::ryoji ikeda er capo ‘n frego sbo’ dei flescioni de tutta tokyo proprio!

E qui torna utile il blog, nella sua ancestrale funzione di memento immateriale, cibo per i motori di ricerca: l’hai scritto, esiste, è rintracciabile, punto. Oggi il mio scopo sarà proprio questo: lasciare traccia di questa mia recens…ma che dico, opinione; per far sì che in futuro qualche interessato possa leggere, appunto, un’opinione una maledetta una, riguardo le performance di Ryoji Ikeda, artista audiovisivo giapponese di stanza a Parigi dedito alla computer art, tornato a Firenze cinque anni dopo il live di Datamatics 2.0 col nuovo lavoro: Supercodex. Non è importante che la mia sia o meno un’opinione particolarmente valida, ma che sia un’opinione, una interpretazione o giudizio in corrispondenza di un criterio soggettivo: basandosi su motivazioni definibili e comunicabili, uno dice la sua su un argomento, un altro leggerà e se ne farà un’idea. Non sarebbe facile, così? Sì, con un minimo di strumenti interpretativi sì. Ma se cerchi in giro, ne trovi pochine.

Trattando di artisti dall’approccio non propriamente pop, in particolare questi qui delle arti digitali, sono generalmente tre le tipologie dei commentatori: gli artistoidi velleitari, i complottisti negazionisti e gli psichedelici fetali. Evitarli tutti all’uscita del teatro, solcando la folla in direzione del primo pub aperto, per non ascoltarne le esternazioni, è scelta obbligata.

Gli artistoidi velleitari, potendo permettersi di non lavorare per vivere almeno per un periodo della loro vita, si dedicano al Bello per mestiere, credendo di poter colmare col loro presunto gusto, radar infallibile del detto Bello, le terribili lacune culturali che si portano dietro sin dal liceo di Sibari o di Arzignano. Non potendo capire cosa hanno visto, parlano con lessico folk di cosa è rimasto loro, un lancio speranzoso di palline da ping pong alle bocce dei pesci rossi del luna park. Trattandosi di computer art con musica e visual, i discorsi su ciò che gli è rimasto impresso tra un messaggio di WhatsApp e l’altro, sono del tipo “la musica a palla andava al ritmo de sta cosa a forma de sinusoide che se apriva” (era un’onda quadra a frequenza crescente ed oscillante), “cioè capito ch’ha fatto questo, è come visualizza’ la musica stessa” (eh, lo fa anche la tua autoradio, da un po’), “ci ha fatto vedere come danzano i bit ed i bytes del computer, sto pazzo visionario” (pronto, 118?).

I complottisti negazionisti hanno mangiato la foglia: avete tutti timore di essere bollati come reietti della scena culturale, e non trovate il coraggio di urlare che il re è nudo, che questa produzione suona come una moneta fasulla. Ma noi sì! Noi furboni non cadremo in quest’orrendo tranello cattoplutodemogiudaico a doppio turno. E vogliamo parlare delle scie chimiche, eh? Eh?

Gli psichedelici fetali descrivono qualsiasi q-u-a-l-s-i-a-s-i performance minimale elettronica, glitch, digitale e quant’altro, come un viaggio cosmico introspettivo condotto in zone del cervello sconosciute alla scienza medica, coinvolgente ipotetiche droghe naturali la cui produzione pancreatica è indotta da quei suoni e quelle immagini, rito esoterico di iniziazione a stocazzo. Novelli Aldous Huxley fuori tempo massimo, sono tutto un delirio di: algoritmo dell’universo, viaggi in astronave ai confini della galassia, rinascite in universi paralleli, i cancelli della percezione, sai che usiamo solo il niente percento della nostra mente?

In definitiva, se tergiversate coi rollatori di tabacco nel dopo spettacolo, non c’è cavoli: vi beccate tutti gli Er Pips in “Er Pips spiega la Computer Art”. Assolutamente inaffrontabile.

