::ryoji ikeda er capo ‘n frego sbo’ dei flescioni de tutta tokyo proprio!

E qui torna utile il blog, nella sua ancestrale funzione di memento immateriale, cibo per i motori di ricerca: l’hai scritto, esiste, è rintracciabile, punto. Oggi il mio scopo sarà proprio questo: lasciare traccia di questa mia recens…ma che dico, opinione; per far sì che in futuro qualche interessato possa leggere, appunto, un’opinione una maledetta una, riguardo le performance di Ryoji Ikeda, artista audiovisivo giapponese di stanza a Parigi dedito alla computer art, tornato a Firenze cinque anni dopo il live di Datamatics 2.0 col nuovo lavoro: Supercodex. Non è importante che la mia sia o meno un’opinione particolarmente valida, ma che sia un’opinione, una interpretazione o giudizio in corrispondenza di un criterio soggettivo: basandosi su motivazioni definibili e comunicabili, uno dice la sua su un argomento, un altro leggerà e se ne farà un’idea. Non sarebbe facile, così? Sì, con un minimo di strumenti interpretativi sì. Ma se cerchi in giro, ne trovi pochine.

Trattando di artisti dall’approccio non propriamente pop, in particolare questi qui delle arti digitali, sono generalmente tre le tipologie dei commentatori: gli artistoidi velleitari, i complottisti negazionisti e gli psichedelici fetali. Evitarli tutti all’uscita del teatro, solcando la folla in direzione del primo pub aperto, per non ascoltarne le esternazioni, è scelta obbligata.

Gli artistoidi velleitari, potendo permettersi di non lavorare per vivere almeno per un periodo della loro vita, si dedicano al Bello per mestiere, credendo di poter colmare col loro presunto gusto, radar infallibile del detto Bello, le terribili lacune culturali che si portano dietro sin dal liceo di Sibari o di Arzignano. Non potendo capire cosa hanno visto, parlano con lessico folk di cosa è rimasto loro, un lancio speranzoso di palline da ping pong alle bocce dei pesci rossi del luna park. Trattandosi di computer art con musica e visual, i discorsi su ciò che gli è rimasto impresso tra un messaggio di WhatsApp e l’altro, sono del tipo “la musica a palla andava al ritmo de sta cosa a forma de sinusoide che se apriva” (era un’onda quadra a frequenza crescente ed oscillante), “cioè capito ch’ha fatto questo, è come visualizza’ la musica stessa” (eh, lo fa anche la tua autoradio, da un po’), “ci ha fatto vedere come danzano i bit ed i bytes del computer, sto pazzo visionario” (pronto, 118?).

I complottisti negazionisti hanno mangiato la foglia: avete tutti timore di essere bollati come reietti della scena culturale, e non trovate il coraggio di urlare che il re è nudo, che questa produzione suona come una moneta fasulla. Ma noi sì! Noi furboni non cadremo in quest’orrendo tranello cattoplutodemogiudaico a doppio turno. E vogliamo parlare delle scie chimiche, eh? Eh?

Gli psichedelici fetali descrivono qualsiasi q-u-a-l-s-i-a-s-i performance minimale elettronica, glitch, digitale e quant’altro, come un viaggio cosmico introspettivo condotto in zone del cervello sconosciute alla scienza medica, coinvolgente ipotetiche droghe naturali la cui produzione pancreatica è indotta da quei suoni e quelle immagini, rito esoterico di iniziazione a stocazzo. Novelli Aldous Huxley fuori tempo massimo, sono tutto un delirio di: algoritmo dell’universo, viaggi in astronave ai confini della galassia, rinascite in universi paralleli, i cancelli della percezione, sai che usiamo solo il niente percento della nostra mente?

In definitiva, se tergiversate coi rollatori di tabacco nel dopo spettacolo, non c’è cavoli: vi beccate tutti gli Er Pips in “Er Pips spiega la Computer Art”. Assolutamente inaffrontabile.

