::il divo

Sul finire di questa mia strana estate mishimiana e donchischiottesca, non potevo farmi scappare sotto il naso l’ultima occasione di andare a vedere “Il divo”, dell’idolatrato Paolo Sorrentino.

Io la vedo così: il film di Sorrentino è un prodotto estremamente innovativo, sicuramente nel circondario del cinema italiano, probabilmente anche in contesti a più largo raggio.
Perché un regista conosciuto in particolare per la narrazione attraverso le immagini, se ne va a duellare col mostro temibile della storia recente, contemporanea, inclonclusa? A maneggiare dati e date, a rischiare ricostruzioni secondo un unico punto di vista, a scegliere soppesandoli i passaggi cardine di un passato che influenza ancora troppo il presente?
Lo fa come ha sempre saputo farlo: con le immagini, e l’immaginifico, attraverso le date.
È un corpo rovesciato: invece di comporre uno scheletro di eventi su cui poggiare le strutture narrative tipiche del film, qui abbiamo una matrice di scene visionarie, d’impatto profondo, in cui vanno ad incastonarsi i fatti come da cronaca. I fatti, freddi, scorrelati ad una prima occhiata; ma che legati dal filo rosso delle emotività, si omogeneizzano in una mistura magicamente coerente, ed alla fin fine non di parte. È una magia: prendi un calderone, ci butti emozioni, fa un po’ di bolle, affiora la realtà.

Se un messaggio davvero sublima, è quello della sopravvivenza necessaria che anticipa la mera politica sia negli aspetti etici che in quelli morali. La neutralità, nel ruolo di chiave di volta sacrificale di Giulio Andreotti, è l’espressione della figura del protopolitico, dell’elemento fulcro che si accolla le pesanti responsabilità che scaturiscono dal reggere le redini di un Paese imberbe e ferito. Scavando ben dentro il benessere, il boom, l’industrializzazione, la coscienza sindacale, lì dove non ci sono più le coreografie dei partiti, sul fondo, a reggere la baracca, si trova il suo sistema di scambio di binari, a discernere ciò che si deve fare e ciò che non.

C’è grande tendenza alle raffigurazioni faraoniche del protagonista, con lui al centro a dividere verticalmente la scena perfettamente simmetrica, ed a destra come a sinistra elementi pari di oggetti rappresentativi, come monili in una tomba egizia. Ripetuto anche l’uso di uno scorrimento lento che sa quasi di videogioco: un lento parallasse, con gli attori che si muovono appena dietro il primo livello di elementi (alberi, generalmente).
Servillo ha la capacità di annichilirsi nel personaggio Andreotti, proprio lui così caratterizzante in ogni altro film. Ciò mette in risalto le altre figure di primo piano, tra le quali mi preme citare la Signora Enea di Piera degli Esposti.

Non è un prodotto di facile fruizione, se qualcuno dovesse dirmi che ci s’è un po’ annoiato lo giustificherei, in sincerità. Ma lo inviterei ad una seconda visione.
Questo non dipende poi tanto dal grado di interesse e conoscenza dei fatti richiesto allo spettatore, quanto invece dall’uso davvero particolare che Sorrentino fa della macchina cinema, e che necessita del suo doppio ruolo di regista e sceneggiatore.
Se l’estetica sorrentiniana vista nelle opere precedenti ha fatto parlare di “nuovo cinema italiano”, come definiremo questo salto quantico? “Nuovissimo cinema italiano”?
O finalmente di queste banalizzazioni non c’è n’è più bisogno?

::non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore

Che belli gli atleti alle olimpiadi.
Aldilà di ciò che fanno e che rappresentano, andando oltre il bagaglio di lavoro e, probabilmente, anche di rinunce, che li ha portati ad essere come sono, è impossibile non soffermarsi sulla bellezza dei loro corpi.

Non si tratta solo di un fattore estetico statico e puramente visivo: se è darwinianamente vero che l’uso sviluppa l’organo, la cosa che colpisce maggiormente per dinamismo, più che per immagine, è proprio l’armonia strutturale dell’atleta in relazione alla sua specialità ginnica. Nell’atto stesso, è evidente come tutta quella roba che si porta appresso non stia lì per far coreografia, ma segua obbediente l’intento cinematico del suo portatore.

Ovviamente, come non sentirsi un po’ piccini, al cospetto di tale rappresentazione esistente, anche di muscoli sì, ma prima di tutto della dedizione quasi stoica verso il proprio obiettivo: migliorarsi, primeggiare, nel caso vincere.
Poi, questa ammirazione che quasi sfocia nell’invidia, in gran parte, e forse per fortuna, sfuma. Perché a fine competizione gli atleti fanno una cosa brutta brutta: parlano.

Sentir gli atleti parlare chiarisce molte cose. Intanto, è inutile attaccarsi come cozze allo scoglio su sciocchezze come i soliti congiuntivi et simila. Non è questo il punto.
Il punto è che alla fine della fiera, capisci che per perseguire la tua mèta sportiva, ciò che davvero ti è indispensabile è una mente semplice e lineare, settaria banale ed un po’ tonta. Non puoi permetterti dualismi logici, sei una freccia scoccata e devi centrare il bersaglio, e punto.
Prima della gara, carica più Vasco Rossi un puglie dei sobborghi di Marcianise che John Zorn un fighetto qualsiasi, seppur bravo, coi guantoni: hai voglia a giustificarti con l’inarrivabile complessità della sperimentale, Ciccillo Esposito ti fa una faccia gonfia così a suon di “Bollicine”!
Gioca a favore di questa tesi anche la cura del proprio corpo a botte di tatuaggi roboanti, una cosa tra il portoricano macho, lo spacciatore bulgaro e le voglie delle sciampiste estive nei lager vacanzieri del Mar Rosso. Tristezza in comodi monouso.

In questo campo, s’è dimostrata a dir poco siderale la Vezzali, fiorettista neocampionessa olimpica, ed ennesima rappresentante similciellina tra i medagliati di Pechino 2008 (ma questa vuol essere solo un’aggiuntina gratuita, leggete la sua biografia, brividi). In due soli giorni dal meritato oro olimpico, Valentina ha citato in modalità patriarchica testi di Eros Ramazzotti e Papa Giovanni Paolo II, come anche alta cinematografia quale “Rocky” col piglio di chi l’ha visto anche più di due volte. Mancano ancora all’appello “Bella in Rosa“, Birba il gatto di Gargamella e Padre Pio.

Oh come al solito mi sono lasciato prendere la mano, ma è solo becera ironia la mia: son tutti bravissimi e bellissimi. Ma una cosa è certa: ora che li ho sentiti parlare, ho ben capito a cosa, prima di tutto, hanno rinunciato. E direi che io non mi sento ancora pronto e capace a compiere tale passo, un plauso a costoro.
E comunque io al brano tostissimo “SidStyler” su StepMania ho B al livello medio, vediamo quanto son bravi loro, ecco.