso difficile da digerire a qualsiasi età, se proprio non si è assuefatti per bene bene bene. Non è La Risposta, ma è una risposta, ai perché di quella vicenda.

La tecnica usata è quella della realtà-finzione, per ottenere un grandguignolesco bilico tra interpretazione di una sceneggiatura ed introspezione autobiografica dei singoli personaggi. Per ottenere ciò, la Guzzanti impone agli attori la libertà semicontrollata delle performance, risultando un po’ la Madre Teresa de’Comici con tutti per l’intero film, cosa che la tiene sempre sullo schermo a mediare qualsiasi scena. Scelta forte ma necessaria, peccato veniale. Anche perché il risultato è superlativo.

Per tre quarti della pellicola, si ha l’impressione di seguire una storia bella e piccola, in un contesto facente parte di certi tuoi ricordi, di un certo tuo periodo. Una storiella ad usufrutto personale, di quelle alle quali non si potrebbe mettere il cartellino col voto. Poi però t’accorgi che il tema non è affatto piccolo, o settoriale, o limitato. E ti rendi conto che non fornisce nemmanco “una risposta”, ma una Risposta.

La fiction legata ai pescatori sardi cortocircuita con la realtà della catarsi di un’esperienza come Avanzi allo scopo di analizzare un nuovo profilo di quel germe di delusione del liceale che ci portiamo dentro. Quel sorrisino amaro che facciamo quando interagiamo con le discrepanze di moralità accanto alle quali la cosiddetta “maturità” ci ha insegnato a convivere. Alle volte, anzi per molti di noi, con le crepe della nostra, di moralità, quelle che si giustificano con “eeeeh quest’è, la vita reale, che ci vuo’ fa’”.

Perché non ci facciamo assorbire da questo concetto di vita reale? Perché lo abbiamo fatto? Ci ce lo fa fare, chi ce lo ha fatto fare? A battere il capo per i pescatori sardi, motivazione giustiissima sempre a meno di scoprire che anche l’aragosta avrebbe le sue ragioni di non farsi bollire viva. A sbattersi, in pratica, per un senso della giustizia assolutamente parziale e ludico, che sembra veramente imparato da un anime, piuttosto che da un filone filosofico o una condotta religiosa, chessò.

Cara Sabina, avrei voluto dibattere con te un millesimo di questo delirietto senza pretese, senonché più il tempo passava, più le altre domande si facevano imbarazzanti e retoriche, più a me batteva il cuoricino per la vergogna. Alla fine, non ce l’ho fatta.

Lo so, è colpa mia. Che porto sempre dentro di me quel liceale divertito, deluso ed imbarazzato al tempo stesso.

::dozzinalità ecologiche

Lo spot televisivo del marchio Finish, gamma di prodotti dalla Reckitt Benckiser, trasmesso qualche mesetto fa, conteneva un messaggio davvero forte: lo sapevate che la lavastoviglie, a dispetto di ciò che si è sempre detto, rappresenta un’alternativa economicamente vantaggiosa rispetto a detersivo, acqua ed olio di gomito?

La prima volta che ho visto questa pubblicità ci son rimato davvero incredulo: ma come, e tutti gli insegnamenti della mia mamma, sulle quantità di stoviglie da lavare, su come usare l’acqua, sulla diluizione del detersivo? Questi citano addirittura uno “studio”, fatto da chissà chi, genericamente citato ma senza alcun riferimento percorribile per accertarsene.
Sarà stato per questa mancanza di dati che per un pò tale spot è svanito nel nulla. Per poi ricomparire, identico, ma con una piccola nota scritta in basso:”Studio condotto dall’Università di Bonn, valido per 12 coperti”. Ah ecco! Volevo ben dire! Per avere un vantaggio economico ed ecologico, bisogna imbastire sempre pranzi da dodici, una continua Ultima Cena in pratica, ottimizzare pertanto lo spazio nella lavastoviglie sempre sempre sempre.

Andiamo a cercarcelo, sto studio, allora. E grazie anche a Blogeko, che se ne è (pre)occupato in profondità ben prima di me, arrivo alla pagina del Guardian che lo riporta. I 113 individui messi in competizione con la lavastoviglie hanno effettuato i lavaggi nei modi più disparati. La media dei loro dati si è rivelata utile al sostegno della tesi solo in base alla miglior situazione operativa (12 coperti, appunto: piena completa) della lavastoviglie. Ma la fetta di utenti che ha lavato “coscientemente” i suoi piatti, se l’è mangiata a colazione la macchina, in quanto a risparmio di risorse!
Peggio ancora: lo studio non copre il computo energetico totale dell’uso della lavastoviglie, dato che non considera uso rendimento ed impatto ambientale dei detersivi, costruzione, trasporto e smaltimento della stessa.

Ben vengano le iniziative ecologiche Finish, e lungi da me demonizzare una mano santa come la lavastoviglie, specie per le aziende e le famiglie numerose. Resta però il fatto che le poche decine di secondi autobalanizzantesi in televisione, giocano a ficcare in testa agli utenti che, genericamente, “con la lavastoviglie si risparmia e si fa contenta Mamma Natura”. Male! Inoltre la multinazionale si è bullata dello studio tedesco, ma si è tenuta ben lontana da linkare un riferimento diretto, in nessuno dei siti che la rappresentano. Malissimo!
Lo studio dice invece che basterebbe educare la popolazione all’uso strategico e non consumistico della macchina, al dosaggio responsabile dei detersivi, alle tecniche di lavaggio a mano, per avere il vero risparmio economico ed il vero vantaggio ecologico.
Sfortunatamente, queste tre cose fanno consumare meno prodotti. Guarda caso, eh?