::youth

È maggio, fioriscono i prati, c’è Cannes, e in rete tornano rigogliosi i flame livorosi su Sorrentino: “Il film di Sorrentino è una merda, vi meritate Moccia ed i cinepanettoni!”, “Il film di Sorrentino è un capolavoro, vi meritate Moccia ed i cinepanettoni!”. Secondo me è per questo che i film di Moccia ed i cinepanettoni fanno gran soldi al botteghino: alla fine se li meritano tutti.

Nel buen retiro elvetico tra le Alpi, ex sanatorio del dottor Friedrich Jessen nel romanzo di Thomas Mann, interagiscono vari personaggi che fanno i conti con lo scorrere del loro tempo: il direttore d’orchestra tumula il proprio passato professionale e sentimentale nel segreto di ensemble di campanacci bovini e voli di stormi; l’affetto di coppia di sua figlia subisce il primo smacco dell’età; il regista scrive la sua opera, ultima e testamentaria, avvalendosi del brainstorming con giovani sceneggiatori hipsteroni; il giovane attore apprende di essere un non più giovane con dei limiti invalicabili; la miss universo muta le sue forme occasione per occasione, annullando il tempo; la coppia in là con gli anni preserva il suo equilibrio alternando silenzi conflittuali prandiali a pulsioni erotiche voyeuristiche; nel corpo offeso dal tempo e dai vizi, il campione di calcio conserva una gamba sinistra di leggendarie capacità funamboliche. Fuori dalla stregoneria dell’albergo, c’è chi ha già risolto il suo enigma: la giovane massaggiatrice che può permettersi di spendere le pause in sentitissimi solo di Just Dance 2014; il figlio del regista e compagno della figlia del protagonista, che sceglie la leggerezza alle motivazioni importanti dei legami affettivi canonici; la diva sul viale del tramonto, che pur di conservarsi artefice sola del suo destino resta al passo coi tempi, in barba ai moralismi più proverbiali. Ma i desideri non invecchiano quasi mai con l’età, e alla vecchiaia ci si può cedere, ma non credere. Oppure, quando è il tempo a deluderti nell’amore, la salvezza è tra le braccia forti di un alpinista, uno semplice, uno che invece vive negli spazi, qui ed ora.

All’angolo destro, con grande cura dei particolari, la fotografia di Bigazzi. Finalmente scevra da certe velleità dei carrelli a tutto spiano, si conferma marchio di garanzia nell’estetica del cinema di Sorrentino, una coppia che funziona e si vede. Il sogno veneziano del protagonista all’inizio del film è uno spot da profumo francese di quelli che poi vincono gli advertising award. E ancora, scorci alpini meravigliosi, carrellate a mano e ralenty descrittivi, riferimenti sin troppo palesi a Magritte e Caravaggio, in una sòrta di professionalissimo laccato d’autore. All’angolo sinistro, con contorno di caratteristi come la Belisario, gli attori e le comparsate. Jane Fonda da urlo, Caine e Keitel coppia totalmente convincente. A Rachel Weisz, bella e brava, fanno fare la prova da attrice cavaliera dello zodiaco, vai Rache’ fai vedere come sei una grande piangendo a comando nel primissimo piano lungo e patetico in cui sciorini la storia di una vita in un botto solo. Nel ruolo di sé stessi, qui regolarmente senza link, tutto un firmamento pop di gente che c’è voluta essere, meno il Maradona originale: Sumi Jo con Viktoria Mullova, Paloma Faith, Mark “Sun Kil Moon” Kozelek. Al centro, l’arbitro. Una ciclopica macchina di non so più quante produzioni, seguite da ancor più sponsor. Ad esempio: mele del Trentino dappertutto, mele come se piovesse, mele su mele su altre mele, un film sulla produzione di mele! Millemila persone ognidove, e fanno duemilamila occhi, che non sono riuscite a sventare l’avventato blooper della mela nel piatto di Keitel che cambia posizione di continuo, durante la scena in cui c’è Julian…o dobbiamo pensare ad una volontà malandrina?

