::ryoji ikeda er capo ‘n frego sbo’ dei flescioni de tutta tokyo proprio!

E qui torna utile il blog, nella sua ancestrale funzione di memento immateriale, cibo per i motori di ricerca: l’hai scritto, esiste, è rintracciabile, punto. Oggi il mio scopo sarà proprio questo: lasciare traccia di questa mia recens…ma che dico, opinione; per far sì che in futuro qualche interessato possa leggere, appunto, un’opinione una maledetta una, riguardo le performance di Ryoji Ikeda, artista audiovisivo giapponese di stanza a Parigi dedito alla computer art, tornato a Firenze cinque anni dopo il live di Datamatics 2.0 col nuovo lavoro: Supercodex. Non è importante che la mia sia o meno un’opinione particolarmente valida, ma che sia un’opinione, una interpretazione o giudizio in corrispondenza di un criterio soggettivo: basandosi su motivazioni definibili e comunicabili, uno dice la sua su un argomento, un altro leggerà e se ne farà un’idea. Non sarebbe facile, così? Sì, con un minimo di strumenti interpretativi sì. Ma se cerchi in giro, ne trovi pochine.

Trattando di artisti dall’approccio non propriamente pop, in particolare questi qui delle arti digitali, sono generalmente tre le tipologie dei commentatori: gli artistoidi velleitari, i complottisti negazionisti e gli psichedelici fetali. Evitarli tutti all’uscita del teatro, solcando la folla in direzione del primo pub aperto, per non ascoltarne le esternazioni, è scelta obbligata.

Gli artistoidi velleitari, potendo permettersi di non lavorare per vivere almeno per un periodo della loro vita, si dedicano al Bello per mestiere, credendo di poter colmare col loro presunto gusto, radar infallibile del detto Bello, le terribili lacune culturali che si portano dietro sin dal liceo di Sibari o di Arzignano. Non potendo capire cosa hanno visto, parlano con lessico folk di cosa è rimasto loro, un lancio speranzoso di palline da ping pong alle bocce dei pesci rossi del luna park. Trattandosi di computer art con musica e visual, i discorsi su ciò che gli è rimasto impresso tra un messaggio di WhatsApp e l’altro, sono del tipo “la musica a palla andava al ritmo de sta cosa a forma de sinusoide che se apriva” (era un’onda quadra a frequenza crescente ed oscillante), “cioè capito ch’ha fatto questo, è come visualizza’ la musica stessa” (eh, lo fa anche la tua autoradio, da un po’), “ci ha fatto vedere come danzano i bit ed i bytes del computer, sto pazzo visionario” (pronto, 118?).

I complottisti negazionisti hanno mangiato la foglia: avete tutti timore di essere bollati come reietti della scena culturale, e non trovate il coraggio di urlare che il re è nudo, che questa produzione suona come una moneta fasulla. Ma noi sì! Noi furboni non cadremo in quest’orrendo tranello cattoplutodemogiudaico a doppio turno. E vogliamo parlare delle scie chimiche, eh? Eh?

Gli psichedelici fetali descrivono qualsiasi q-u-a-l-s-i-a-s-i performance minimale elettronica, glitch, digitale e quant’altro, come un viaggio cosmico introspettivo condotto in zone del cervello sconosciute alla scienza medica, coinvolgente ipotetiche droghe naturali la cui produzione pancreatica è indotta da quei suoni e quelle immagini, rito esoterico di iniziazione a stocazzo. Novelli Aldous Huxley fuori tempo massimo, sono tutto un delirio di: algoritmo dell’universo, viaggi in astronave ai confini della galassia, rinascite in universi paralleli, i cancelli della percezione, sai che usiamo solo il niente percento della nostra mente?

In definitiva, se tergiversate coi rollatori di tabacco nel dopo spettacolo, non c’è cavoli: vi beccate tutti gli Er Pips in “Er Pips spiega la Computer Art”. Assolutamente inaffrontabile.

Tutto questo ci può anche stare. Quando però leggi varie cose a riguardo, e quindi non opinionismo del drum all’uscita della sala ma articoli ponderati nei giusti tempi e spazi, ritrovando più o meno la stessa inconcludenza, ecco che allora un po’ inizia ad insinuarsi il dubbio che qualcuno, in fondo in fondo, non stia poi tanto capendo la dance.
Un esempio, peraltro assolutamente tra i meno indecenti eh, è il live report di Patrizio Buralli per la rivista SentireAscoltare, psicofetale quanto basta per scrivere di “…suggestioni meccaniche futuristiche…”, “…una sorta di astronave spaziale…” (eccoci…), “…ambientazioni oscure di un ipotetico futuro dominato dal grigioscuro e dal nero…”. Ora: a me fa piacerissimo che Patrizio abbia goduto dello spettacolo, seguendo certe rotte in diagonale dentro la Via Lattea, ma avere qualcuno lì che avesse potuto andare oltre il “scioè rega troppo un trip” non sarebbe stato male; e posso assicurare che Patrizio ha scritto oro rispetto a molti altri colleghi. Abbiamo gl’indirizzi universitari per l’arte visiva, che diamine, e tutto ciò che si trova da leggere è Er Pips in “Cioè zio nun pòi capi’ i flescioni popo a rotella bobobobobò de cose mezze futuristiche abbestia”?
Allora mi son detto: vabbè, il live, l’emozione anteposta all’analisi, leggiamo invece le recensioni degli album. E così, finisco a leggere di “suoni digitalissimi” e “fascino dell’errore che diventa musica” in una recensione di Supercodex che, fondamentalmente, dice:”Sì gnamo sei bravo e acculturato, però mobbasta hai rotto il cazzo, prossima volta cambia”; oppure di “portavoci di valori performativi…[taglio]…oltrepassano la frequenza”, e l’immancabile “le regole dell’imput/output” (sic, sì proprio iMput) della recensione di Test Pattern (c’è comunque da dire che la Bracco, che da tempo adora Ikeda, alla fine è quella che un minimo di cose te le passa…).