Tutto questo ci può anche stare. Quando però leggi varie cose a riguardo, e quindi non opinionismo del drum all’uscita della sala ma articoli ponderati nei giusti tempi e spazi, ritrovando più o meno la stessa inconcludenza, ecco che allora un po’ inizia ad insinuarsi il dubbio che qualcuno, in fondo in fondo, non stia poi tanto capendo la dance.
Un esempio, peraltro assolutamente tra i meno indecenti eh, è il live report di Patrizio Buralli per la rivista SentireAscoltare, psicofetale quanto basta per scrivere di “…suggestioni meccaniche futuristiche…”, “…una sorta di astronave spaziale…” (eccoci…), “…ambientazioni oscure di un ipotetico futuro dominato dal grigioscuro e dal nero…”. Ora: a me fa piacerissimo che Patrizio abbia goduto dello spettacolo, seguendo certe rotte in diagonale dentro la Via Lattea, ma avere qualcuno lì che avesse potuto andare oltre il “scioè rega troppo un trip” non sarebbe stato male; e posso assicurare che Patrizio ha scritto oro rispetto a molti altri colleghi. Abbiamo gl’indirizzi universitari per l’arte visiva, che diamine, e tutto ciò che si trova da leggere è Er Pips in “Cioè zio nun pòi capi’ i flescioni popo a rotella bobobobobò de cose mezze futuristiche abbestia”?
Allora mi son detto: vabbè, il live, l’emozione anteposta all’analisi, leggiamo invece le recensioni degli album. E così, finisco a leggere di “suoni digitalissimi” e “fascino dell’errore che diventa musica” in una recensione di Supercodex che, fondamentalmente, dice:”Sì gnamo sei bravo e acculturato, però mobbasta hai rotto il cazzo, prossima volta cambia”; oppure di “portavoci di valori performativi…[taglio]…oltrepassano la frequenza”, e l’immancabile “le regole dell’imput/output” (sic, sì proprio iMput) della recensione di Test Pattern (c’è comunque da dire che la Bracco, che da tempo adora Ikeda, alla fine è quella che un minimo di cose te le passa…).

Se io che sono un mezzo raccattato, e non certo l’esperto del settore, c’ho visto due cosette due, spunto per, eccoci, un’opinione, sul lavoro che Ryoji Ikeda c’ha presentato, sicuramente c’è gente che queste cose le fa di mestiere e le può sviscerare in modo anche illuminante. Mandate loro, a parlare di queste forme d’arte, e ne gioveremo sicuramente tutti di più. A dispetto del ‘tutto si può dire, perché l’arte è solo soggettiva’.

Vabè, basta così, e perdonate l’esser sembrato presuntuoso, e pretestuoso a tratti. Scrivo cosa ne penso io del concerto, perché possa essere controcriticato, vinca sempre la sportività.

All’inizio assoluto di Supercodex, Ikeda sviluppa una singola onda quadra in tutta la gamma di frequenze possibili col suo impianto, dalla più bassa alla più alta. È un marchio simbolico per dirci: io la userò, e vi farò divertire. Questa è proprio la linea di demarcazione tra precedenti lavori più concettuali, Datamatics in primis, e quest’ultimo, molto più musicale (stavo per scrivere ‘melodico’ ma mi son fermato in tempo), dove i pattern sono usati spesso come veri e propri riff.
Datamatics era una riflessione sensoriale sulle molteplicità reale e virtuale, con uso esteso di grafica vettoriale wireframe (cosa che avvicina la sua forma d’arte più alla demoscene che alla musica). Ad esempio, la raffigurazione del firmamento stella per stella era accompagnata da un glitch audio per ognuna di queste, che diventa suono nella di esse moltitudine; ma queste sono accompagnate anche graficamente dai loro dati, che pure compongono una moltitudine, ma virtuale. Ci basta quindi alzare lo sguardo e guardare le stelle, o siamo interfacciati solo alla conoscenza di queste attraverso nomi distanze posizioni, come se guardassimo la luna nel pozzo?

Supercodex no, è più ludico, apparentemente meno impegnato, terzo ed ultimo capitolo di un trittico di lavori che mira all’estrapolazione del suono per il suono stesso. Anche la rappresentazione è semplice per la maggior parte della performance: due canali stereo visualizzati, con l’onda prodotta al momento descritta semplicemente per frequenza nella sua durata. La furbata dell’autore è: giocare sì con tutta l’onda, ma specialmente con la “grana” di questa, cioè con la sua densità. Se all’inizio ciò che ascoltiamo (e vediamo come fosse verifica grafica) ha natura prettamente digitale, ecco che il nostro inizia a divertirsi perturbando l’onda, ed impacchettandola ad imitazione di tutte le altre. Ed ecco il suono della triangolare, l’acidita della sawtooth, le combinazioni ardite delle tre, e con l’ausilio di un circuito randomizzante arrivano pesantissime percussioni da rumore bianco che più che ascoltarle dalle orecchie si percepiscono direttamente nei lombi: il più digitale dei suoni diventa così materia organica ed evolve superando la sua natura binaria, super codex.

