::youth

È maggio, fioriscono i prati, c’è Cannes, e in rete tornano rigogliosi i flame livorosi su Sorrentino: “Il film di Sorrentino è una merda, vi meritate Moccia ed i cinepanettoni!”, “Il film di Sorrentino è un capolavoro, vi meritate Moccia ed i cinepanettoni!”. Secondo me è per questo che i film di Moccia ed i cinepanettoni fanno gran soldi al botteghino: alla fine se li meritano tutti.

Nel buen retiro elvetico tra le Alpi, ex sanatorio del dottor Friedrich Jessen nel romanzo di Thomas Mann, interagiscono vari personaggi che fanno i conti con lo scorrere del loro tempo: il direttore d’orchestra tumula il proprio passato professionale e sentimentale nel segreto di ensemble di campanacci bovini e voli di stormi; l’affetto di coppia di sua figlia subisce il primo smacco dell’età; il regista scrive la sua opera, ultima e testamentaria, avvalendosi del brainstorming con giovani sceneggiatori hipsteroni; il giovane attore apprende di essere un non più giovane con dei limiti invalicabili; la miss universo muta le sue forme occasione per occasione, annullando il tempo; la coppia in là con gli anni preserva il suo equilibrio alternando silenzi conflittuali prandiali a pulsioni erotiche voyeuristiche; nel corpo offeso dal tempo e dai vizi, il campione di calcio conserva una gamba sinistra di leggendarie capacità funamboliche. Fuori dalla stregoneria dell’albergo, c’è chi ha già risolto il suo enigma: la giovane massaggiatrice che può permettersi di spendere le pause in sentitissimi solo di Just Dance 2014; il figlio del regista e compagno della figlia del protagonista, che sceglie la leggerezza alle motivazioni importanti dei legami affettivi canonici; la diva sul viale del tramonto, che pur di conservarsi artefice sola del suo destino resta al passo coi tempi, in barba ai moralismi più proverbiali. Ma i desideri non invecchiano quasi mai con l’età, e alla vecchiaia ci si può cedere, ma non credere. Oppure, quando è il tempo a deluderti nell’amore, la salvezza è tra le braccia forti di un alpinista, uno semplice, uno che invece vive negli spazi, qui ed ora.

All’angolo destro, con grande cura dei particolari, la fotografia di Bigazzi. Finalmente scevra da certe velleità dei carrelli a tutto spiano, si conferma marchio di garanzia nell’estetica del cinema di Sorrentino, una coppia che funziona e si vede. Il sogno veneziano del protagonista all’inizio del film è uno spot da profumo francese di quelli che poi vincono gli advertising award. E ancora, scorci alpini meravigliosi, carrellate a mano e ralenty descrittivi, riferimenti sin troppo palesi a Magritte e Caravaggio, in una sòrta di professionalissimo laccato d’autore. All’angolo sinistro, con contorno di caratteristi come la Belisario, gli attori e le comparsate. Jane Fonda da urlo, Caine e Keitel coppia totalmente convincente. A Rachel Weisz, bella e brava, fanno fare la prova da attrice cavaliera dello zodiaco, vai Rache’ fai vedere come sei una grande piangendo a comando nel primissimo piano lungo e patetico in cui sciorini la storia di una vita in un botto solo. Nel ruolo di sé stessi, qui regolarmente senza link, tutto un firmamento pop di gente che c’è voluta essere, meno il Maradona originale: Sumi Jo con Viktoria Mullova, Paloma Faith, Mark “Sun Kil Moon” Kozelek. Al centro, l’arbitro. Una ciclopica macchina di non so più quante produzioni, seguite da ancor più sponsor. Ad esempio: mele del Trentino dappertutto, mele come se piovesse, mele su mele su altre mele, un film sulla produzione di mele! Millemila persone ognidove, e fanno duemilamila occhi, che non sono riuscite a sventare l’avventato blooper della mela nel piatto di Keitel che cambia posizione di continuo, durante la scena in cui c’è Julian…o dobbiamo pensare ad una volontà malandrina?

