::ryoji ikeda er capo ‘n frego sbo’ dei flescioni de tutta tokyo proprio!

E qui torna utile il blog, nella sua ancestrale funzione di memento immateriale, cibo per i motori di ricerca: l’hai scritto, esiste, è rintracciabile, punto. Oggi il mio scopo sarà proprio questo: lasciare traccia di questa mia recens…ma che dico, opinione; per far sì che in futuro qualche interessato possa leggere, appunto, un’opinione una maledetta una, riguardo le performance di Ryoji Ikeda, artista audiovisivo giapponese di stanza a Parigi dedito alla computer art, tornato a Firenze cinque anni dopo il live di Datamatics 2.0 col nuovo lavoro: Supercodex. Non è importante che la mia sia o meno un’opinione particolarmente valida, ma che sia un’opinione, una interpretazione o giudizio in corrispondenza di un criterio soggettivo: basandosi su motivazioni definibili e comunicabili, uno dice la sua su un argomento, un altro leggerà e se ne farà un’idea. Non sarebbe facile, così? Sì, con un minimo di strumenti interpretativi sì. Ma se cerchi in giro, ne trovi pochine.

Trattando di artisti dall’approccio non propriamente pop, in particolare questi qui delle arti digitali, sono generalmente tre le tipologie dei commentatori: gli artistoidi velleitari, i complottisti negazionisti e gli psichedelici fetali. Evitarli tutti all’uscita del teatro, solcando la folla in direzione del primo pub aperto, per non ascoltarne le esternazioni, è scelta obbligata.

Gli artistoidi velleitari, potendo permettersi di non lavorare per vivere almeno per un periodo della loro vita, si dedicano al Bello per mestiere, credendo di poter colmare col loro presunto gusto, radar infallibile del detto Bello, le terribili lacune culturali che si portano dietro sin dal liceo di Sibari o di Arzignano. Non potendo capire cosa hanno visto, parlano con lessico folk di cosa è rimasto loro, un lancio speranzoso di palline da ping pong alle bocce dei pesci rossi del luna park. Trattandosi di computer art con musica e visual, i discorsi su ciò che gli è rimasto impresso tra un messaggio di WhatsApp e l’altro, sono del tipo “la musica a palla andava al ritmo de sta cosa a forma de sinusoide che se apriva” (era un’onda quadra a frequenza crescente ed oscillante), “cioè capito ch’ha fatto questo, è come visualizza’ la musica stessa” (eh, lo fa anche la tua autoradio, da un po’), “ci ha fatto vedere come danzano i bit ed i bytes del computer, sto pazzo visionario” (pronto, 118?).

I complottisti negazionisti hanno mangiato la foglia: avete tutti timore di essere bollati come reietti della scena culturale, e non trovate il coraggio di urlare che il re è nudo, che questa produzione suona come una moneta fasulla. Ma noi sì! Noi furboni non cadremo in quest’orrendo tranello cattoplutodemogiudaico a doppio turno. E vogliamo parlare delle scie chimiche, eh? Eh?

Gli psichedelici fetali descrivono qualsiasi q-u-a-l-s-i-a-s-i performance minimale elettronica, glitch, digitale e quant’altro, come un viaggio cosmico introspettivo condotto in zone del cervello sconosciute alla scienza medica, coinvolgente ipotetiche droghe naturali la cui produzione pancreatica è indotta da quei suoni e quelle immagini, rito esoterico di iniziazione a stocazzo. Novelli Aldous Huxley fuori tempo massimo, sono tutto un delirio di: algoritmo dell’universo, viaggi in astronave ai confini della galassia, rinascite in universi paralleli, i cancelli della percezione, sai che usiamo solo il niente percento della nostra mente?

In definitiva, se tergiversate coi rollatori di tabacco nel dopo spettacolo, non c’è cavoli: vi beccate tutti gli Er Pips in “Er Pips spiega la Computer Art”. Assolutamente inaffrontabile.