La lineare, semplicistica se si vuole, rappresentazione grafica del suono scelta dall’autore, tende ad essere scevra sia di colori che di forme, e solo a tratti è intervallata da alcuni pattern costruiti con le stesse variabili ma sviluppate in profondità con origine centrata, come fossero corridoi in wireframe, molto simili all’effetto oldschool detto shadelines (anche qui: demoscene più che musica). Tanto basta, per ricreare quell’estetica elementale rigorosa che contiene il suo messaggio senza disperderlo nella complessità, quando il segnale, da freddo, si ammorbidisce nel diventare più elaborato. Non c’è da pensarci più di tanto, c’è invece da apprezzare ciò che si vede e si sente, fino a scoprirsi sorprendentemente con la testa in leggero headbanging a tenere il ritmo, un ritmo che nelle fasi iniziali del processo di organicizzazione del suono mai avremmo osato credere presente. E spezziamo una lancia a favore del Caliri, che questa “musicalità”, come lui scrive, l’ha segnalata nella recensione sopracitata.

Ryoji Ikeda si conferma artista a tutto tondo, mai banale per ricerca e rappresentazione nel suo viaggio continuo all’interfaccia tra il numero e la vita, e riesce a portare agevolmente avanti una produzione su ben tre fronti, come compositore, performer e visual artist. Che in futuro riesca a trovare l’ennesima chiave di lettura della sua visione, solo il tempo ce lo saprà dire.

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::apriti sesamo/franco battiato

Anch’io ho fatto numero, nella folta schiera di ascoltatori in attesa di un album di Franco Battiato. Ero in quella lista per tutta una serie di motivazioni personali e generazionali che non sto qui a riassumere. E comunque: c’ero.

Al 28esimo album, tu attempato supporter sai già cosa aspettarti dall’autore, ed anche dal suo intorno chimico.
In genere funziona così. Esce un album preceduto da un singolo che a orecchio ti pare abbia un testo imbarazzante. Sui social network fan bella mostra di sé le due fazioni ben distinte: l’ala degli adepti sempre in cerca di santoni, dove si spreca la parola Maestro, dove si va in deliquio per il citazionismo che varia tra il liceo classico della provincia lucana e l’esperienza metafisica nei gruppi d’autocoscienza; e la stanza degli schernitori, quella dove instagrammatori di sushi a lavoro nelle silicon valley delle realtà piccole, nell’atto di credersi un po’ stocazzo, innescano banali ironie da Zelig del decennio addietro giocando di dervisches tourners, mustafà mullah barazani, e giù di no cioè hahaha lol win gnè gnè. Tu ascolti l’album, i testi sono pacchiani, la musica nulla di nuovo, buco nell’acqua del grande maestro. Poi lo riascolti, ed è meno peggio di quanto pensassi. Poi lo riascolti, e qualcosina ti piace. Poi lo riascolti, e sì dai la sufficienza sì. Poi lo riascolti. Poi lo riascolti. Poi.

Questa recensione di Apriti Sesamo, scritta da un non addetto ai lavori senza necessità di diplomazia, vuol venire in aiuto di quelle recensioni nelle quali, ad un certo punto, sono apparse frasi di circostanza come:”Battiato è pur sempre un imprescindibile autore che non può mai esser giudicato sotto la sufficienza”. E che evidentemente avrebbero voluto arrischiarsi nell’aggiungere qualcosa. Qualcos’altro.
È decisamente un disco di Battiato, su questo non c’è dubbio. Ci sono tutti i canoni: la mitologia mediorientale, la trasfigurazione onirica dei ricordi, la catechesi laica dalle figure cristiane, il triviale ed il terreno sapientemente miscelati con l’aulico ed il divino. Al primo ascolto:  un best of per signore 55enni post-settantasettine con immeritato posto da dirigente statale minore ma in odore di viaggio in India, di quelle che prendono il triplo del tuo stipendio, ma alle quali, anno Domini 2012, stai appena insegnando ad allegare un file in una email.

Il vero problema di questo album di Battiato è che è troppo sospettosamente un riconoscibile album di Battiato! È un maledetto compendio di riferimenti a temi e, sorpresa sorpresa, soprattutto ad arrangiamenti musicali, di tutto ciò che di più studiatamente memorabile vi possa essere di Battiato! Ci sono parecchi punti in comune con certe tracce di Gommalacca, e poi dai, siamo seri, nella seconda traccia ci sono anche gli stessi chords elettronici di molti dei pezzi di Patriots! Un’artificiosa autocitazione, troppo frettolosamente rilasciata al pubblico, con alcuni pezzi davvero poco sviluppati: giudizio aperto su buona parte dell’album, ma accidenti che depauperamento evidente di tematiche e sonorità in coda al tutto!

