::comunicazione urbana povera 11

Dai, forza, poche ciance: se davvero c’è da ripartire col blog, merita farlo dai capisaldi.

Era da un po’ che non interrogavo i muri muri muri delle mie brame della mia città. Anzi, pensavo si fossero ammutoliti, oppure algidamente rinchiusi in uno snobismo dalle velleità troppo nobili per riuscire a comunicare in modo semplice e popolare. Ed invece no, ero io a non saper più ascoltare.

Ma poi, una luna d’estate piena di tormenti desideri e domande, mi ha catapultato per l’ennesima volta nella città, tra i libri della sua biblioteca più sporca, più immediata, più vera.

Come già successo in precedenza: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove e dieci.

::l’illusione del comunicare

Che? Cosa? Che diamine faresti tu?
No guarda, mettiamola in chiaro questa cosa: non è che ogni volta che scrivi una puttanata su di un muro, terminando l’ultima lettera con un accenno di freccina stilizzata striminzita, “hai fatto tag”. Guarda che la vedo, la tua disperata voglia di metropoli fumose, locali sospetti, storie borderline; la capisco, in un certo qual modo!
Ora però dai, torna a casa, hai l’esame prossima settimana e non sai ancora abbastanza, da Castrovillari papà ti avrà anche ricaricato il bancomat…

::cellulari

Nel senso duplice della parola. Povero Vittorio CG, torna tra noi, questa città rivuole il tuo dominio delle sale cinematografiche ingombrante e censorio. Sei pronto per finanziare un’altra magnificenza partorita dalla brillante mente di Ceccherini? Oppure un altro film ben girato da un redivivo Nuti, magari sponsorizzato dalla Jack Daniel’s?

Sì va bene free Mandela, free Valpreda e tutti gli altri. Ma free anche zio Vittorio!

::ma direi proprio di sì

No, aspetta, come “non basta”?

Capisco lo stagliarsi contro le difficoltà, capisco anche la citazione del monolito, bene, bravo, complimenti.

Eh però non sei nemmeno riuscito a finire la frase per mancanza di spazio, direi proprio che basta eccome a fermarti, eh, altro che storie!

::cyrano is dead

È l’infinita disfida tra amore e grammatica, che continua e continua, oltre i confini del tempo. E che fa infuriar battaglia anche sul fronte delle note ad indicazione localizzata, a suon di pedanteria e bestemmie.

Certo, se l’amore di per sé è così decadente da essere assimilato in partenza ad una foglia caduta, un pò la blasfemia te la vai a cercare, però, eh!

E poi dai, su, quante storie, si sa tutti che l’amore è sgrammaticato per definizione. Altrimenti sarebbe l’amicizia!

::oggi hai parlato troppo

Mavafanculo.

 

 

::come dei simbolici big jim

Senti, guarda, sinceramente vado al dunque subito, ci sono rimasto molto male perché ho saputo che sei uscita col tafano ieri sera, e…perché? Scusa, ti ho telefonato a cena, ti ho detto: ci vediamo? Tu hai detto: no, devo studiare. E va beh, se poi esci con lui…cioè, perché non me lo devi dire? Pensi che sia un problema per me accettare che tu hai una storia? Un uomo? Vedi qualcuno? No, non è un problema per me, perché io ti voglio bene veramente e non ti chiedo nulla, anzi, magari sono qui a dirti: se hai bisogno di qualcuno io ci sono.

::caseario molleggiato

Sì, sta bene, come volete voi…

Ma che non si millanti poi che il pecorino sia “lento”. Non è lento, è solo stagionato, ingiusti che siete!

Con ventiquattromila caci, in bagno passano le ore…

::kindergarten blasphemy

D’altronde, perché buttarsi sin da piccoli nella bestemmia becera ed ignorante?

Un passo alla volta, meglio avvicinarsi alla sacra arte del porcodiismo in modo più gentile ed accorto, dosando anche terminologie più pacate e, perché no, più vicine all’immaginifico della propria giovane età: madonna suina, gesù allibratore, dio sponsor…

::cala il carico a spade

È la novità dell’estate 2008!