Tutto questo ci può anche stare. Quando però leggi varie cose a riguardo, e quindi non opinionismo del drum all’uscita della sala ma articoli ponderati nei giusti tempi e spazi, ritrovando più o meno la stessa inconcludenza, ecco che allora un po’ inizia ad insinuarsi il dubbio che qualcuno, in fondo in fondo, non stia poi tanto capendo la dance.
Un esempio, peraltro assolutamente tra i meno indecenti eh, è il live report di Patrizio Buralli per la rivista SentireAscoltare, psicofetale quanto basta per scrivere di “…suggestioni meccaniche futuristiche…”, “…una sorta di astronave spaziale…” (eccoci…), “…ambientazioni oscure di un ipotetico futuro dominato dal grigioscuro e dal nero…”. Ora: a me fa piacerissimo che Patrizio abbia goduto dello spettacolo, seguendo certe rotte in diagonale dentro la Via Lattea, ma avere qualcuno lì che avesse potuto andare oltre il “scioè rega troppo un trip” non sarebbe stato male; e posso assicurare che Patrizio ha scritto oro rispetto a molti altri colleghi. Abbiamo gl’indirizzi universitari per l’arte visiva, che diamine, e tutto ciò che si trova da leggere è Er Pips in “Cioè zio nun pòi capi’ i flescioni popo a rotella bobobobobò de cose mezze futuristiche abbestia”?
Allora mi son detto: vabbè, il live, l’emozione anteposta all’analisi, leggiamo invece le recensioni degli album. E così, finisco a leggere di “suoni digitalissimi” e “fascino dell’errore che diventa musica” in una recensione di Supercodex che, fondamentalmente, dice:”Sì gnamo sei bravo e acculturato, però mobbasta hai rotto il cazzo, prossima volta cambia”; oppure di “portavoci di valori performativi…[taglio]…oltrepassano la frequenza”, e l’immancabile “le regole dell’imput/output” (sic, sì proprio iMput) della recensione di Test Pattern (c’è comunque da dire che la Bracco, che da tempo adora Ikeda, alla fine è quella che un minimo di cose te le passa…).

Se io che sono un mezzo raccattato, e non certo l’esperto del settore, c’ho visto due cosette due, spunto per, eccoci, un’opinione, sul lavoro che Ryoji Ikeda c’ha presentato, sicuramente c’è gente che queste cose le fa di mestiere e le può sviscerare in modo anche illuminante. Mandate loro, a parlare di queste forme d’arte, e ne gioveremo sicuramente tutti di più. A dispetto del ‘tutto si può dire, perché l’arte è solo soggettiva’.

Vabè, basta così, e perdonate l’esser sembrato presuntuoso, e pretestuoso a tratti. Scrivo cosa ne penso io del concerto, perché possa essere controcriticato, vinca sempre la sportività.

All’inizio assoluto di Supercodex, Ikeda sviluppa una singola onda quadra in tutta la gamma di frequenze possibili col suo impianto, dalla più bassa alla più alta. È un marchio simbolico per dirci: io la userò, e vi farò divertire. Questa è proprio la linea di demarcazione tra precedenti lavori più concettuali, Datamatics in primis, e quest’ultimo, molto più musicale (stavo per scrivere ‘melodico’ ma mi son fermato in tempo), dove i pattern sono usati spesso come veri e propri riff.
Datamatics era una riflessione sensoriale sulle molteplicità reale e virtuale, con uso esteso di grafica vettoriale wireframe (cosa che avvicina la sua forma d’arte più alla demoscene che alla musica). Ad esempio, la raffigurazione del firmamento stella per stella era accompagnata da un glitch audio per ognuna di queste, che diventa suono nella di esse moltitudine; ma queste sono accompagnate anche graficamente dai loro dati, che pure compongono una moltitudine, ma virtuale. Ci basta quindi alzare lo sguardo e guardare le stelle, o siamo interfacciati solo alla conoscenza di queste attraverso nomi distanze posizioni, come se guardassimo la luna nel pozzo?