Tutto questo ci può anche stare. Quando però leggi varie cose a riguardo, e quindi non opinionismo del drum all’uscita della sala ma articoli ponderati nei giusti tempi e spazi, ritrovando più o meno la stessa inconcludenza, ecco che allora un po’ inizia ad insinuarsi il dubbio che qualcuno, in fondo in fondo, non stia poi tanto capendo la dance.
Un esempio, peraltro assolutamente tra i meno indecenti eh, è il live report di Patrizio Buralli per la rivista SentireAscoltare, psicofetale quanto basta per scrivere di “…suggestioni meccaniche futuristiche…”, “…una sorta di astronave spaziale…” (eccoci…), “…ambientazioni oscure di un ipotetico futuro dominato dal grigioscuro e dal nero…”. Ora: a me fa piacerissimo che Patrizio abbia goduto dello spettacolo, seguendo certe rotte in diagonale dentro la Via Lattea, ma avere qualcuno lì che avesse potuto andare oltre il “scioè rega troppo un trip” non sarebbe stato male; e posso assicurare che Patrizio ha scritto oro rispetto a molti altri colleghi. Abbiamo gl’indirizzi universitari per l’arte visiva, che diamine, e tutto ciò che si trova da leggere è Er Pips in “Cioè zio nun pòi capi’ i flescioni popo a rotella bobobobobò de cose mezze futuristiche abbestia”?
Allora mi son detto: vabbè, il live, l’emozione anteposta all’analisi, leggiamo invece le recensioni degli album. E così, finisco a leggere di “suoni digitalissimi” e “fascino dell’errore che diventa musica” in una recensione di Supercodex che, fondamentalmente, dice:”Sì gnamo sei bravo e acculturato, però mobbasta hai rotto il cazzo, prossima volta cambia”; oppure di “portavoci di valori performativi…[taglio]…oltrepassano la frequenza”, e l’immancabile “le regole dell’imput/output” (sic, sì proprio iMput) della recensione di Test Pattern (c’è comunque da dire che la Bracco, che da tempo adora Ikeda, alla fine è quella che un minimo di cose te le passa…).

Se io che sono un mezzo raccattato, e non certo l’esperto del settore, c’ho visto due cosette due, spunto per, eccoci, un’opinione, sul lavoro che Ryoji Ikeda c’ha presentato, sicuramente c’è gente che queste cose le fa di mestiere e le può sviscerare in modo anche illuminante. Mandate loro, a parlare di queste forme d’arte, e ne gioveremo sicuramente tutti di più. A dispetto del ‘tutto si può dire, perché l’arte è solo soggettiva’.

Vabè, basta così, e perdonate l’esser sembrato presuntuoso, e pretestuoso a tratti. Scrivo cosa ne penso io del concerto, perché possa essere controcriticato, vinca sempre la sportività.

All’inizio assoluto di Supercodex, Ikeda sviluppa una singola onda quadra in tutta la gamma di frequenze possibili col suo impianto, dalla più bassa alla più alta. È un marchio simbolico per dirci: io la userò, e vi farò divertire. Questa è proprio la linea di demarcazione tra precedenti lavori più concettuali, Datamatics in primis, e quest’ultimo, molto più musicale (stavo per scrivere ‘melodico’ ma mi son fermato in tempo), dove i pattern sono usati spesso come veri e propri riff.
Datamatics era una riflessione sensoriale sulle molteplicità reale e virtuale, con uso esteso di grafica vettoriale wireframe (cosa che avvicina la sua forma d’arte più alla demoscene che alla musica). Ad esempio, la raffigurazione del firmamento stella per stella era accompagnata da un glitch audio per ognuna di queste, che diventa suono nella di esse moltitudine; ma queste sono accompagnate anche graficamente dai loro dati, che pure compongono una moltitudine, ma virtuale. Ci basta quindi alzare lo sguardo e guardare le stelle, o siamo interfacciati solo alla conoscenza di queste attraverso nomi distanze posizioni, come se guardassimo la luna nel pozzo?

