::la collina dei papaveri

Reduce dal mediocre “I racconti di Terramare”, Gorō Maria Goretti Miyazaki s’allinea alle storie piccole su fondali pastello che tanta fama hanno regalato alla Ghibli, rilasciando questo lungometraggio che è già record siderale di lettere kappa nello stesso titolo (“コクリコ坂から”, Kokuriko-zaka kara).

Tratto da un micidiale shōjo manga in stile feuilleton a sfondo genetico-familiare (tipico tra l’alto del periodo nel quale la storia è ambientata), la versione italiana parte con titoli scritti all’insegna dello splendore grafico del Commodore VIC20, ed una serie di traduzioni pedanti delle formule di rito d’uso quotidiano.
L’inizio orribilmente melenso e scolastico fa desiderare l’avvento a sorpresa di un violentatore seriale in stile pinku eiga, ma presto la cosa passa in secondo piano, quando lo spettatore si rende conto del doppio canale che guida la storia: da una parte il beviqualcosapedro d’antan in odore di ricordi delle guerre, dall’altra il sapore di una rivoluzione sociale in salsa provinciale ancora di là da venire (tutte le fazioni studentesche temono l’arrivo del Preside, paura del potere costituito…per ora!) ma già con quel sapore da maggio parigino nei nomi delle cose. Se si dovesse sintetizzare un leitmotiv unendo i due canali, si direbbe: la guerra pur recente riserva ancora ferite, c’è da ricostruire non distruggendo il passato ma riedificando su basi antiche; la cultura vecchia in questo è cieca, la nuova imprenditoria ha invece quelle sane indimenticate radici che le permettono di guardare ad un futuro radioso a misura d’uomo.

Cose tecniche: alcune animazioni fotoniche qui e là ma in genere qualità media, alcune superparallassi fotoniche ma in genere il trionfo del pastello, sfortunatamente anche per i metalli, cosa che non sempre funziona. Un capitolo a parte per i legni: tradizionalmente, il legno dòmina gli ambienti abitativi nipponici; se qui, in una storia ambientata nella primavera del 1963, rendi bene i diversi legni, ebè allora hai veramente vinto. Premio “Hai Veramente Vinto Col Legno” alle panche della mensa esterna riverniciate di bianco ma già soggette all’aggressione degli agenti atmosferici.

Se il film avesse avuto come soggetto lo yatsura studentesco della vicina campagna nei dintorni della metropoli, cosa davvero originale ed in qualche modo esotica per chi conosce più il suo parallelo europeo, per me sarebbe stato subito ammmòre. Così non è, evidentemente non doveva e non voleva esserlo per gli sceneggiatori, ma rimane comunque un prodotto di garbo e testimonianza.
Comunque, come ci insegna Vulvia:”Parla d’Achei in tivvù solo perché È FIGLIO!”

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