Supercodex no, è più ludico, apparentemente meno impegnato, terzo ed ultimo capitolo di un trittico di lavori che mira all’estrapolazione del suono per il suono stesso. Anche la rappresentazione è semplice per la maggior parte della performance: due canali stereo visualizzati, con l’onda prodotta al momento descritta semplicemente per frequenza nella sua durata. La furbata dell’autore è: giocare sì con tutta l’onda, ma specialmente con la “grana” di questa, cioè con la sua densità. Se all’inizio ciò che ascoltiamo (e vediamo come fosse verifica grafica) ha natura prettamente digitale, ecco che il nostro inizia a divertirsi perturbando l’onda, ed impacchettandola ad imitazione di tutte le altre. Ed ecco il suono della triangolare, l’acidita della sawtooth, le combinazioni ardite delle tre, e con l’ausilio di un circuito randomizzante arrivano pesantissime percussioni da rumore bianco che più che ascoltarle dalle orecchie si percepiscono direttamente nei lombi: il più digitale dei suoni diventa così materia organica ed evolve superando la sua natura binaria, super codex.

La lineare, semplicistica se si vuole, rappresentazione grafica del suono scelta dall’autore, tende ad essere scevra sia di colori che di forme, e solo a tratti è intervallata da alcuni pattern costruiti con le stesse variabili ma sviluppate in profondità con origine centrata, come fossero corridoi in wireframe, molto simili all’effetto oldschool detto shadelines (anche qui: demoscene più che musica). Tanto basta, per ricreare quell’estetica elementale rigorosa che contiene il suo messaggio senza disperderlo nella complessità, quando il segnale, da freddo, si ammorbidisce nel diventare più elaborato. Non c’è da pensarci più di tanto, c’è invece da apprezzare ciò che si vede e si sente, fino a scoprirsi sorprendentemente con la testa in leggero headbanging a tenere il ritmo, un ritmo che nelle fasi iniziali del processo di organicizzazione del suono mai avremmo osato credere presente. E spezziamo una lancia a favore del Caliri, che questa “musicalità”, come lui scrive, l’ha segnalata nella recensione sopracitata.

Ryoji Ikeda si conferma artista a tutto tondo, mai banale per ricerca e rappresentazione nel suo viaggio continuo all’interfaccia tra il numero e la vita, e riesce a portare agevolmente avanti una produzione su ben tre fronti, come compositore, performer e visual artist. Che in futuro riesca a trovare l’ennesima chiave di lettura della sua visione, solo il tempo ce lo saprà dire.

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::la fortezza delle scemenze

Eh no, stavolta no, non mi prenderanno in contropiede. Anzi, a questo giro elettorale li aspetto al varco. Ed il loro avvento varrà per me quale conferma della mia più temibile ipotesi.

Come ci si spiega il fatto che la maggior parte dei figuranti televisivi vanti sempre una connotazione tipicamente partenopea? E negli ambiti più disparati eh, non entro il perimetro di un genere caratteristico. L’unica risposta plausibile considera l’esistenza di una Fortezza delle Scemenze al largo del Golfo di Napoli, una scuola di stampo quasi marziale, votata alla formazione di svariate qualità di figuranti da utilizzare in diversi ambiti mediatici. Oltre l’ultima spiaggia della crisi lavorativa, ci sono le piattaforme marine del lavoro alternativo definitivo.

I figuranti diplomati alla FdS pullulano nei format ‘giudiziari’ tipo “Forum” o “Verdetto finale”, nei quali appare evidente come l’ufficio casting assoldi figuranti, probabilmente promossi dalla riserva inesauribile del pubblico su richiesta, allo scopo di interpretare simbolicamente l’iter di un caso tipico. La trasmissione parte sempre in modalità ‘neutra’, ma in men che non si dica, si va sempre a finire in colorite riduzioni di classici di Scarpetta, a suon di “signor giuuuudisce quell’è mio marito ca nun me riscpett'” “no vostr’eccelle’ ma che riscpett’e riscpett, si chell’me port’e caniéll fin’a dind’o liett!”. Format a cui manca solo una valida aggiunta: l’orchestra col putipù, le troccole e lo scetavajasse, pepperèèèè pepperèèèè!