Sì, la risalita c’è. Anche in questo caso, durante gli ascolti successivi l’orecchio si ammorbidisce attorno a quelle linee melodiche, ed il fegato rode meno per il grossolano riferirsi continuo ad autori classici e mitopoiesi gratuite. Può bastare questa curva temporale positiva ad addolcire un giudizio? Sì, in effetti sì…ma non è giusto. E quindi ben ci sta il marchio della mediocrità o giù di lì, per un grandissimo autore che, arrivato ad imbottigliarsi nell’autocoverizzazione, forse dovrebbe decidere di abbandonare per sempre questa formula per dedicarsi a produzioni d’altro respiro.

::arcade music milestones

C’erano, una volta.
C’erano una volta le macchine del divertimento videoludico che, impossibilitate al tempo nel gestire direttamente brani musicali, dovevano fare affidamento a rudimentali microprocessori del suono.
Ce n’era una notevole gamma, erano scelti volta per volta secondo criteri di tecnologia e risparmio sul prodotto finale, ed alcuni divennero più rinomati di altri. Eppure, la disparità di qualità del suono risultante non si è mai seriamente rivelata un ostacolo: anche dagli IC più datati ed economici, un compositore capace poteva tirar fuori quella musichetta che ti sarebbe entrata in testa per sempre, una sòrta di àncora della memoria alla quale aggrapparsi alla ricerca dei ricordi dell’adolescenza.

C’erano una volta console ed home computer domestici da un lato, e coin-op da sala e da bar dall’altro. Ed erano imparagonabili.
Era imparagonabile addirittura lo stesso mood collettivo: l’ambiente della sala giochi, saturo di odori sgradevoli ma riconoscibili, e di canzoncine digitali provenienti dai riproduttori sempre un po’ dimessi dei cabinati, è stata per tutti una esperienza di gruppo indimenticabile, tanto indimenticabile da far partire iniziative davvero particolari, come l’archiviazione di suoni ambientali delle sale arcade più rinomate.

Le nuove frontiere nel campo dell’emulazione delle vecchie schede da bar, ci permettono oggigiorno di preservare questo patrimonio emozionale dall’aggressiva incuria del tempo. Creati e prodotti da Kekule, e distribuiti da Vikk, ecco a vostra disposizione i 4 volumi del più ampio e variegato omaggio alle colonne sonore dei coin-op anni ’80-’90!
Cliccate sulle icone per scaricare. Push 1P button to enjoy!

Tutti i brani inclusi nei 4 album, sono disponibili in streaming nella MAMEchannel Radio, disponibile anche come applicazione FaceBook.

::Arcade Music Milestones 1
1. Isao Abe, Syun Nishigaki – 1 – Cadillacs And Dinosaurs Intro (1:40)
2. Shinji Hosoe – 2 – Dragon Spirit Area 1 (3:33)
3. Hiroshi Miyauchi – 3 – Hang On Main Theme (2:00)
4. Motoaki Furukawa – 4 – Sunset Riders Attract (0:56)
5. Yuko K. Takehara, Masato Koda – 5 – Marvel Vs Capcom Theme Of Strider Hiryu (2:26)
6. Yasuhisa Watanabe – 6 – Nastar Tune 1 (3:28)
7. Konami Kukeiha Club – 7 – Vulcan Venture Opening Theme (0:34)
8. Tsukasa Tawada – 8 – Rodland Tune2 (1:15)
9. Hiroshi Miyauchi – 9 – Space Harrier Theme (3:18)
10. Yuko K. Takehara, Masato Koda – 10 – Marvel Vs Capcom Player Sele (0:47)
11. Konami Kukeiha Club – 11 – Vulcan Venture Burning Heat (1:20)
12. Katsuhiro Hayashi, Koichi Namiki – 12 – Super Hang On Hard Road (3:13)
13. Hide-Kaz, Abraham, Manabu Namiki, Mr. Takami – 13 – Macross 2 Level1 (2:12)
14. Kenji Yoshida – 14 – Dangar Ufo Robo (2:29)
15. Yasuhisa Watanabe – 15 – Nastar Boss Tune (1:28)
16. SEGA/Kekule – 16 – Pitfall II Medley (1:53)
17. Masahiro Yuge – 17 – Truxton (2:06)
18. Konami Kukeiha Club – 18 – Vulcan Venture Synthetic Life (1:34)
19. Kazuko Umino, Yasuko Yamada – 19 – Puzzle Bobble Journey To PaoPao Island! (1:46)
20. Hiroshi Miyauchi – 20 – Out Run Magical Sound Shower (6:05)
21. Konami Kukeiha Club – 21 – Gradius III Sand Storm (2:57)
22. Kenji Yoshida – 22 – Galivan Hiscore (1:20)
23. Katsuhiro Hayashi, Koichi Namiki – 23 – Super Hang On Name Entry (0:37)

