::heidi e chiedersi il perchè?

Succede sempre così: da grande, rivedi certi film e certi cartoni animati, rileggi certi libri, e ti rendi conto che negli anni avevi fatto sedimentare opinioni esageratamente positive su di essi. Da quel punto in poi, quello che dapprima era mito, finisce poi ridimensionato a folklore adolescenziale, categoria pericolosamente vicina al trashpop.

Al contrario, ciò non si è verificato rivedendo su Italia1 “Heidi”, la versione anime del romanzo “Gli anni di formazione e di peregrinazioni di Heidi”, per la regia di quel mostro che è Isao Takahata, il quale, durante quegli anni, decise di intraprendere un ciclo di produzioni seriali presentato ai produttori col titolo ideale di “Opere classiche da tutto il mondo”. Era questo un progetto complesso e difficile, nel quale vengono impegnati tutti gli spiriti più innovativi, pronti a scrollarsi di dosso l’ombra uniformante del colosso disneyano e del di esso stile nel trattare le tematiche dell’infanzia e dell’adolescenza. Tra questi, Hayao Miyazaki, ho detto tutto.

Oh, io lo ricordavo davvero bello, ma ho sempre pensato che il mio giudizio fosse condizionato dal fatto che “Heidi” piacesse moltissimo a mia madre. Insomma, il vero spettacolo durante la trasmissione era in realtà la mamma spettatrice. Invece, rivedendolo, ho riscoperto un’opera davvero preziosa, e tra amici abbiamo tentato un’analisi del perché.

Su Repubblica.it, qualcuno, e porca miseria non si sa chi sia, s’è ricordato la data della prima messa in onda italiana, e ne ha fatto un anniversario di serie B, quelle stronzatine che servono come riempitivo a Repubblica.it, come alle sue consorelle, quelle puttanatelle da colonna laterale che in genere vertono sul pruriginoso, extrema ratio salvagente del quotidiano in Italia.

Leggete voi stessi, e ditemi se magari non era il caso di chiedersi il perché del successo di pubblico, di valutare le motivazioni dell’ascendente che l’opera della Spyri ha sugli spettatori, di commentare la rilettura del regista nipponico. Invece che piazzare l’ennesimo colpo di copiaeincolla triste che ti fa capire com’è giusto che i giornali lascino il testimone a media differenti. Invece che mettere su un nulla inutile, perdipiù coi nomi dei protagonisti grammaticalmente sbagliati.

Johanna Spyri ha iniziato tardi a scrivere e pubblicare letteratura per ragazzi, ma quando ha iniziato ci ha messo dentro quell’innesco romanticistico che diverrà la base per un cambiamento rivoluzionario della pedagogia e dell’educazione del bambino, cinquant’anni prima della Montessori. Il suo romanzo più famoso è ancora oggi il libro più tradotto al mondo dopo Bibbia e Corano!

I protagonisti del romanzo trovano subito spazio nel cuore dei lettori, piccoli e grandi, in virtù del realismo delle loro reazioni alle problematiche che volta per volta incontrano. La reazione della bimba al mutismo sentimentale alla quale è sottoposta in città, ad esempio, è un piccolo gioiello di psicologia infantile con tutti i particolari (aura e mutismo post-sonnambolici, inappetenza, fughe nell’immaginazione). Lo scontro tra la visione moderna del medico di casa Sesemann, e quella rigida dell’educatrice Rottenmeier (che usa l’handicap di Clara come ricatto psicologico, cosa oggigiorno impensabile!) è un pezzo di storia della pedagogia. E si potrebbe dire ancora molto: il rapporto con la natura, con la vecchiaia e le disfunzioni fisiche, il contrasto tra le classi sociali, tutto molto rispettato nell’eccellente trasposizione nipponica, il cui valore è accentuato dalla colonna sonora ad opera di Gert Wilden.

Nell’Italia che discute dei DiCo, che s’interroga su cosa definire famiglia e cosa no, che si allarma per il concetto di nucleo allargato ed eterogeneo, mi preme far notare come in “Heidi” non vi sia alcuna famiglia classica formata da babbo mamma e figli. Ci sono invece nonno bimba e zia evanescente, nipote nonna e mamma (e il papà di Peter?), nonna babbo ed educatrice ( e la mamma di Clara?). Scritto nel 1880, ci piace ricordarlo, eh!

Va bene, scrivo questa cosuccia veloce prima di uscire ed andare a far festa, nella speranza che qualcuno approfitti di questo anniversario di cartapesta, per discutere di quel 20% quotidiano di share senza sorprendersi, bensì approfittandone per chiedersi e spiegare il perché. Buona ri-ri-ri–visione a tutti.

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19 thoughts on “::heidi e chiedersi il perchè?

