::la grande bellezza

Paolo Sorrentino ritorna in Italia, e all’Italia, dal suo on the road fuori tempo massimo della precedente opera. Ci ritorna pieno di sponsorizzazioni, di product placement, e di quella inguaribile voglia di Fellini e Visconti che alle volte sfocia in un pacchiano (però) sincero.

Jep Gambardella ha proprio il lavoro che fa al caso suo. Critico d’arte e spettacolo nonché giornalista di costume, gioca con disillusione tutta sua alla ricerca del bello, ma sotto la coltre di cinismo agogna ancora di incrociarne le occasionali espressioni, ed ancora le sa riconoscere. Le sue passeggiate romane in cerca della bellezza, sia essa nascosta nel piccolo urbano che nelle maestose magioni nobiliari, hanno quotidiana conseguenza nelle serate salottiere e/o sguaiate della Roma godona di dagostiniana memoria, vacuità alimentate ad alcool coca e grottesca decadenza in cui diluire la delusione dell’ennesimo fallimento, sconfitta sabbaticamente miscelata tra le altrui sconfitte.
Le speranze sopite di riuscire nella sua missione, e quindi scrivere un secondo libro dopo un’opera prima di successo, si riaccendono alla notizia della dipartita di un suo amore adolescenziale, vaso di Pandora di un cardine temporale preciso in cui bellezza e purezza coesistevano senza necessità di doverle scovare ed ingabbiare.
Da lì, una serie d’insuccessi e delusioni alla ricerca di un risveglio morale e motivazionale, sino all’avvento di una santa oracolare, fulcro di assoluta incorruttibilità a qualsiasi aggressione ambientale dall’esterno. E sarà proprio una innocente ed inaspettata freddura buttata lì dalla santa, in uno scenario fuori dal tempo davanti ad una Roma a tinte caravaggesche, ad aprire sguardo e cuore di Jep Gambardella: la bellezza è sempre stata con lui sottotraccia, nei chiostri dell’urbe, sui tavoli da gioco delle vecchie principesse che fanno più arte dei di loro mezzibusti antichi, e financo, sì, nell’orrore laocoontico delle feste scollacciate. La stesura del sophomore può cominciare, un nuovo inizio, una rinascita.

142 minuti di fasi alterne ed eterogenee, che mettono in evidenza limiti narrativi alle volte un po’ deludenti, specie in concomitanza di certe esposizioni dal sapore un po’ reazionario che davvero non t’aspetteresti. A questo, c’è da aggiungere quella spasmodica ricerca dell’estetica laccata e del carrello a tutti i costi che, se prima erano marchio distintivo del lavoro di Sorrentino, sono ora rinvigoriti da più nutrite possibilità anche economiche. Se non altro, in questo caso, alcune inquadrature più ardite sono utili a dare il senso degli spazi nel contesto urbano.
Attori vengono, attori vanno, al servizio della parte e del regista, quindi fondamentalmente ingiudicabili. Servillo, al solito, rimane. E no, non fa ‘il solito personaggio di Servillo’, non bastano cinismo e disillusione in comune con altre interpretazioni per poterlo asserire: qui Jep è fondamentalmente votato al puro ed al bello, sempre, giorno per giorno, ora per ora.

Tutto sta nel fatto che il tema del film è parecchio ma parecchio ambizioso, e di difficile esposizione. Hai voglia a giocare di trama! Qui l’argomento va in qualche modo fatto assaporare, la sequenza degli eventi ha poco da essere lineare, e va giocata tutta sull’emotività. Non è per nulla facile scegliere in montaggio gli eventi giusti, le immagini giuste. Ma Sorrentino ‘ste cose le sa fare, e bene anche, è proprio nel suo. Questo è un film che non solo poteva essere scritto solo da lui, ma anche girato solo da lui.
Ecco perché, con tutti i difetti, e con tutti i cali di tono, e con tutte le scelte opinabili, “La grande bellezza” ti rimane appiccicato nell’animo tuo malgrado, lasciandoti in circolo certe immagini potenti di estasi religiose, visioni oniriche e lassismo pecoreccio. Si avventa sull’emotività dei tuoi ricordi, e contemporaneamente fa leva sulla tua moralità. È incompleto, cicca il bersaglio e risulta a tratti dissacrante verso certa cinematografia italiana che altri storicamente ci invidiano. Ma non importa.

Il mio voto numerico non conta nulla, è solo una media ponderale tra un men che mediocre quattro e ventordicimila.
“La grande bellezza” è un film non riuscito, correte subito a vederlo e rivederlo.

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