::Arcade Music Milestones 2
1. Technouchi – 1 – Gaiapolis Intro Down To The Earth (0:15)
2. Zuntata – 2 – Darius Gaiden Fake (2:00)
3. Zuntata – 3 – The New Zealand Story (1:49)
4. Konami Kukeiha Club – 4 – Gradius III Prelude of Legend (1:00)
5. Azusa Hara, Hiroaki Yoshida – 5 – Bad Dudes Vs Dragon Ninja Level 2 (2:27)
6. Shin-ichi Sakamoto – 6 – Psychic 5 Naoki Theme (3:17)
7. Yasushi Kaminishi, Masahiro Yuge – 7 – Gigawing Fighter Selection (1:02)
8. Cameo Matano, Dokuo Umeno – 8 – Parodius DA! Level 2-1 Even The Patience Of A Pierrot Has Limits (2:00)
9. Shin-ichi Sakamoto – 9 – Wonder Boy In Moster Land Beach (1:23)
10. Masahiro Kusunoki – 10 – ESP Ra. De. StageC (2:37)
11. Prophet Fukami, M.Puddin’ Satoko, Sitar Senoo – 11 – Gokujou Parodius Level1 In the Crane Game (2:25)
12. Tamayo Kawamoto – 12 – Black Tiger Hiscore (2:05)
13. Ryuichi Yabuki, Nanpei Misawa – 13 – Dangun Feveron Stage2 Hello Mr Cyborg (2:43)
14. Cameo Matano, Dokuo Umeno – 14 – Parodius DA! Level 3 Labyrinth (1:16)
15. Konami – 15 – Daisu-Kiss Disco Stage (1:47)
16. Prophet Fuka, Everybody, Kishimaro – 16 – Violent Storm Ending Are You Ready To Have A Good Time? (2:43)
17. Hiroshi Miyauchi – 17 – Outrun Splash Wave (5:45)
18. Zuntata – 18 – The Ninja Warriors Daddy Mulk (4:37)
19. You Takamine, Naoki Maeda – 19 – Salamander 2 Level 2 Sensation (2:24)
20. SEGA Sound Team – 20 – Golden Axe Final Class (1:05)

::Arcade Music Milestones 3
1. Toshio Kai – 1 – Puckman (0:04)
2. Ackey, Yassun, Hori-Hori, Okan, Q-Jirou – 2 – Garou Loose Genius (2:46)
3. Harumi Fujita – 3 – Bionic Commando Area 1 (3:08)
4. S.S.T. Band – 4 – After Burner Final Take Off (3:53)
5. Hisayoshi Ogura – 5 – The Legend Of Kage Medley (3:29)
6. Zuntata – 6 – Darius Gaiden Refrain (1:37)
7. Konami – 7 – Chequered Flag Keep On Riding (2:50)
8. S.S.T. Band – 8 – After Burner Maximum Power (1:14)
9. Ackey, Yassun, Hori-Hori, Okan, Q-Jirou – 9 – Garou Spread The Wings (2:30)
10. Mikio Saito – 10 – Shadow Warriors Shadow Soldier (2:55)
11. Zuntata – 11 – Rastan Level 1 Aggressive World (2:10)
12. Harumi Fujita – 12 – Bionic Commando Area 2 (2:01)
13. ADK – 13 – Equites Medley (2:57)
14. Ackey, Yassun, Hori-Hori, Okan, Q-Jirou – 14 – Garou Too Honest (2:47)
15. Kaori Shimizu – 15 – Psycho Soldier Fire! (1:17)
16. S.S.T. Band – 16 – After Burner City 202 (1:00)
17. Kazunaka Yamane – 17 – Double Dragon Arrival Of The Black Warriors (3:17)
18. Yasuhiro Takagi – 18 – Turbo Outrun Keep Your Heart (7:15)
19. SNK – 19 – Ikari Warriors Main Theme And Game Over (2:35)
20. Harumi Fujita – 20 – Bionic Commando Enter Your Name (1:31)
21. Zuntata – 21 – Darius Gaiden Name (0:54)