In mezzo, schiacciato malamente, a prendersi le mazzate di tutti, il regista ed il suo racconto. Uno sciorinare persistente di retorica telecomandata, e di rimandi continui tra serio e grottesco che lasciano in bocca il gusto della narrazione incompiuta e dimenticabile. Botte e risposte sempre miranti all’affabulazione dello spettatore più semplice, all’aforisma condivisibile sul social network, Paolo Fox del pathos, farcitura di libriccini estivi “Le migliori frasi tratte da…”. Che fine hanno fatto i personaggi del non detto, delle risoluzioni radicali ed improvvise per natura umana, dal carisma tridimensionale ben incastonato nel contesto della storia? Tutti ricordi di quello stile non di maniera che tanto e tanti convinse, e che oggi ritroviamo stravolto in questo capitolo ultimo del percorso del regista, prettamente manieristico, oltretutto condito da stravaganze di facile presa (il finto video della popstar, il volo dello stormo in sincrono col concerto immaginario di Caine).

Stravolgimento, manierismo, retorica. È male questo, forse? Non necessariamente. Si parla di un bel film non memorabile, ma di un bel film. Esistono in questo mondo belle cose da vedere al cinema, che pur mostrano una sproporzione notevole tra sforzo estetico ed empatia narrativa, e “Youth” è un po’ l’equivalente del polpettone Marvel nel campo del cinema d’autore. Le immagini sono potenti, i corpi sono sinuosamente eccitanti o angosciosamente sfatti, le interpretazioni godibili, l’atmosfera generale è quella della spiegazione in classe del profe quando un po’ t’annoi perché la sta facendo capire anche ai più duri di comprendonio. È Sorrentino stesso, proprio a conclusione della storia, a suggerirci la leggerezza come soluzione. Il regista è lui, perché contraddirlo?

Nota a margine. Nonostante “Youth” sia in sala da poche ore, il culo della labbrocanottatissima modella romena Mădălina Diana Ghenea è già su qualsiasi materiale informativo distribuibile in questa galassia e le confinanti, e tutti ne parlano come la nuova musa di Sorrentino. Che sia chiaro: la nuova musa di Sorrentino è Luna Zimić Mijović, classe 1991 quasi ’92, meravigliosamente assuefatta al gioco durante la sua performance di “She Wolf (Falling To Pieces)”. Luna Mijović u-na di no-i! luna_zm

::la grande bellezza

Paolo Sorrentino ritorna in Italia, e all’Italia, dal suo on the road fuori tempo massimo della precedente opera. Ci ritorna pieno di sponsorizzazioni, di product placement, e di quella inguaribile voglia di Fellini e Visconti che alle volte sfocia in un pacchiano (però) sincero.

Jep Gambardella ha proprio il lavoro che fa al caso suo. Critico d’arte e spettacolo nonché giornalista di costume, gioca con disillusione tutta sua alla ricerca del bello, ma sotto la coltre di cinismo agogna ancora di incrociarne le occasionali espressioni, ed ancora le sa riconoscere. Le sue passeggiate romane in cerca della bellezza, sia essa nascosta nel piccolo urbano che nelle maestose magioni nobiliari, hanno quotidiana conseguenza nelle serate salottiere e/o sguaiate della Roma godona di dagostiniana memoria, vacuità alimentate ad alcool coca e grottesca decadenza in cui diluire la delusione dell’ennesimo fallimento, sconfitta sabbaticamente miscelata tra le altrui sconfitte.
Le speranze sopite di riuscire nella sua missione, e quindi scrivere un secondo libro dopo un’opera prima di successo, si riaccendono alla notizia della dipartita di un suo amore adolescenziale, vaso di Pandora di un cardine temporale preciso in cui bellezza e purezza coesistevano senza necessità di doverle scovare ed ingabbiare.
Da lì, una serie d’insuccessi e delusioni alla ricerca di un risveglio morale e motivazionale, sino all’avvento di una santa oracolare, fulcro di assoluta incorruttibilità a qualsiasi aggressione ambientale dall’esterno. E sarà proprio una innocente ed inaspettata freddura buttata lì dalla santa, in uno scenario fuori dal tempo davanti ad una Roma a tinte caravaggesche, ad aprire sguardo e cuore di Jep Gambardella: la bellezza è sempre stata con lui sottotraccia, nei chiostri dell’urbe, sui tavoli da gioco delle vecchie principesse che fanno più arte dei di loro mezzibusti antichi, e financo, sì, nell’orrore laocoontico delle feste scollacciate. La stesura del sophomore può cominciare, un nuovo inizio, una rinascita.