I diplomati FdS di minor pregio non restano certo disoccupati, ma sono frequentemente impiegati come testimonial dei prodotti per dimagrire più spergiuri sul mercato, vera linfa vitale dell’82% dei canali tv in digitale terrestre. Più ti parte il San Carlo dell’anima, più il prodotto appare di buona fattura: l’eventuale cliente non può non ipotizzare la vittoria della magica pillolina contro eserciti di struffoli, campi minati di pastiere, artiglierie pesanti di babà pesantissimi. “Oé gl’amisci miéj nongi volevano credere, ma poi in zole due settimane due, aggie lassate o’quartiére a facc’lònga ‘nderra!”.

Infine, la grande sorpresa dai referendum abrogativi del 12-13 giungo 2011. Attorno  ai virgulti di più alto lignaggio della Fortezza delle Scemenze sono stati tirati su in fretta e furia circoletti, listine civichine e gruppettucoli. Entità chiaramente messe lì da chi aveva interesse a disperdere i ‘sì’ nel modo più basso ed antidemocratico possibile. Vederli nei cinque minuti RAI leggere sul gobbo con difficoltà, tentando una minima improvvisazione da avanspettacolo, è stata un’esperienza umiliante e divina insieme. Indimenticabili, grazie ragazzi.

Torneranno, lo so, lo sento. Torneranno i tristi figuri figuranti, vestiti in puro Piazza Italia style, titubanti sui congiuntivi e con l’occhio mai in camera. Le elezioni sono alle porte, e voi mazinghi napulielli della dispersione dei voti risponderete ‘”presente (almeno fisicamente)!” a quella chiamata mediatica. Ed io son qui che vi aspetto,  meravigliosi Garada K7 del calzone coi friarielli.

::renault reazionaria

Ricordi quando dicevi che le ragazze non servivano a niente? Quando dicevi che non avresti mai usato un computer? Quando dicevi che non ti saresti mai tagliato i capelli?

Ricordi quando dicevi che Renault non faceva per te?

Non lo hai ancora capito che chi ti vende le cose sa aspettarti al varco, ad ogni tuo passo generazionale, falso o meno che sia? Non vedi come riusciamo ad illuderti che tu sia meglio ora?

Non servivano a niente le ragazze, eh? Eccoti lì, sposato per una motivazione che sta nel mezzo tra la sicurezza di un affetto abitudinario e la costrizione naturale di un primo figlio inaspettato.

Mai un computer? E la pancetta che ti cresce mentre giochi a PES, chino, ipnotizzato sul plasma del living, dove la metti?

I capelli lunghi, ma siamo seri! Al primo accenno di stempiatura te la sei fatta sotto, ed ora ti radi fingendo tu lo faccia per scelta!

E quindi su, dai! Suggella anche tu l’ingresso in questa bella società di megabaccelli da invasione degli ultracorpi triste, non fare il Sutherland urlante. Compra anche tu l’auto giusta, l’auto per l’uomo calvo, sentimentalmente agonizzante, quotidianamente larvale, l’uomo che piace a noi del Mercato.

::cadute di stilo

E non solo! Dalla traiettoria di caduta, i contadini del posto hanno saputo leggervi il calendario della semina per i prossimi sette anni, le fasi lunari, gli avventi dei corpi celesti.
Nel punto esatto in cui il Sacro Alimento ha toccato il terreno, il miracolo: come portato da un vento divino, dal nulla, è sorto un monastero di formiche francescane inneggianti al Signore.

Al contatto con la nuda terra dell’Agnello Carboidrato, è seguito un sordo evento sismico, registrato da tutti i laboratori circostanti Lourdes, protagonista di un ulteriore miracoloso segno divino. Infatti, tutti i sismogrammi risultavano essere questa frase di senso compiuto:”Sarà ora di cominciare a curarsi sul serio?

::comunicazione urbana povera 11

Dai, forza, poche ciance: se davvero c’è da ripartire col blog, merita farlo dai capisaldi.