::Arcade Music Milestones 4
1. SNK – 1 – Neo Geo Logo (0:08)
2. Zuntata – 2 – Darius II Olga Breeze (3:49)
3. Konami Kukeiha Club – 3 – Tokimeki Memorial Taisen Puzzle-dama Opening + More! More! Tokimeki (2:23)
4. Mashahiro Inoue – 4 – Gyruss Medley (2:32)
5. Kazunaka Yamane – 5 – Double Dragon Opening Theme (2:38)
6. Jaleco – 6 – City Connection All Stages Medley (5:42)
7. Steve Ritchie, Chris Grann- 7 – F-14 Tomcat Multiball (2:25)
8. Hisayoshi Ogura – 8 – Arkanoid Intro Vanity Board Game Over Medley (1:14)
9. Yasuhiro Takagi – 9 – Turbo Outrun Course 3 Shake The Street (3:14)
10. SNK – 10 – Mahjong Kyoretsuden Hoshinofuru Yoru (2:58)
11. Konami – 11 – Iron Horse BGM1 (2:09)
12. Jouji Iijima – 12 – Galaxy Force 2 Level 1 Beyond The Galaxy (3:25)
13. Irem Sound Team – 13 – R-Type Level 1 Battle Theme (1:38)
14. Hisayoshi Ogura – 14 – Rainbow Islands Medley (1:09)
15. Technos Japan – 15 – Xain’d’Sleena 2nd Shmup Stage (1:48)
16. Konami – 16 – Iron Horse BGM2 (1:50)
17. Kaneko – 17 – Heavy Unit Round 1-2 (1:19)
18. Zuntata – 18 – Darius Mountain Region Cosmic Air Way (2:47)
19. Irem Sound Team – 19 – R-Type Level 4 Granulationes (1:22)
20. Konami – 20 – Iron Horse Demo (0:53)
21. Hisayoshi Ogura – 21 – Halley’s Comet Theme (1:32)
22. Masaki Kase – 22 – Shock Troopers 2nd Squad World Wide Connection (3:09)
23. DX21 Kawagen Y8950 – 23 – Ginga NinkyouDen Ending Staff Roll (2:10)

::new trulls

Oh per intendersi subito: questo post è ignorante fino al midollo, è disinformato sull’argomento, non è per niente interessato a biografie discografie e curiosità. Cercate da altre parti, in quel caso.

È che c’è questa terribile ondata indie che spira dalle ventose sponde della Puglia, tutto un fiorire di giovani promesse musicali, in particolar modo quelle che ripropongono l’easy 60’s, l’exploitika rimodernata, il retrò con eletttronica aggiunta. Come ricorda il nostro vate Vikk nella sua ben più professionale biografia degli Il Genio, l’ondata dei vari Superpartners, Fitness Forever, Il Genio, non rinnega le sue origini, effettive o solo radicali, dall’emerito Studio Davoli.
Carini freschi giovani, e vediamo chi davvero resisterà alle intemperie del mercato musicale.

Ma ciò che davvero mi preme evidenziare, è un pezzo meraviglioso dei Fitness Forever davvero in sintonia con taaante tante tante cose scritte qui ed altrove, la terza traccia di un album di prossima uscita che secondo me, ma anche secondo molti altri blogger ben più ferrati riguardo la scena indie italiana, ha tutte le carte in regola per farsi ricordare.

Vi invito in massa sul loro MySpace ad ascoltare “L’anarchica pugliese”.
“L’anarchica pugliese” contiene in poco testo tutta l’essenza magnificamente ridondante della fuorisede che cerca in biblioteca gli angolini intimisti per i suoi imbrocchi amorosi di parte, delle sue partecipazioni alternative ed internazionali, del lessico amoroso che crede (ma fa bene, eh!) di aver usato in senso borderline sola tra pochi in quel contesto. Il tutto in allegria e giustamente aldilà di qualsiasi sarcasmo, perché così è.

Questo blog già prova una certa simpatia per i Fitness Forever, è innegabile ormai.

::music of the spheres/mike oldfield

Dopo i dischi pop, rock, ambient, techno, classici, da camera, da soggiorno, che fanno il caffè, che fanno la pipì e chiamano la mamma; prima di quelli reggae che sicuramente un giorno scaturiranno dalla malata mente di uno dei cloni riprodotti dai suoi geni: ecco, in mezzo, Michael “Mike” Gordon Oldfield ha lanciato sto disco nelle charts di musica classica di mezzo mondo.
Il mio blog era bell’e andato, quindi la recensione ve la ciucciate adesso.
Che alla fin fine, di recensione non si tratta, non voglio mettermi a sindacare le tracce una per una. Diamo quindi un’occhiata d’insieme.

Intanto, cautamente e con timore, ci assicuriamo che non spuntino campane tubolari, dalla confezione, dai brani, dappertutto: non se ne può davvero più. Invece, vai per ascoltare il disco e, sì, si riconoscono chiare derive dai pezzi più famosi, specialmente “Tubular Bells”. Ma sono talmente ben sfumate e così strategicamente incastonate col resto, da svolgere puro lavoro subliminale. Ci hai fregati ancora una volta, diavolo di un Mike.
Complimentoni anche per la copertina più brutta e cafona di tutte le terre emerse, e per il micidiale pippone new new age riguardo la Musica Universalis, messo bello in mostra sul sito ufficiale, casomai qualcuno dovesse esserne inconsapevole.