142 minuti di fasi alterne ed eterogenee, che mettono in evidenza limiti narrativi alle volte un po’ deludenti, specie in concomitanza di certe esposizioni dal sapore un po’ reazionario che davvero non t’aspetteresti. A questo, c’è da aggiungere quella spasmodica ricerca dell’estetica laccata e del carrello a tutti i costi che, se prima erano marchio distintivo del lavoro di Sorrentino, sono ora rinvigoriti da più nutrite possibilità anche economiche. Se non altro, in questo caso, alcune inquadrature più ardite sono utili a dare il senso degli spazi nel contesto urbano.
Attori vengono, attori vanno, al servizio della parte e del regista, quindi fondamentalmente ingiudicabili. Servillo, al solito, rimane. E no, non fa ‘il solito personaggio di Servillo’, non bastano cinismo e disillusione in comune con altre interpretazioni per poterlo asserire: qui Jep è fondamentalmente votato al puro ed al bello, sempre, giorno per giorno, ora per ora.

Tutto sta nel fatto che il tema del film è parecchio ma parecchio ambizioso, e di difficile esposizione. Hai voglia a giocare di trama! Qui l’argomento va in qualche modo fatto assaporare, la sequenza degli eventi ha poco da essere lineare, e va giocata tutta sull’emotività. Non è per nulla facile scegliere in montaggio gli eventi giusti, le immagini giuste. Ma Sorrentino ‘ste cose le sa fare, e bene anche, è proprio nel suo. Questo è un film che non solo poteva essere scritto solo da lui, ma anche girato solo da lui.
Ecco perché, con tutti i difetti, e con tutti i cali di tono, e con tutte le scelte opinabili, “La grande bellezza” ti rimane appiccicato nell’animo tuo malgrado, lasciandoti in circolo certe immagini potenti di estasi religiose, visioni oniriche e lassismo pecoreccio. Si avventa sull’emotività dei tuoi ricordi, e contemporaneamente fa leva sulla tua moralità. È incompleto, cicca il bersaglio e risulta a tratti dissacrante verso certa cinematografia italiana che altri storicamente ci invidiano. Ma non importa.

Il mio voto numerico non conta nulla, è solo una media ponderale tra un men che mediocre quattro e ventordicimila.
“La grande bellezza” è un film non riuscito, correte subito a vederlo e rivederlo.

::la collina dei papaveri

Reduce dal mediocre “I racconti di Terramare”, Gorō Maria Goretti Miyazaki s’allinea alle storie piccole su fondali pastello che tanta fama hanno regalato alla Ghibli, rilasciando questo lungometraggio che è già record siderale di lettere kappa nello stesso titolo (“コクリコ坂から”, Kokuriko-zaka kara).

Tratto da un micidiale shōjo manga in stile feuilleton a sfondo genetico-familiare (tipico tra l’alto del periodo nel quale la storia è ambientata), la versione italiana parte con titoli scritti all’insegna dello splendore grafico del Commodore VIC20, ed una serie di traduzioni pedanti delle formule di rito d’uso quotidiano.
L’inizio orribilmente melenso e scolastico fa desiderare l’avvento a sorpresa di un violentatore seriale in stile pinku eiga, ma presto la cosa passa in secondo piano, quando lo spettatore si rende conto del doppio canale che guida la storia: da una parte il beviqualcosapedro d’antan in odore di ricordi delle guerre, dall’altra il sapore di una rivoluzione sociale in salsa provinciale ancora di là da venire (tutte le fazioni studentesche temono l’arrivo del Preside, paura del potere costituito…per ora!) ma già con quel sapore da maggio parigino nei nomi delle cose. Se si dovesse sintetizzare un leitmotiv unendo i due canali, si direbbe: la guerra pur recente riserva ancora ferite, c’è da ricostruire non distruggendo il passato ma riedificando su basi antiche; la cultura vecchia in questo è cieca, la nuova imprenditoria ha invece quelle sane indimenticate radici che le permettono di guardare ad un futuro radioso a misura d’uomo.

Cose tecniche: alcune animazioni fotoniche qui e là ma in genere qualità media, alcune superparallassi fotoniche ma in genere il trionfo del pastello, sfortunatamente anche per i metalli, cosa che non sempre funziona. Un capitolo a parte per i legni: tradizionalmente, il legno dòmina gli ambienti abitativi nipponici; se qui, in una storia ambientata nella primavera del 1963, rendi bene i diversi legni, ebè allora hai veramente vinto. Premio “Hai Veramente Vinto Col Legno” alle panche della mensa esterna riverniciate di bianco ma già soggette all’aggressione degli agenti atmosferici.