Era da un po’ che non interrogavo i muri muri muri delle mie brame della mia città. Anzi, pensavo si fossero ammutoliti, oppure algidamente rinchiusi in uno snobismo dalle velleità troppo nobili per riuscire a comunicare in modo semplice e popolare. Ed invece no, ero io a non saper più ascoltare.

Ma poi, una luna d’estate piena di tormenti desideri e domande, mi ha catapultato per l’ennesima volta nella città, tra i libri della sua biblioteca più sporca, più immediata, più vera.

Come già successo in precedenza: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove e dieci.

::l’illusione del comunicare

Che? Cosa? Che diamine faresti tu?
No guarda, mettiamola in chiaro questa cosa: non è che ogni volta che scrivi una puttanata su di un muro, terminando l’ultima lettera con un accenno di freccina stilizzata striminzita, “hai fatto tag”. Guarda che la vedo, la tua disperata voglia di metropoli fumose, locali sospetti, storie borderline; la capisco, in un certo qual modo!
Ora però dai, torna a casa, hai l’esame prossima settimana e non sai ancora abbastanza, da Castrovillari papà ti avrà anche ricaricato il bancomat…

::cellulari

Nel senso duplice della parola. Povero Vittorio CG, torna tra noi, questa città rivuole il tuo dominio delle sale cinematografiche ingombrante e censorio. Sei pronto per finanziare un’altra magnificenza partorita dalla brillante mente di Ceccherini? Oppure un altro film ben girato da un redivivo Nuti, magari sponsorizzato dalla Jack Daniel’s?

Sì va bene free Mandela, free Valpreda e tutti gli altri. Ma free anche zio Vittorio!

::ma direi proprio di sì

No, aspetta, come “non basta”?

Capisco lo stagliarsi contro le difficoltà, capisco anche la citazione del monolito, bene, bravo, complimenti.

Eh però non sei nemmeno riuscito a finire la frase per mancanza di spazio, direi proprio che basta eccome a fermarti, eh, altro che storie!

::cyrano is dead

È l’infinita disfida tra amore e grammatica, che continua e continua, oltre i confini del tempo. E che fa infuriar battaglia anche sul fronte delle note ad indicazione localizzata, a suon di pedanteria e bestemmie.

Certo, se l’amore di per sé è così decadente da essere assimilato in partenza ad una foglia caduta, un pò la blasfemia te la vai a cercare, però, eh!

E poi dai, su, quante storie, si sa tutti che l’amore è sgrammaticato per definizione. Altrimenti sarebbe l’amicizia!

::oggi hai parlato troppo

Mavafanculo.

 

 

::come dei simbolici big jim

Senti, guarda, sinceramente vado al dunque subito, ci sono rimasto molto male perché ho saputo che sei uscita col tafano ieri sera, e…perché? Scusa, ti ho telefonato a cena, ti ho detto: ci vediamo? Tu hai detto: no, devo studiare. E va beh, se poi esci con lui…cioè, perché non me lo devi dire? Pensi che sia un problema per me accettare che tu hai una storia? Un uomo? Vedi qualcuno? No, non è un problema per me, perché io ti voglio bene veramente e non ti chiedo nulla, anzi, magari sono qui a dirti: se hai bisogno di qualcuno io ci sono.

::caseario molleggiato

Sì, sta bene, come volete voi…

Ma che non si millanti poi che il pecorino sia “lento”. Non è lento, è solo stagionato, ingiusti che siete!

Con ventiquattromila caci, in bagno passano le ore…

::kindergarten blasphemy

D’altronde, perché buttarsi sin da piccoli nella bestemmia becera ed ignorante?

Un passo alla volta, meglio avvicinarsi alla sacra arte del porcodiismo in modo più gentile ed accorto, dosando anche terminologie più pacate e, perché no, più vicine all’immaginifico della propria giovane età: madonna suina, gesù allibratore, dio sponsor…

::cala il carico a spade

È la novità dell’estate 2008!