La prima cosa che si nota è la registrazione paurosamente pulita. Capisco che per portarla a compimento siano stati utilizzati mezzi più tipici del mercato di musica classica, ma davvero, qui siamo a qualità cristallina, nonostante l’utilizzazione di strumenti insoliti, alle volte, per un’orchestra.
La miscela tra i temi tipici della chitarra oldfieldiana e la struttura sinfonica è riuscita davvero bene, tant’è vero che di quest album ci si ricorda dei pezzi. Mentre dei recenti passati, più personali ed in teoria più fruibili per i fan, ben poco resta, sia in mente che nel cuore. C’è di più: questo giocare su pochi temi principali, e presentarli al massimo da diversi punti di vista, ricorda l’Oldfield degli anni ’80, quello di “Islands“. Personalmente, la trovo una nota positiva.

A chi si sarà affidato zio Michelino Vecchiocampo per organizzare questo popò di progettone, con tanto così di pianista talentuoso, e che è salito più volte al primo posto delle charts britanniche nella categoria “classica”?
È così che si scova il nominativo di tal illustre signor Karl Jenkins, produttore e direttore d’orchestra. Jenkins Jenkins Jenkins…’spett’un po’ che mi dice qualcosa… Ah ma sì, è il padre degli Adiemus! Quel fantastico progetto di musica corale cominciato benissimo e finito nello schifo più totale, uno dei più grandi tradimenti in campo musicale che abbia subìto mai. Ma dai, allora questo è il fortunato incontro di due vegliardi sui generis. Ed in questo caso, tutto può succedere, anche che quel disco tutt’altro che straordinario non esca da lungo tempo dalle tue playlist.

::future future future perfect/freezepop

Spendo giusto un paio di righe per questa ultima release dei ragazzi di Boston. Un paio, tanto basta e tanto deve bastare.

I Freezepop sono dei ragazzotti del Massachusetts che da qualche anno si propongono col loro stile electropop molto electro ma soprattutto moltissimo pop. Fanno quella che suol definirsi: musica stupidissima, cionondimeno divertente. La musica da doccia.
Hanno fatto il gran botto quando ai loro elementari quattroquarti si sono avvicinati gli omini con gli occhi a mandorla e con tanti soldi in tasca, ai quali le grandi case di videogiochi assegnano il compito di cercare i brani più adatti per i Guitar Hero, i Karaoke Revolution, i DDR e tanti tanti altri. Tutti questi giochi hanno firma nipponica, ma le loro versioni americane sono opera della Harmonix, che indovinate un po’ dov’è sita? Esatto, bravi, più esattamente a Cambridge, Massachusetts. Segue una lunga sessione di occhiolini ed ammiccamenti da parte mia.

I Freezepop sono quindi il punto d’incontro di due tipologie di seguaci. Da una parte, i malatoni dei toygame, che reinterpretano la voglia di ballare e suonare in un contesto casalingo che impedisce loro di mettersi in gioco. Dall’altra, le più semplici tra le persone che dicono di ascoltare l’indie, le kidult impenitenti che compongono il fuorisedismo centronordico più banalotto, quelli che per scappare da una classe di liceo che ascolta Vasco e Consoli si ritrovano poi, dalla padella alla brace, in qualcosa di differente ma non certo di meglio.

Si eh, criticone prevenuto che non sono altro! Come da titolo del secondo brano di questo disco:”Pop music is not a crime”. Ed io sono completamente d’accordo. Ad esempio, la loro uscita precedente, quel “Fancy Ultra Fresh” del 2004 molto intimo con l’universo videoludico, è un disco electropop divertentissimo, con un gusto perverso per la bleeptronica e per l’immediatezza dei giri di do e di sol. Onestissimo.
Questo no, questa release ha l’unica pecca che non può essere perdonata ad un gruppo del genere: non è divertente. Dice: ma loro son leggeri, non bisogna chiedergli altro! Ed infatti, loro devono solo essere divertenti, ma a parte la già citata Pop Music is not a Crime (già accaparrata per un gioco sull’iPod), un po’ Do You Like Boys e, bah, forse il brano di apertura Less Talk More Rock, traspare dal cd una perdita totale di freschezza, catalizzata da certi maldestri tentativi di fare di più. Cosa “di più” poi, non saprei manco dire. Oh signori, ricordatevi che siete quelli che facevano la musica su un vecchio Yamaha QY-70, calma eh!

Insomma via, se per freezepop si intende il classico polaretto, mi dispiace dire che s’è sciolto un bel po’.