In mezzo, schiacciato malamente, a prendersi le mazzate di tutti, il regista ed il suo racconto. Uno sciorinare persistente di retorica telecomandata, e di rimandi continui tra serio e grottesco che lasciano in bocca il gusto della narrazione incompiuta e dimenticabile. Botte e risposte sempre miranti all’affabulazione dello spettatore più semplice, all’aforisma condivisibile sul social network, Paolo Fox del pathos, farcitura di libriccini estivi “Le migliori frasi tratte da…”. Che fine hanno fatto i personaggi del non detto, delle risoluzioni radicali ed improvvise per natura umana, dal carisma tridimensionale ben incastonato nel contesto della storia? Tutti ricordi di quello stile non di maniera che tanto e tanti convinse, e che oggi ritroviamo stravolto in questo capitolo ultimo del percorso del regista, prettamente manieristico, oltretutto condito da stravaganze di facile presa (il finto video della popstar, il volo dello stormo in sincrono col concerto immaginario di Caine).

Stravolgimento, manierismo, retorica. È male questo, forse? Non necessariamente. Si parla di un bel film non memorabile, ma di un bel film. Esistono in questo mondo belle cose da vedere al cinema, che pur mostrano una sproporzione notevole tra sforzo estetico ed empatia narrativa, e “Youth” è un po’ l’equivalente del polpettone Marvel nel campo del cinema d’autore. Le immagini sono potenti, i corpi sono sinuosamente eccitanti o angosciosamente sfatti, le interpretazioni godibili, l’atmosfera generale è quella della spiegazione in classe del profe quando un po’ t’annoi perché la sta facendo capire anche ai più duri di comprendonio. È Sorrentino stesso, proprio a conclusione della storia, a suggerirci la leggerezza come soluzione. Il regista è lui, perché contraddirlo?

Nota a margine. Nonostante “Youth” sia in sala da poche ore, il culo della labbrocanottatissima modella romena Mădălina Diana Ghenea è già su qualsiasi materiale informativo distribuibile in questa galassia e le confinanti, e tutti ne parlano come la nuova musa di Sorrentino. Che sia chiaro: la nuova musa di Sorrentino è Luna Zimić Mijović, classe 1991 quasi ’92, meravigliosamente assuefatta al gioco durante la sua performance di “She Wolf (Falling To Pieces)”. Luna Mijović u-na di no-i! luna_zm

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::ryoji ikeda er capo ‘n frego sbo’ dei flescioni de tutta tokyo proprio!

E qui torna utile il blog, nella sua ancestrale funzione di memento immateriale, cibo per i motori di ricerca: l’hai scritto, esiste, è rintracciabile, punto. Oggi il mio scopo sarà proprio questo: lasciare traccia di questa mia recens…ma che dico, opinione; per far sì che in futuro qualche interessato possa leggere, appunto, un’opinione una maledetta una, riguardo le performance di Ryoji Ikeda, artista audiovisivo giapponese di stanza a Parigi dedito alla computer art, tornato a Firenze cinque anni dopo il live di Datamatics 2.0 col nuovo lavoro: Supercodex. Non è importante che la mia sia o meno un’opinione particolarmente valida, ma che sia un’opinione, una interpretazione o giudizio in corrispondenza di un criterio soggettivo: basandosi su motivazioni definibili e comunicabili, uno dice la sua su un argomento, un altro leggerà e se ne farà un’idea. Non sarebbe facile, così? Sì, con un minimo di strumenti interpretativi sì. Ma se cerchi in giro, ne trovi pochine.

Trattando di artisti dall’approccio non propriamente pop, in particolare questi qui delle arti digitali, sono generalmente tre le tipologie dei commentatori: gli artistoidi velleitari, i complottisti negazionisti e gli psichedelici fetali. Evitarli tutti all’uscita del teatro, solcando la folla in direzione del primo pub aperto, per non ascoltarne le esternazioni, è scelta obbligata.