  1. Adoro Heidi, penso che vada bene per tutte le età: la storia (dolce ma non zuccherosa), le battute, i personaggi (chi non ricorda la Signorina Rottermaier?), tutto perfetto.
    🙂

  2. Un paio di anni fa ci fu a Torino, al museo della Montagna, una curiosa mostra su Heidi. Dentro c’era un pò di tutto, dalle versioni arabe del romanzo all’asse del wc col faccione della bimba del cartoon giapponese… comunque simpatico.

  3. phoebe1976:tutto vero, ma mi ha fatto pensare la frase “adatto a tutte le età” che è una frase che si usa in senso positivo. Ed io non ho mai veramente capito il perché.
    soloparoleperse:ma se sei loggato su splinder hai firma automatica! 😉
    Dev’essere stato un interessantissimo angolo della mostra, specie le versioni in lingua araba: a chi fa paura l’avanzata islamica, rispondo che non può essere minaccia un popolo che fa queste cose! 😀

  4. In una sola parola: g r a z i e.
    Bellissimo. Un pezzo utile, onesto, interessante, appassionato. Quattro aggettivi che, come facevi notare, mancano DEL TUTTO all’informazione giornalistica italiana.

    (a me heidi dava un’angoscia eh… Ma immagino fosse anche quella voluta)
    [Ste]

  5. Ste:azz, e allora che bisogna dire di Remì, che si incrocia con la mamma millemila volte statisticamente tutte favorevoli, e regolarmente tutte a puttane? 😀

  6. Mmh… Kek, quello era il cane Bun Bun. In ogni puntata sua madre si trovava regolarmente dall’altro lato della strada, o dietro l’angolo del vicolo in cui lui e i suoi amici ravanavano nei cassonetti… e niente, nessun incontro fino alla fine.

  7. Oh! Allora! Se s’ha a parlare delle serie portasfiga io sfodero uccellini azzurri, bande dei ranocchi e balene giuseppine da sventagliare con shiranuica violenza!

  8. Assolutamente d`accordo dalla prima all`ultima riga. Qui dal Giappone Heidi sembra, paradossalmente, ancor piu` lontana, e non solo in termini di tempo e spazio, ma proprio di cultura dell`animazione, ormai decaduta (tranne qualcosa di interessante proposto al cinema).

  9. I dico e le famiglie allargate da sempre sono state presenti nei cartoni animati, più per esigenze di copione che per ideologia però. Nei personaggi di Walt Disney non esistevano mamme e papà ma soltanto zii con nipotini al seguito, nonne ed eterne fidanzate oltre a scapoli incalliti come Pippo o Paperoga! E che dire di Candy Candy? per non parlare di Pinocchio!

  10. DickColus:ehmmm, ma io mi riferivo al romanzo, com’è chiaro dalla data che faccio seguire. Anche “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino” è, siamo lì, del 1881, ma in quel caso c’è figura materna e figura paterna ben localizzate.
    Ben altra cosa, se pensi a Dete la zia di Heidi… Oh, poi lascio la parola a quelli esperti del settore eh, io sono un profano.

  11. Intanto complimenti per l’articolo. Guarda a me ha insegnato anche Lupin (il cartone chiaramente) perchè mi ha fatto conoscere i monumenti di mezzo mondo, figurati che effetto propositivo può avere Heidi. A proposito di Heidi ho letto che giusto pochissimi giorni fa la Turchia ha censurato la versione libro di Heidi. Il fatto mi lascia un po’ ambiguo. Da un lato viene da pensare che la Turchia voglia entrare in Europa pur non condividendo con essa niente (e la storpiatura di Heidi ne è un esempio palese). Dall’altro mi viene da giudicare che seppur con il velo, non è poi così male che venga diffuso un testo che pare essere così edificante (forse addirittura attuale). Mi sa che questo c’entra un po’ poco con il tuo articolo, ma ormai l’ho scritto.
    un saluto
    exrodolicante

  12. exrodolicante:non è che l’abbiano poi censurata, hanno “coperto” le illustrazioni del libro, quelle dell’idea della bimba in mutande sulle Alpi (prova ad andare tu in mutande sulle Alpi, poi mi dici!).
    Questo può essere visto bene, male, ics, come volete, non è che noi non si siano cristianizzati i cartoni animati quando sono arrivati, ad esempio… Ad ognuno le proprie censure.
    Ma mi resta l’impressione che il problema non sia la censura turca, ma il pastrocchio dei vari tgcom e studio aperto. Et simila, ovviamente.

  13. Sempre con massimo rispetto, eh, e sempre se mi consenti l’edotta citazione degli Offrspring: what in the world happened to you? Stai ripercorrendo tutto Heidi a ciclo continuo dal 24 novembre, 2007?

  14. “da grande, rivedi certi film e certi cartoni animati, rileggi certi libri, e ti rendi conto che negli anni avevi fatto sedimentare opinioni esageratamente positive su di essi. Da quel punto in poi, quello che dapprima era mito, finisce poi ridimensionato a folklore adolescenziale, categoria pericolosamente vicina al trashpop.”

    ehmmm già.
    per fortuna che io non sono ancora grande, altrimenti dovrei cancellare mezzo blog 🙂

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