::babbo guardami ho sparato a bambi

L’estate per me è anche tempo di luna park e sale giochi, occasione per grandi sudate durante sessioni spettacolari a DDR e Pump It Up (ITG2), corse sui kart, minigolf supercompetitivi, tornei infuocati di air hockey, immancabili citazioni cinematografiche giocando a flipper vintagissimi, bowling fino a spezzarsi i polsi, senza contare tutta la vasta, eterogenea gamma di cazzaterie ludiche proposte in queste zone franche di spasso e zanzare, dal crane game al purikura, dall’Hurricane ai giochi a premi zingarissimi.

Soffermandomi sul solo argomento ‘videogiochi arcade’, ammetto che un po’ m’inorgoglisce la mia curiosità verso le nuove proposte in sala. I nuovi giochi da bar nulla hanno a che fare con quelli del nostro passato, diciamocelo. Queste supermacchine quadcore dotate di interfacce di gioco all’avanguardia, montate su monitor LCD da 45″, costano un botto, si ripagano in tempi lunghi e sono connesse direttamente sia tra di esse (per giocare online) che con i maggior social network (per postare video e risultati delle proprie performance).
Pur trovando maggior soddisfazione nei giochi di 25 anni fa, non sarò certo io il vecchio brontolone che perde tempo a criticare la vita e le stagioni, invece di scoprire le novità del settore.

Quest’anno ho visto l’impressionante nuovo gioco della più che decennale serie Big Buck Hunter, coinop sviluppato dalla Play Mechanix e prodotto dalla Raw Thrills, che simula intere campagne di caccia in differenti scenari, da giocare con i fucili offerti come interfaccia. Quindi, si caccia qualsiasi animale dappertutto, più vari scenari bonus d’intermezzo dai temi fantasiosi, con una sola regola: non si spara ai cuccioli ed alle femmine.
Il tema è alquanto forte, ed i giochi son fatti benissimo: questa nuova versione HD su schermo gigantesco da 55″ è realistica all’inverosimile, e non si può rimanere indifferenti quando un animale viene abbattuto, sia questo motivo di gioia o di orrore.

Ciò che si nota molto, è che questa serie di giochi ha un’utenza estremamente caratterizzata e riconoscibile, specie in USA. Ma anche qui da noi!
Ci ho visto giocare molti ma molti più padri che figli. I bambini avevano la faccia stupita del “ma che sto facendo”, persi in un’alienazione tipica del mondo infantile che sfuma i contorni della realtà. I padri erano tutti incattiviti davanti al monitor, ed appartenevano tutti a quel genere tatuato e guidatore di SUV, di gente che nella vita riconosce prevalentemente la legge del più forte, solo cammuffata da quattro regolette quattro di convivenza più o meno civile.

Ho sperato che Big Buck Hunter fosse una serie di nicchia, adorata da quella fascia di repubblicani estremi col mito pionieristico dell’America da conquistare alla natura palmo a palmo, ma è stata una speranza molto vana. Il gioco è stato sviluppato anche su iPad, iPhone, è diventato un flipper, una slot machine e chi più ne ha più ne metta. E fa tanti ma tanti ricavi.
The Arcade Experience è un poco riuscito libro sulla situazione attuale delle sale arcade, scritto in un inglese molto opinabile da uno che una sala giochi ce l’ha e la porta avanti da un bel po’, pieno di refusi e, caso raro, addirittura senza numeri di pagina. Il suo grande merito è di essere sì aggiornato, ma soprattutto cinico e disincantato. L’autore annovera Big Buck Hunter tra “…le serie che, ognuno pensi ciò che vuole, hanno salvato le sorti di molte sale e bar…”. Da tale frase si evincono due cose:
1 – qualcuno avrà sicuramente fatto notare che una simulazione realistica della caccia al tutto, magari, non era proprio l’argomento più ricreativo del mondo;
2 – l’utenza desiderava da tempo un gioco così, e l’ha premiato a botte di quarti di dollaro.

In decenni di videogiochi arcade, abbiamo sparato a tutto, ben consci del fatto che il coinop rappresentasse solo un simulacro ludico della guerra, dell’omicidio, della catastrofe. Negli stessi decenni, fior fiore di programmatori elaboravano intelligenze artificiali sempre più complesse, che potessero rispondere al fuoco in modi sempre più efficaci. Questo ci ricordava che non si può sparare senza essere sparati a nostra volta.
Big Buck Hunter invece è un gioco in cui ci si apposta in silenzio per sorprendere con colpi di proiettile rapidi e precisi delle rappresentazioni di altri esseri viventi, che però, ed ecco la novità, non possono difendersi, non attaccano l’uomo, corrono via per salvarsi. Ed il gioco sta proprio nell’abbatterli tutti e bene, con tanto di remunerazione in base al punto d’ingresso del proiettile.

Non sono un animalista, non sono vegano né vegetariano, non sono espressamente contro la caccia, non mi scrivo cose ribelli sulle tette nude e per di più le tette non ce le ho nemmanco. L’argomento non è: la caccia sì la caccia no. L’argomento è: potrebbe esistere un problema etico nel giocare questo coinop? Non fa impressione a voi adulti, non avreste problema a farlo giocare ai bambini? Si può essere premiati per aver ucciso meglio o peggio un essere indifeso?
Più che uno “sport”, per me la caccia è uno strumento di regolazione di un ecosistema, e solo in quanto tale può successivamente essere considerata un po’ come si vuole. I casi di caccia per procacciamento alimentare ci sono ancora, ma non certo nei Paesi evoluti. In entrambi i casi, un’aura di sacralità circonda la caccia, per proteggere quell’intersecarsi della nostra etica di uomini che sopravvivono in una natura che c’ha fatti animali a nostra volta. Un’attività ludica, sebbene simulata, basata così realisticamente sulla caccia, dissacra il significato della caccia stessa. Irride la natura.
Per questo motivo, non giocherò mai a giochi di questo tipo.

Ma ecco una ciliegina sulla torta, a sorpresa.
Con l’avvento di Big Buck Hunter HD i ragazzi della Play Mechanix ci regalano un ulteriore incentivo per convincerci che abbattere bufali e spiaccicare rospi (sic) sia una cosa da veri ganzi. Cosa mancava al tripudio testosteronico della caccia grossa?

Esatto, la figa.
Ad ogni tipologia di animale da abbattere, è dedicata una Guida di Sentiero, ragazzotte evidentemente appassionate di shopping nelle basi NATO, che vi attendono alla fine di una campagna per lodarvi o comunque supportarvi, ma fondamentalmente sempre per accrescere le vostre mire tutte ipotetiche di diventare il maschio alfa. “Uao, che uomo sei, io so apprezzare il coraggio di chi spara restando nascosto, per uccidere bestie che perlopiù scappano per la loro sopravvivenza. Pertanto eccoti due moine ed un ondeggio d’anca, smack”.

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