Prova anche tu il rivoluzionario metodo Di Girolamo per dimagrire! Studi scientifici certificati da importanti università europee, hanno dimostrato il ruolo sinergico di specifiche attività, nella lotta contro il grasso superfluo. L’azione combinata del tressette e dell’eroina vi donerà tono muscolare, ed eliminerà quelle grossolane maniglie dell’amore alle quali la vostra ragazza si ostina ad appendersi per fingersi comunque ancora attratta da voi.

E quando il tressette diventa “col morto”, è il momento di dimagrire sul serio!

::lo squadrismo delle donne libere

No ma qualche altro simbolo postfemminista come firma?

Porca miseria, una cosa così è come se mi forzassero in gola il cadavere di Mia Martini con in braccio la serie Harmony dal ’74 all’87, immerso in un lago di miele ed annaffiato con tanto tè equo e solidale!

No dai, troppo pathos, poco patè. Sembra ci crediate talmente tanto che sembra non ci crediate davvero più.

::music of the spheres/mike oldfield

Dopo i dischi pop, rock, ambient, techno, classici, da camera, da soggiorno, che fanno il caffè, che fanno la pipì e chiamano la mamma; prima di quelli reggae che sicuramente un giorno scaturiranno dalla malata mente di uno dei cloni riprodotti dai suoi geni: ecco, in mezzo, Michael “Mike” Gordon Oldfield ha lanciato sto disco nelle charts di musica classica di mezzo mondo.
Il mio blog era bell’e andato, quindi la recensione ve la ciucciate adesso.
Che alla fin fine, di recensione non si tratta, non voglio mettermi a sindacare le tracce una per una. Diamo quindi un’occhiata d’insieme.

Intanto, cautamente e con timore, ci assicuriamo che non spuntino campane tubolari, dalla confezione, dai brani, dappertutto: non se ne può davvero più. Invece, vai per ascoltare il disco e, sì, si riconoscono chiare derive dai pezzi più famosi, specialmente “Tubular Bells”. Ma sono talmente ben sfumate e così strategicamente incastonate col resto, da svolgere puro lavoro subliminale. Ci hai fregati ancora una volta, diavolo di un Mike.
Complimentoni anche per la copertina più brutta e cafona di tutte le terre emerse, e per il micidiale pippone new new age riguardo la Musica Universalis, messo bello in mostra sul sito ufficiale, casomai qualcuno dovesse esserne inconsapevole.

La prima cosa che si nota è la registrazione paurosamente pulita. Capisco che per portarla a compimento siano stati utilizzati mezzi più tipici del mercato di musica classica, ma davvero, qui siamo a qualità cristallina, nonostante l’utilizzazione di strumenti insoliti, alle volte, per un’orchestra.
La miscela tra i temi tipici della chitarra oldfieldiana e la struttura sinfonica è riuscita davvero bene, tant’è vero che di quest album ci si ricorda dei pezzi. Mentre dei recenti passati, più personali ed in teoria più fruibili per i fan, ben poco resta, sia in mente che nel cuore. C’è di più: questo giocare su pochi temi principali, e presentarli al massimo da diversi punti di vista, ricorda l’Oldfield degli anni ’80, quello di “Islands“. Personalmente, la trovo una nota positiva.

A chi si sarà affidato zio Michelino Vecchiocampo per organizzare questo popò di progettone, con tanto così di pianista talentuoso, e che è salito più volte al primo posto delle charts britanniche nella categoria “classica”?
È così che si scova il nominativo di tal illustre signor Karl Jenkins, produttore e direttore d’orchestra. Jenkins Jenkins Jenkins…’spett’un po’ che mi dice qualcosa… Ah ma sì, è il padre degli Adiemus! Quel fantastico progetto di musica corale cominciato benissimo e finito nello schifo più totale, uno dei più grandi tradimenti in campo musicale che abbia subìto mai. Ma dai, allora questo è il fortunato incontro di due vegliardi sui generis. Ed in questo caso, tutto può succedere, anche che quel disco tutt’altro che straordinario non esca da lungo tempo dalle tue playlist.