Gli artistoidi velleitari, potendo permettersi di non lavorare per vivere almeno per un periodo della loro vita, si dedicano al Bello per mestiere, credendo di poter colmare col loro presunto gusto, radar infallibile del detto Bello, le terribili lacune culturali che si portano dietro sin dal liceo di Sibari o di Arzignano. Non potendo capire cosa hanno visto, parlano con lessico folk di cosa è rimasto loro, un lancio speranzoso di palline da ping pong alle bocce dei pesci rossi del luna park. Trattandosi di computer art con musica e visual, i discorsi su ciò che gli è rimasto impresso tra un messaggio di WhatsApp e l’altro, sono del tipo “la musica a palla andava al ritmo de sta cosa a forma de sinusoide che se apriva” (era un’onda quadra a frequenza crescente ed oscillante), “cioè capito ch’ha fatto questo, è come visualizza’ la musica stessa” (eh, lo fa anche la tua autoradio, da un po’), “ci ha fatto vedere come danzano i bit ed i bytes del computer, sto pazzo visionario” (pronto, 118?).

I complottisti negazionisti hanno mangiato la foglia: avete tutti timore di essere bollati come reietti della scena culturale, e non trovate il coraggio di urlare che il re è nudo, che questa produzione suona come una moneta fasulla. Ma noi sì! Noi furboni non cadremo in quest’orrendo tranello cattoplutodemogiudaico a doppio turno. E vogliamo parlare delle scie chimiche, eh? Eh?

Gli psichedelici fetali descrivono qualsiasi q-u-a-l-s-i-a-s-i performance minimale elettronica, glitch, digitale e quant’altro, come un viaggio cosmico introspettivo condotto in zone del cervello sconosciute alla scienza medica, coinvolgente ipotetiche droghe naturali la cui produzione pancreatica è indotta da quei suoni e quelle immagini, rito esoterico di iniziazione a stocazzo. Novelli Aldous Huxley fuori tempo massimo, sono tutto un delirio di: algoritmo dell’universo, viaggi in astronave ai confini della galassia, rinascite in universi paralleli, i cancelli della percezione, sai che usiamo solo il niente percento della nostra mente?

In definitiva, se tergiversate coi rollatori di tabacco nel dopo spettacolo, non c’è cavoli: vi beccate tutti gli Er Pips in “Er Pips spiega la Computer Art”. Assolutamente inaffrontabile.

Tutto questo ci può anche stare. Quando però leggi varie cose a riguardo, e quindi non opinionismo del drum all’uscita della sala ma articoli ponderati nei giusti tempi e spazi, ritrovando più o meno la stessa inconcludenza, ecco che allora un po’ inizia ad insinuarsi il dubbio che qualcuno, in fondo in fondo, non stia poi tanto capendo la dance.
Un esempio, peraltro assolutamente tra i meno indecenti eh, è il live report di Patrizio Buralli per la rivista SentireAscoltare, psicofetale quanto basta per scrivere di “…suggestioni meccaniche futuristiche…”, “…una sorta di astronave spaziale…” (eccoci…), “…ambientazioni oscure di un ipotetico futuro dominato dal grigioscuro e dal nero…”. Ora: a me fa piacerissimo che Patrizio abbia goduto dello spettacolo, seguendo certe rotte in diagonale dentro la Via Lattea, ma avere qualcuno lì che avesse potuto andare oltre il “scioè rega troppo un trip” non sarebbe stato male; e posso assicurare che Patrizio ha scritto oro rispetto a molti altri colleghi. Abbiamo gl’indirizzi universitari per l’arte visiva, che diamine, e tutto ciò che si trova da leggere è Er Pips in “Cioè zio nun pòi capi’ i flescioni popo a rotella bobobobobò de cose mezze futuristiche abbestia”?
Allora mi son detto: vabbè, il live, l’emozione anteposta all’analisi, leggiamo invece le recensioni degli album. E così, finisco a leggere di “suoni digitalissimi” e “fascino dell’errore che diventa musica” in una recensione di Supercodex che, fondamentalmente, dice:”Sì gnamo sei bravo e acculturato, però mobbasta hai rotto il cazzo, prossima volta cambia”; oppure di “portavoci di valori performativi…[taglio]…oltrepassano la frequenza”, e l’immancabile “le regole dell’imput/output” (sic, sì proprio iMput) della recensione di Test Pattern (c’è comunque da dire che la Bracco, che da tempo adora Ikeda, alla fine è quella che un minimo di cose te le passa…).

