::apriti sesamo/franco battiato

Anch’io ho fatto numero, nella folta schiera di ascoltatori in attesa di un album di Franco Battiato. Ero in quella lista per tutta una serie di motivazioni personali e generazionali che non sto qui a riassumere. E comunque: c’ero.

Al 28esimo album, tu attempato supporter sai già cosa aspettarti dall’autore, ed anche dal suo intorno chimico.
In genere funziona così. Esce un album preceduto da un singolo che a orecchio ti pare abbia un testo imbarazzante. Sui social network fan bella mostra di sé le due fazioni ben distinte: l’ala degli adepti sempre in cerca di santoni, dove si spreca la parola Maestro, dove si va in deliquio per il citazionismo che varia tra il liceo classico della provincia lucana e l’esperienza metafisica nei gruppi d’autocoscienza; e la stanza degli schernitori, quella dove instagrammatori di sushi a lavoro nelle silicon valley delle realtà piccole, nell’atto di credersi un po’ stocazzo, innescano banali ironie da Zelig del decennio addietro giocando di dervisches tourners, mustafà mullah barazani, e giù di no cioè hahaha lol win gnè gnè. Tu ascolti l’album, i testi sono pacchiani, la musica nulla di nuovo, buco nell’acqua del grande maestro. Poi lo riascolti, ed è meno peggio di quanto pensassi. Poi lo riascolti, e qualcosina ti piace. Poi lo riascolti, e sì dai la sufficienza sì. Poi lo riascolti. Poi lo riascolti. Poi.

Questa recensione di Apriti Sesamo, scritta da un non addetto ai lavori senza necessità di diplomazia, vuol venire in aiuto di quelle recensioni nelle quali, ad un certo punto, sono apparse frasi di circostanza come:”Battiato è pur sempre un imprescindibile autore che non può mai esser giudicato sotto la sufficienza”. E che evidentemente avrebbero voluto arrischiarsi nell’aggiungere qualcosa. Qualcos’altro.
È decisamente un disco di Battiato, su questo non c’è dubbio. Ci sono tutti i canoni: la mitologia mediorientale, la trasfigurazione onirica dei ricordi, la catechesi laica dalle figure cristiane, il triviale ed il terreno sapientemente miscelati con l’aulico ed il divino. Al primo ascolto:  un best of per signore 55enni post-settantasettine con immeritato posto da dirigente statale minore ma in odore di viaggio in India, di quelle che prendono il triplo del tuo stipendio, ma alle quali, anno Domini 2012, stai appena insegnando ad allegare un file in una email.

Il vero problema di questo album di Battiato è che è troppo sospettosamente un riconoscibile album di Battiato! È un maledetto compendio di riferimenti a temi e, sorpresa sorpresa, soprattutto ad arrangiamenti musicali, di tutto ciò che di più studiatamente memorabile vi possa essere di Battiato! Ci sono parecchi punti in comune con certe tracce di Gommalacca, e poi dai, siamo seri, nella seconda traccia ci sono anche gli stessi chords elettronici di molti dei pezzi di Patriots! Un’artificiosa autocitazione, troppo frettolosamente rilasciata al pubblico, con alcuni pezzi davvero poco sviluppati: giudizio aperto su buona parte dell’album, ma accidenti che depauperamento evidente di tematiche e sonorità in coda al tutto!

Sì, la risalita c’è. Anche in questo caso, durante gli ascolti successivi l’orecchio si ammorbidisce attorno a quelle linee melodiche, ed il fegato rode meno per il grossolano riferirsi continuo ad autori classici e mitopoiesi gratuite. Può bastare questa curva temporale positiva ad addolcire un giudizio? Sì, in effetti sì…ma non è giusto. E quindi ben ci sta il marchio della mediocrità o giù di lì, per un grandissimo autore che, arrivato ad imbottigliarsi nell’autocoverizzazione, forse dovrebbe decidere di abbandonare per sempre questa formula per dedicarsi a produzioni d’altro respiro.

::la collina dei papaveri

Reduce dal mediocre “I racconti di Terramare”, Gorō Maria Goretti Miyazaki s’allinea alle storie piccole su fondali pastello che tanta fama hanno regalato alla Ghibli, rilasciando questo lungometraggio che è già record siderale di lettere kappa nello stesso titolo (“コクリコ坂から”, Kokuriko-zaka kara).

Tratto da un micidiale shōjo manga in stile feuilleton a sfondo genetico-familiare (tipico tra l’alto del periodo nel quale la storia è ambientata), la versione italiana parte con titoli scritti all’insegna dello splendore grafico del Commodore VIC20, ed una serie di traduzioni pedanti delle formule di rito d’uso quotidiano.
L’inizio orribilmente melenso e scolastico fa desiderare l’avvento a sorpresa di un violentatore seriale in stile pinku eiga, ma presto la cosa passa in secondo piano, quando lo spettatore si rende conto del doppio canale che guida la storia: da una parte il beviqualcosapedro d’antan in odore di ricordi delle guerre, dall’altra il sapore di una rivoluzione sociale in salsa provinciale ancora di là da venire (tutte le fazioni studentesche temono l’arrivo del Preside, paura del potere costituito…per ora!) ma già con quel sapore da maggio parigino nei nomi delle cose. Se si dovesse sintetizzare un leitmotiv unendo i due canali, si direbbe: la guerra pur recente riserva ancora ferite, c’è da ricostruire non distruggendo il passato ma riedificando su basi antiche; la cultura vecchia in questo è cieca, la nuova imprenditoria ha invece quelle sane indimenticate radici che le permettono di guardare ad un futuro radioso a misura d’uomo.

Cose tecniche: alcune animazioni fotoniche qui e là ma in genere qualità media, alcune superparallassi fotoniche ma in genere il trionfo del pastello, sfortunatamente anche per i metalli, cosa che non sempre funziona. Un capitolo a parte per i legni: tradizionalmente, il legno dòmina gli ambienti abitativi nipponici; se qui, in una storia ambientata nella primavera del 1963, rendi bene i diversi legni, ebè allora hai veramente vinto. Premio “Hai Veramente Vinto Col Legno” alle panche della mensa esterna riverniciate di bianco ma già soggette all’aggressione degli agenti atmosferici.

Se il film avesse avuto come soggetto lo yatsura studentesco della vicina campagna nei dintorni della metropoli, cosa davvero originale ed in qualche modo esotica per chi conosce più il suo parallelo europeo, per me sarebbe stato subito ammmòre. Così non è, evidentemente non doveva e non voleva esserlo per gli sceneggiatori, ma rimane comunque un prodotto di garbo e testimonianza.
Comunque, come ci insegna Vulvia:”Parla d’Achei in tivvù solo perché È FIGLIO!”