Se io che sono un mezzo raccattato, e non certo l’esperto del settore, c’ho visto due cosette due, spunto per, eccoci, un’opinione, sul lavoro che Ryoji Ikeda c’ha presentato, sicuramente c’è gente che queste cose le fa di mestiere e le può sviscerare in modo anche illuminante. Mandate loro, a parlare di queste forme d’arte, e ne gioveremo sicuramente tutti di più. A dispetto del ‘tutto si può dire, perché l’arte è solo soggettiva’.

Vabè, basta così, e perdonate l’esser sembrato presuntuoso, e pretestuoso a tratti. Scrivo cosa ne penso io del concerto, perché possa essere controcriticato, vinca sempre la sportività.

All’inizio assoluto di Supercodex, Ikeda sviluppa una singola onda quadra in tutta la gamma di frequenze possibili col suo impianto, dalla più bassa alla più alta. È un marchio simbolico per dirci: io la userò, e vi farò divertire. Questa è proprio la linea di demarcazione tra precedenti lavori più concettuali, Datamatics in primis, e quest’ultimo, molto più musicale (stavo per scrivere ‘melodico’ ma mi son fermato in tempo), dove i pattern sono usati spesso come veri e propri riff.
Datamatics era una riflessione sensoriale sulle molteplicità reale e virtuale, con uso esteso di grafica vettoriale wireframe (cosa che avvicina la sua forma d’arte più alla demoscene che alla musica). Ad esempio, la raffigurazione del firmamento stella per stella era accompagnata da un glitch audio per ognuna di queste, che diventa suono nella di esse moltitudine; ma queste sono accompagnate anche graficamente dai loro dati, che pure compongono una moltitudine, ma virtuale. Ci basta quindi alzare lo sguardo e guardare le stelle, o siamo interfacciati solo alla conoscenza di queste attraverso nomi distanze posizioni, come se guardassimo la luna nel pozzo?

Supercodex no, è più ludico, apparentemente meno impegnato, terzo ed ultimo capitolo di un trittico di lavori che mira all’estrapolazione del suono per il suono stesso. Anche la rappresentazione è semplice per la maggior parte della performance: due canali stereo visualizzati, con l’onda prodotta al momento descritta semplicemente per frequenza nella sua durata. La furbata dell’autore è: giocare sì con tutta l’onda, ma specialmente con la “grana” di questa, cioè con la sua densità. Se all’inizio ciò che ascoltiamo (e vediamo come fosse verifica grafica) ha natura prettamente digitale, ecco che il nostro inizia a divertirsi perturbando l’onda, ed impacchettandola ad imitazione di tutte le altre. Ed ecco il suono della triangolare, l’acidita della sawtooth, le combinazioni ardite delle tre, e con l’ausilio di un circuito randomizzante arrivano pesantissime percussioni da rumore bianco che più che ascoltarle dalle orecchie si percepiscono direttamente nei lombi: il più digitale dei suoni diventa così materia organica ed evolve superando la sua natura binaria, super codex.

La lineare, semplicistica se si vuole, rappresentazione grafica del suono scelta dall’autore, tende ad essere scevra sia di colori che di forme, e solo a tratti è intervallata da alcuni pattern costruiti con le stesse variabili ma sviluppate in profondità con origine centrata, come fossero corridoi in wireframe, molto simili all’effetto oldschool detto shadelines (anche qui: demoscene più che musica). Tanto basta, per ricreare quell’estetica elementale rigorosa che contiene il suo messaggio senza disperderlo nella complessità, quando il segnale, da freddo, si ammorbidisce nel diventare più elaborato. Non c’è da pensarci più di tanto, c’è invece da apprezzare ciò che si vede e si sente, fino a scoprirsi sorprendentemente con la testa in leggero headbanging a tenere il ritmo, un ritmo che nelle fasi iniziali del processo di organicizzazione del suono mai avremmo osato credere presente. E spezziamo una lancia a favore del Caliri, che questa “musicalità”, come lui scrive, l’ha segnalata nella recensione sopracitata.

Ryoji Ikeda si conferma artista a tutto tondo, mai banale per ricerca e rappresentazione nel suo viaggio continuo all’interfaccia tra il numero e la vita, e riesce a portare agevolmente avanti una produzione su ben tre fronti, come compositore, performer e visual artist. Che in futuro riesca a trovare l’ennesima chiave di lettura della sua visione, solo il tempo ce lo saprà dire.

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