Se io che sono un mezzo raccattato, e non certo l’esperto del settore, c’ho visto due cosette due, spunto per, eccoci, un’opinione, sul lavoro che Ryoji Ikeda c’ha presentato, sicuramente c’è gente che queste cose le fa di mestiere e le può sviscerare in modo anche illuminante. Mandate loro, a parlare di queste forme d’arte, e ne gioveremo sicuramente tutti di più. A dispetto del ‘tutto si può dire, perché l’arte è solo soggettiva’.

Vabè, basta così, e perdonate l’esser sembrato presuntuoso, e pretestuoso a tratti. Scrivo cosa ne penso io del concerto, perché possa essere controcriticato, vinca sempre la sportività.

All’inizio assoluto di Supercodex, Ikeda sviluppa una singola onda quadra in tutta la gamma di frequenze possibili col suo impianto, dalla più bassa alla più alta. È un marchio simbolico per dirci: io la userò, e vi farò divertire. Questa è proprio la linea di demarcazione tra precedenti lavori più concettuali, Datamatics in primis, e quest’ultimo, molto più musicale (stavo per scrivere ‘melodico’ ma mi son fermato in tempo), dove i pattern sono usati spesso come veri e propri riff.
Datamatics era una riflessione sensoriale sulle molteplicità reale e virtuale, con uso esteso di grafica vettoriale wireframe (cosa che avvicina la sua forma d’arte più alla demoscene che alla musica). Ad esempio, la raffigurazione del firmamento stella per stella era accompagnata da un glitch audio per ognuna di queste, che diventa suono nella di esse moltitudine; ma queste sono accompagnate anche graficamente dai loro dati, che pure compongono una moltitudine, ma virtuale. Ci basta quindi alzare lo sguardo e guardare le stelle, o siamo interfacciati solo alla conoscenza di queste attraverso nomi distanze posizioni, come se guardassimo la luna nel pozzo?

Supercodex no, è più ludico, apparentemente meno impegnato, terzo ed ultimo capitolo di un trittico di lavori che mira all’estrapolazione del suono per il suono stesso. Anche la rappresentazione è semplice per la maggior parte della performance: due canali stereo visualizzati, con l’onda prodotta al momento descritta semplicemente per frequenza nella sua durata. La furbata dell’autore è: giocare sì con tutta l’onda, ma specialmente con la “grana” di questa, cioè con la sua densità. Se all’inizio ciò che ascoltiamo (e vediamo come fosse verifica grafica) ha natura prettamente digitale, ecco che il nostro inizia a divertirsi perturbando l’onda, ed impacchettandola ad imitazione di tutte le altre. Ed ecco il suono della triangolare, l’acidita della sawtooth, le combinazioni ardite delle tre, e con l’ausilio di un circuito randomizzante arrivano pesantissime percussioni da rumore bianco che più che ascoltarle dalle orecchie si percepiscono direttamente nei lombi: il più digitale dei suoni diventa così materia organica ed evolve superando la sua natura binaria, super codex.

La lineare, semplicistica se si vuole, rappresentazione grafica del suono scelta dall’autore, tende ad essere scevra sia di colori che di forme, e solo a tratti è intervallata da alcuni pattern costruiti con le stesse variabili ma sviluppate in profondità con origine centrata, come fossero corridoi in wireframe, molto simili all’effetto oldschool detto shadelines (anche qui: demoscene più che musica). Tanto basta, per ricreare quell’estetica elementale rigorosa che contiene il suo messaggio senza disperderlo nella complessità, quando il segnale, da freddo, si ammorbidisce nel diventare più elaborato. Non c’è da pensarci più di tanto, c’è invece da apprezzare ciò che si vede e si sente, fino a scoprirsi sorprendentemente con la testa in leggero headbanging a tenere il ritmo, un ritmo che nelle fasi iniziali del processo di organicizzazione del suono mai avremmo osato credere presente. E spezziamo una lancia a favore del Caliri, che questa “musicalità”, come lui scrive, l’ha segnalata nella recensione sopracitata.

Ryoji Ikeda si conferma artista a tutto tondo, mai banale per ricerca e rappresentazione nel suo viaggio continuo all’interfaccia tra il numero e la vita, e riesce a portare agevolmente avanti una produzione su ben tre fronti, come compositore, performer e visual artist. Che in futuro riesca a trovare l’ennesima chiave di lettura della sua visione, solo il tempo ce lo saprà dire.