Se il film avesse avuto come soggetto lo yatsura studentesco della vicina campagna nei dintorni della metropoli, cosa davvero originale ed in qualche modo esotica per chi conosce più il suo parallelo europeo, per me sarebbe stato subito ammmòre. Così non è, evidentemente non doveva e non voleva esserlo per gli sceneggiatori, ma rimane comunque un prodotto di garbo e testimonianza.
Comunque, come ci insegna Vulvia:”Parla d’Achei in tivvù solo perché È FIGLIO!”

::il divo

Sul finire di questa mia strana estate mishimiana e donchischiottesca, non potevo farmi scappare sotto il naso l’ultima occasione di andare a vedere “Il divo”, dell’idolatrato Paolo Sorrentino.

Io la vedo così: il film di Sorrentino è un prodotto estremamente innovativo, sicuramente nel circondario del cinema italiano, probabilmente anche in contesti a più largo raggio.
Perché un regista conosciuto in particolare per la narrazione attraverso le immagini, se ne va a duellare col mostro temibile della storia recente, contemporanea, inclonclusa? A maneggiare dati e date, a rischiare ricostruzioni secondo un unico punto di vista, a scegliere soppesandoli i passaggi cardine di un passato che influenza ancora troppo il presente?
Lo fa come ha sempre saputo farlo: con le immagini, e l’immaginifico, attraverso le date.
È un corpo rovesciato: invece di comporre uno scheletro di eventi su cui poggiare le strutture narrative tipiche del film, qui abbiamo una matrice di scene visionarie, d’impatto profondo, in cui vanno ad incastonarsi i fatti come da cronaca. I fatti, freddi, scorrelati ad una prima occhiata; ma che legati dal filo rosso delle emotività, si omogeneizzano in una mistura magicamente coerente, ed alla fin fine non di parte. È una magia: prendi un calderone, ci butti emozioni, fa un po’ di bolle, affiora la realtà.

Se un messaggio davvero sublima, è quello della sopravvivenza necessaria che anticipa la mera politica sia negli aspetti etici che in quelli morali. La neutralità, nel ruolo di chiave di volta sacrificale di Giulio Andreotti, è l’espressione della figura del protopolitico, dell’elemento fulcro che si accolla le pesanti responsabilità che scaturiscono dal reggere le redini di un Paese imberbe e ferito. Scavando ben dentro il benessere, il boom, l’industrializzazione, la coscienza sindacale, lì dove non ci sono più le coreografie dei partiti, sul fondo, a reggere la baracca, si trova il suo sistema di scambio di binari, a discernere ciò che si deve fare e ciò che non.

C’è grande tendenza alle raffigurazioni faraoniche del protagonista, con lui al centro a dividere verticalmente la scena perfettamente simmetrica, ed a destra come a sinistra elementi pari di oggetti rappresentativi, come monili in una tomba egizia. Ripetuto anche l’uso di uno scorrimento lento che sa quasi di videogioco: un lento parallasse, con gli attori che si muovono appena dietro il primo livello di elementi (alberi, generalmente).
Servillo ha la capacità di annichilirsi nel personaggio Andreotti, proprio lui così caratterizzante in ogni altro film. Ciò mette in risalto le altre figure di primo piano, tra le quali mi preme citare la Signora Enea di Piera degli Esposti.

Non è un prodotto di facile fruizione, se qualcuno dovesse dirmi che ci s’è un po’ annoiato lo giustificherei, in sincerità. Ma lo inviterei ad una seconda visione.
Questo non dipende poi tanto dal grado di interesse e conoscenza dei fatti richiesto allo spettatore, quanto invece dall’uso davvero particolare che Sorrentino fa della macchina cinema, e che necessita del suo doppio ruolo di regista e sceneggiatore.
Se l’estetica sorrentiniana vista nelle opere precedenti ha fatto parlare di “nuovo cinema italiano”, come definiremo questo salto quantico? “Nuovissimo cinema italiano”?
O finalmente di queste banalizzazioni non c’è n’è più bisogno?

::in questo mondo libero…

In realtà c’è poco da dire, di un film che denuncia ma non cade nel pesante docufilm, utilizzando pienamente i mezzi della macchina cinema già in sceneggiatura.