Prova anche tu il rivoluzionario metodo Di Girolamo per dimagrire! Studi scientifici certificati da importanti università europee, hanno dimostrato il ruolo sinergico di specifiche attività, nella lotta contro il grasso superfluo. L’azione combinata del tressette e dell’eroina vi donerà tono muscolare, ed eliminerà quelle grossolane maniglie dell’amore alle quali la vostra ragazza si ostina ad appendersi per fingersi comunque ancora attratta da voi.

E quando il tressette diventa “col morto”, è il momento di dimagrire sul serio!

::lo squadrismo delle donne libere

No ma qualche altro simbolo postfemminista come firma?

Porca miseria, una cosa così è come se mi forzassero in gola il cadavere di Mia Martini con in braccio la serie Harmony dal ’74 all’87, immerso in un lago di miele ed annaffiato con tanto tè equo e solidale!

No dai, troppo pathos, poco patè. Sembra ci crediate talmente tanto che sembra non ci crediate davvero più.

::divide et impera – 3 di 3: più di mille parole

Guardare le figure è più facile che leggere.

Se usi bene il linguaggio delle immagini, non solo puoi far comprare il tuo prodotto, ma puoi contemporaneamente concimare i consumatori, in vista di una nuova proposta, di una nuova esigenza da far soddisfare. Di nuovi tabù fasulli da abbattere davanti agli occhi della tua audience per far credere loro di essere davvero liberi di decidere.

Se usi bene le immagini, puoi vomitare nefandezze senza timore di essere denunciato.

New Saab 9.3 TTiD.

Passi con l’auto ed il camionista è disturbato dal tuo passaggio supermacho.

Se davvero con quest’auto fai sbarellare i camionisti, non sei fico. Sei un criminale. Oppure in quest’auto c’è qualcosa che davvero ma davvero non va come dovrebbe. Bel messaggio, complimenti.

Spot introvabile delle lenti a contatto, forse Focus Dailies della Ciba Vision (Novartis).

Perdonatemi, l’ho cercato in lungo e in largo, ma non lo danno più in tv, e non esiste in rete; anche l’immagine sopra è un montaggione ideale. È quello della fotografa biondina che non può lavorare sin quando non mette le lenti, per raggiungere il truzzo mulatto a torso nudo.

Skateboard e snowboard, skateboard e snowboard, skate e snow skate e snow, che palle, non si vede altro da un paio d’anni. Va bene, abbiamo capito che sono zzziòvani e fighi, e farli vedere attizza l’acquirente zzziòvane; però una trama forzata così, architettata per far vedere la tartaruga fotoscioppata di lui e l’ennesimo skate, non può che assurgere al sacro livello di pippah pippah e ancora pippah.

Dodge Nitro.

Il medio figuro panzerotto e calvetto con automobile non fica, chiede aiuto al bel selvaggetto truzzodotato di SUV abbondantissimo, per ricaricare la batteria. Finale esplosivo, grasse risate hahaha…mah.

Ci si potrebbe anche fermare alla pietosa voglia di machismo tecnologico, cafona pacchiana e sovrabbondante, certo. Ma non meno di ciò che pubblicizza, no? Quindi assolutamente in linea…

Invece la cosa avvilente è il passaggio forte e dissonante che si percepisce: prima, il rapporto civile che va aldilà delle disparità dei due, prego grazie scusi; poi, a tragedia avvenuta, nessuno più ad essere gentile, per il signore mediocre che ha subìto anche danno, ma solo questo minaccioso bestione con i fanali fissi su di te, titano punitivo dallo sguardo severo ed un po’ camorrista. I cattivi vincono sempre.

Basta, troppa tristezza, troppo sopruso, troppo orrore. Mi va di aggiungere una cosa che non c’entri nulla, ma che strappi un sorrisino per chiudere offtopic questo trittico.

Vicks Honey

“Quella tosse mi preoccupa”, le dicono le foto.

Ah, la tosse, ti preoccupa? La tosse? E non sei preoccupata del fatto che stai interrogando delle fotografie? E che queste ti rispondano?