::umm pah chk pah commodoriani per caso

Durante le ultime ore del Festival della Creatività, giusto dopo il concertonerd di Nobuo Uematsu (bello, devo dire…), la signora Creatività ha fatto il suo ritardatario ingresso in punta di piedi, per mezzo di alcune sperimentazioni musicali premiate da scarso seguito. A quell’ora il Salento che ci portiamo dentro un po’ tutti ha preso il sopravvento sulla Creatività, regalandoci la colorita scoria di manipoli di studenti fuorisede in Arte dell’Apparire, in mise terribilmente apulocalabrocreativa, fumantini e alcoolini come l’etichetta dei senza etichette consiglia secondo cicli generazionali immutabili.
A distinguersi dall’echi di “machicazzosoqueshdi?”, pochi interessati ascoltavano me che facevo il supersonico galletto con le mie spiegazioni da maestrino odioso, sulla vasta discografia di Pierre Bastien, riguardo le cause fisiche della rumoristica a diffrazione e conteggio fotonico dei Mikomikona, o su quale tracker utilizzasse Nullsleep sul suo Gameboy. Che fighetto elitario nerdacchione impunito che sono.
Parlando parlando, siamo finiti su altro argomento, che mi è stato chiesto di completare in breve, e questo è il post di servizio per gli amici Creativi.

Si parlava di che? Ah sì, dei Visa Röster, l’equivalente retrocomputeristico dei Neri per Caso (minchia, quale onore!).
Quella dei Visa Röster è una formazione svedese di musica a cappella, che, oltre all’immancabile repertorio classico, vanta ben due cd di brani classici tratti dai giochi e dalle demo del Commodore 64. Ovviamente i sei nostri non si fanno mancare nulla, presenziando ai retroparty nordici e deliziando la platea con performance dal vivo.
Tutti i dati, dice che esiste internet, ve li leggete sul sito ufficiale già segnalato, o sul loro MySpace. Aggiungo un paio di parole io.

Il primo dei due cd, “*** Commodore 64 *** Vocally”, contiene 13 tracce, delle quali l’ultima dal vivo totalmente inedita.
I ragazzi vanno a coprire una zona temporale della storia commodoriana, compresa tra la seconda e la terza generazione ludica del C64, più o meno dal 1985 al 1987, puntando le loro migliori fiche con una certa furbizia, sul riesportare brani classici precedentemente utilizzati sul gioiellino di casa Commodore: “Lo Schiaccianoci” in versione Fred Gray, tratto da Mermaid Madness, e il “Bourée” dei Jethro Tull piazzato da Tim Follin nella vanity board di Black Lamp ne sono un esempio.
I Visa Röster si presentano bene con questa fatica prima, convincendo i più riguardo la loro essenza di retroappassionati come, se non più, di loro, addirittura non disdegnando la versione a cappella di un brano di Markus Schneider fatto a suo tempo (1991) per un gioco che non ha mai visto la luce. Gli arrangiamenti giocano sul vedononvedo, a far trasparire suoni del SID in degne intro o nostalgici intermezzi. Da notare che tra fruttoni appassionati vige collaborazione, dato che la loro versione di Comic Bakery è chiaramente ispirata a quella famosissima dei PPOT (“Larger than Pop Boyband mix”, quella corredata del fantastico, imbarazzante, video da boyband fine anni ’90).

Arriva il successo, arriva il secondo cd da ben 18 tracce, tra le quali si intravedono molte hit chiaramente vincenti, pezzi che tra i circa 34000 conosciuti catalogati e preservati nell’HVSC, ricoprono i meglio posti nella top ten.
In questo seconda release, i sei nerdoni svedesi lavorano in collaborazione con i più conosciuti ed apprezzati riarrangiatori di brani del C64 (Oxygene, DHS, Mahoney…), producendo in pratica un disco dal doppio valore, ed è una notevola furbata. Ecco perché si è puntato ai pezzi più noti: sono un punto d’incrocio per tutti quelli che v’hanno collaborato, sono pezzi sentiti, riascoltati, riarrangiati prima in un modo poi nell’altro. Una deriva completamente vocale di un bolo digerito a lungo, diventa punto d’approdo di una stessa esperienza. Il risultato di questa ricerca è che l’ascoltatore sente evidenziati proprio i particolari che ricorda di più del singolo brano, che più gli rimandano alla mente l’impressione catturata durante l’attività videoludica.
In particolare, favolose le versioni di Last Ninja 3 e dello storicissimo conosciutissimo brano di Mike Alsop tratto da Fairlight.

Ovviamente, questa è musica solo per addetti al retronerdume, quindi nessun Franceschiello di votazione potrebbe reggere. Ma se gli date un assaggino male non potrà farvi, in virtù del fatto che i Visa Röster permettono la copia del cd a terzi, chiedendo in cambio una donazione volontaria suggerita di 5€, al vostro buon cuore. Commodoriano.