Il titolo è tutto nei puntini di sospensione a cui, devo ammetterlo sfrontatamente, non tutti i recensori hanno dato giusta evidenza: “In questo mondo libero…ecco la schiavitù”, travisata dalla globalizzazione e nascosta nelle trame del neoproletariato da esodo biblico. L’attività imprenditoriale di materiale umano d’immigrazione che la protagonista mette su, ha basi praticamente medievali: un luogo dai muri alti e forti, ed una moto potente ed esibizionista a farle da destriero.

Davvero notevole l’imparzialità con la quale Loach e Laverty hanno affrontato la costruzione della storia. Non si tratta di lavarsene le mani, ma di penetrare, viaggio allucinante, il corpo della società afflitto dai suoi mali, in modo da non perdersi in partigianerie o particolarità. Da quest approccio igienicamente sterile, lo spettatore ne guadagna parecchio, potendo saggiare il problema considerando tutti gli equilibri in gioco, nella totalità delle perversioni del meccanismo globale.
L’attrice Kierston Wareing risulta essere effettivamente un po’ troppo fica inquantoché zoccoloide. Mi spiego: è stata pensata per essere una bonazza cafonotta del quartiere, di quelle che per lavorare non hanno avuto il tempo di studiare, e quindi magari può apprezzare i riporti leopardati. Però in molti casi ha atteggiamenti e movenze chiaramente fighetti, che tenta di abbrutire con un po’ di agitazionismo bassifondale. Ok basta col festival dei neologismi.

Bello, utile, necessario, lineare. Ecco forse un po’ troppo lineare, tic tac tic tac. E scolastico.
Comunque da vedere senza pentirsi di non aver preso l’altra sala col film tutto da ridere.

::le ragioni dell’aragosta

Un film che consideri non un’impellente necessità, può diventare tale per una sommatoria in serie di motivi.

Uno: lo danno in un cinema fenice zombie che tutti credono morto, ma che risorge dalle ceneri all’improvviso. Due: la presenza graditissima della regista ed attrice principale. Tre…

Tre, specialmente. Al tempo delle superiori, la sera ci si godeva Avanzi, la mattina dopo era tutto uno scimmiottare i vari sketch. Tra amici ci ritrovavamo a ridere in questi frangenti, ma per qualcuno tutto ciò valeva qualcosa di più che una semplice risata sardonica. Poi seguì la fine di questa anarchia comica, che aveva trovato libertà d’espressione nell’assenza momentanea di lottizzazioni televisive a causa di Tangentopoli. I controllori ripresero a controllare dall’alto della loro rinnovata trasversalità politica. I nostri beniamini si rifugiarono lavorativamente in contesti pressoché bagaglinici, e questo per noi fu la perdita dell’innocenza etica, morale, politica, sociale: una sòrta di tradimento per la generazione che aveva assunto i concetti di valore, onore, bontà e giustizia da Actarus, più che per togliattàme o almirantàme vario.

Questo film esiste proprio per mettere in bella mostra il paradosso tra le belle intenzioni e la necessità di racimolare il mangiare, quel paradosso difficile da digerire a qualsiasi età, se proprio non si è assuefatti per bene bene bene. Non è La Risposta, ma è una risposta, ai perché di quella vicenda.

La tecnica usata è quella della realtà-finzione, per ottenere un grandguignolesco bilico tra interpretazione di una sceneggiatura ed introspezione autobiografica dei singoli personaggi. Per ottenere ciò, la Guzzanti impone agli attori la libertà semicontrollata delle performance, risultando un po’ la Madre Teresa de’Comici con tutti per l’intero film, cosa che la tiene sempre sullo schermo a mediare qualsiasi scena. Scelta forte ma necessaria, peccato veniale. Anche perché il risultato è superlativo.

Per tre quarti della pellicola, si ha l’impressione di seguire una storia bella e piccola, in un contesto facente parte di certi tuoi ricordi, di un certo tuo periodo. Una storiella ad usufrutto personale, di quelle alle quali non si potrebbe mettere il cartellino col voto. Poi però t’accorgi che il tema non è affatto piccolo, o settoriale, o limitato. E ti rendi conto che non fornisce nemmanco “una risposta”, ma una Risposta.