Non senti arrivare la depressione da casalinga? Non senti questo suono di sirena che si fa sempre più serrata verso casa tua?

::la verità sul tonno

Ha dello scandaloso. Davvero
Ma non s’era detto che su internet c’era tutto, e nulla sarebbe andato perduto? È bastato un solo ricordo del mio amico Matteo per mandare in corto il Sistema. E se funzionasse al contrario? E se invece la rete fosse un modo per affogare le vergogne sotto una pila di fuffa?
Non voglio nemmanco pensarci, e lascio volentieri la parola a Matteo. Voi intanto: meditate.

Nel lontano 1994 o giù di lì, una pubblicità da TSO circolava impunita dentro i teleschermi italici. Indimenticata sicuramente dai miei neuroni, bruciati in quantità industriale da una cotale visione avuta dopo aver assunto soltanto della Gassosa Cefalo, questo capolavoro conteneva una sorta di musical ambientato in un supermercato.

Una signora, intenta a svolgere nel supermercato d’ordinanza l’annosa scelta della scatoletta di tonno da aggiungere alla sua spesa, e sospesa sognante tra un Alco e un Rio Mare, si imbatte in un figuro, travestito da Nostromo che le si avvicina saltellando e proferendo le parole: “Se lei sapesse come è fresco vorrebbe il mio”.
La signora, incerta tra un approccio di tacchinaggio estremo e il dubbio di aver assunto troppa coca cola con l’aspirina, rimane esterrefatta e ferma dinanzi alllo scriteriato individuo che ha di fronte. E il nostro eroe si lascia andare, avventurandosi in un memorabile musical saltellando, completamente in acido, tra banchi dei surgelati e pacchi di fusilli, e vantando le mirabili imprese che il cervello, o quel che ne resta, di questa specie di Don Chisciotte del Tufello, ha partorito nel suo delirio: “Tonno Nostromo ha la sua flotta, e quel Nostromo sono Io”.
La signora è sempre più perplessa, ma il Nostr’Omo è assolutamente incontenibile e continua a inanellare canoro doppi sensi univoci, lanciatissimo: “così il mio tonno sono sicuro è sempre come dico io”, per concludere la sua irripetibile performance avvinghiandosi alla signora riottosa in un caschè da pane e provolone e urlando quel fragoroso “Signooooora miiaaaa” che mi ha provocato lo stesso effetto di Arbore sul Papa.

Un paio di settimane fa infatti mi sono ritrovato a cantare questo bel refrain, come un coglione, mentre mi facevo una doccia e il passo successivo è stato quello di cercare lo spot su Internet per rivederlo e bearmene. Ma qui alla coglionera imperante si è sostituita l’incredulità, e poi lo sgomento.
Niente di niente. In nessuno dei soliti siti contenitore di video e di amenità varie c’era traccia del musical nostromide, a parte un eroico e solitario individuo, mentre lo spot del Tonno Insuperabile giganteggiava ovunque, in una condizione di assoluto monopolio, come se non fosse mai esistito quel capolavoro.
Allora ho deciso di passare all’azione. Non è possibile assistere passivi a un tale evento, chiaramente un complotto plutopippotonnomassonico ordito dai poteri forti in combutta con il Tonno Insuperabile. Bisogna tenere viva la memoria del nostro eroe, non possiamo dimenticarcene. Va trasmessa come esempio.

Dopo avere sopportato i peggiori crimini in Italia, i depistaggi di Ustica e gli insabbiamenti delle stragi di Stato, è arrivato il momento di dire basta. Non possono cancellare la memoria del nostro amico lisergico del supermercato nell’indifferenza generale. Videocassette vecchie che prendono la polvere devono essere aperte per trovare almeno una traccia di questo crimine. Non possono averla vinta i Poderi Forti e il loro odioso disegno.
Per questo oggi, l’ 11 di ottobre, viene istituita la Giornata della Memoria del Nostromo. E incominciamo a frugarci per trovare finalmente questo spot. Amen.