La fiction legata ai pescatori sardi cortocircuita con la realtà della catarsi di un’esperienza come Avanzi allo scopo di analizzare un nuovo profilo di quel germe di delusione del liceale che ci portiamo dentro. Quel sorrisino amaro che facciamo quando interagiamo con le discrepanze di moralità accanto alle quali la cosiddetta “maturità” ci ha insegnato a convivere. Alle volte, anzi per molti di noi, con le crepe della nostra, di moralità, quelle che si giustificano con “eeeeh quest’è, la vita reale, che ci vuo’ fa’”.

Perché non ci facciamo assorbire da questo concetto di vita reale? Perché lo abbiamo fatto? Ci ce lo fa fare, chi ce lo ha fatto fare? A battere il capo per i pescatori sardi, motivazione giustiissima sempre a meno di scoprire che anche l’aragosta avrebbe le sue ragioni di non farsi bollire viva. A sbattersi, in pratica, per un senso della giustizia assolutamente parziale e ludico, che sembra veramente imparato da un anime, piuttosto che da un filone filosofico o una condotta religiosa, chessò.

Cara Sabina, avrei voluto dibattere con te un millesimo di questo delirietto senza pretese, senonché più il tempo passava, più le altre domande si facevano imbarazzanti e retoriche, più a me batteva il cuoricino per la vergogna. Alla fine, non ce l’ho fatta.

Lo so, è colpa mia. Che porto sempre dentro di me quel liceale divertito, deluso ed imbarazzato al tempo stesso.

::i simpson – il film

A causa del mio commento finale nel post precedente, sono stato smosso dagli scappellotti antisnobismo degli amici, che mi hanno indirizzato verso il film dei Simpson. Ed io ci sono andato anche volentieri, che ai Simpson non si dice certo no.

Il tema scelto per il lungometraggio dei giallognoli beniamini tv è più che nobile: non potrebbe esserci nulla di più lodevole e radicale che abbinare le radici dei propri affetti familiari alle massime tematiche ambientali. Nonostante la disponibilità di 87′, lo schermo è prevalentemente occupato dai nostri cinque, laddove gli innumerevoli comprimari restano nel grande mucchio. La sensazione risultante è quella di un megapuntatone di stampo tradizionale, con maggior budget e piccole soluzioni costose nell’animazione di tanto in tanto.

A proposito dell’aspetto tecnico: niente di stravolgente. Alta l’attenzione al particolare, e discreta la fusione tra la CG ed il disegno tradizionale (cosa già sperimentata in Futurama), anche perché un’operazione del genere può vantare una palette cromatica più vasta, come si nota dal colore differente della peluria di Homer, e che quindi ammorbidisce l’interazione tra le due tecniche. Avendo a disposizione una ripresa da una decina di livelli di parallasse per i fondali, quando possibile si è creata la condizione per avere scene molto dinamiche, e bullarsi di tale giocattolo costoso. Il resto è solo avere ancora più tavoli da disegno per ancora più coreani.

La sceneggiatura rappresenta purtroppo il tallone d’Achille dell’intero congegno, non essendo nulla di ché. È lì che si sente il rumore di corda tesa dello stiracchiamento da 24 a 87 minuti. È semplice, troppo elementare, esageratamente lineare e dispersiva. Se fosse dispersiva a causa di millemila citazioni e situazioni comiche, e vabbè ci si rotolerebbe in terra dalle risate. Ma così non è.
Capitolo a parte per la giostra delle parodie, nella situazione-cinema. A rafforzare il mio statuario snobismo, la visione del film dei Simpson nella promiscuità della sala è un’esperienza rasente al terrificante, perché The Simpson’s è una serie multilivello: molti ridono per Homer che si fa male, qualcuno ride per la citazione cinematografica, pochi per i richiami a cose innovative o particolari, pochissimi acchiappano la critica politica o di attualità, quasi nessuno i riferimenti storici più particolari. Al cinema, è il trionfo della risata bassa; ma anche la sconfitta del sarcasmo più fine, le cui punte più acute si arenano sulle rive dell’ignoranza dei più. Non è bello.

Un po’ una delusione, questo film dei Simpson, mi aspettavo davvero di più. Ma fa ancora più male pensare che ci fosse davvero lo spazio per fare di più. Resta comunque la consacrazione definitiva del lavoro di un grande autore di strisce e fumetti, ed aldilà di ogni computabile pagellino, una sana oraemezza di spensieratezza.
Aspettando il film di Futurama, serie ben più complessa ed elaborata.