Supercodex no, è più ludico, apparentemente meno impegnato, terzo ed ultimo capitolo di un trittico di lavori che mira all’estrapolazione del suono per il suono stesso. Anche la rappresentazione è semplice per la maggior parte della performance: due canali stereo visualizzati, con l’onda prodotta al momento descritta semplicemente per frequenza nella sua durata. La furbata dell’autore è: giocare sì con tutta l’onda, ma specialmente con la “grana” di questa, cioè con la sua densità. Se all’inizio ciò che ascoltiamo (e vediamo come fosse verifica grafica) ha natura prettamente digitale, ecco che il nostro inizia a divertirsi perturbando l’onda, ed impacchettandola ad imitazione di tutte le altre. Ed ecco il suono della triangolare, l’acidita della sawtooth, le combinazioni ardite delle tre, e con l’ausilio di un circuito randomizzante arrivano pesantissime percussioni da rumore bianco che più che ascoltarle dalle orecchie si percepiscono direttamente nei lombi: il più digitale dei suoni diventa così materia organica ed evolve superando la sua natura binaria, super codex.

La lineare, semplicistica se si vuole, rappresentazione grafica del suono scelta dall’autore, tende ad essere scevra sia di colori che di forme, e solo a tratti è intervallata da alcuni pattern costruiti con le stesse variabili ma sviluppate in profondità con origine centrata, come fossero corridoi in wireframe, molto simili all’effetto oldschool detto shadelines (anche qui: demoscene più che musica). Tanto basta, per ricreare quell’estetica elementale rigorosa che contiene il suo messaggio senza disperderlo nella complessità, quando il segnale, da freddo, si ammorbidisce nel diventare più elaborato. Non c’è da pensarci più di tanto, c’è invece da apprezzare ciò che si vede e si sente, fino a scoprirsi sorprendentemente con la testa in leggero headbanging a tenere il ritmo, un ritmo che nelle fasi iniziali del processo di organicizzazione del suono mai avremmo osato credere presente. E spezziamo una lancia a favore del Caliri, che questa “musicalità”, come lui scrive, l’ha segnalata nella recensione sopracitata.

Ryoji Ikeda si conferma artista a tutto tondo, mai banale per ricerca e rappresentazione nel suo viaggio continuo all’interfaccia tra il numero e la vita, e riesce a portare agevolmente avanti una produzione su ben tre fronti, come compositore, performer e visual artist. Che in futuro riesca a trovare l’ennesima chiave di lettura della sua visione, solo il tempo ce lo saprà dire.

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::non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore

Che belli gli atleti alle olimpiadi.
Aldilà di ciò che fanno e che rappresentano, andando oltre il bagaglio di lavoro e, probabilmente, anche di rinunce, che li ha portati ad essere come sono, è impossibile non soffermarsi sulla bellezza dei loro corpi.

Non si tratta solo di un fattore estetico statico e puramente visivo: se è darwinianamente vero che l’uso sviluppa l’organo, la cosa che colpisce maggiormente per dinamismo, più che per immagine, è proprio l’armonia strutturale dell’atleta in relazione alla sua specialità ginnica. Nell’atto stesso, è evidente come tutta quella roba che si porta appresso non stia lì per far coreografia, ma segua obbediente l’intento cinematico del suo portatore.

Ovviamente, come non sentirsi un po’ piccini, al cospetto di tale rappresentazione esistente, anche di muscoli sì, ma prima di tutto della dedizione quasi stoica verso il proprio obiettivo: migliorarsi, primeggiare, nel caso vincere.
Poi, questa ammirazione che quasi sfocia nell’invidia, in gran parte, e forse per fortuna, sfuma. Perché a fine competizione gli atleti fanno una cosa brutta brutta: parlano.

Sentir gli atleti parlare chiarisce molte cose. Intanto, è inutile attaccarsi come cozze allo scoglio su sciocchezze come i soliti congiuntivi et simila. Non è questo il punto.
Il punto è che alla fine della fiera, capisci che per perseguire la tua mèta sportiva, ciò che davvero ti è indispensabile è una mente semplice e lineare, settaria banale ed un po’ tonta. Non puoi permetterti dualismi logici, sei una freccia scoccata e devi centrare il bersaglio, e punto.
Prima della gara, carica più Vasco Rossi un puglie dei sobborghi di Marcianise che John Zorn un fighetto qualsiasi, seppur bravo, coi guantoni: hai voglia a giustificarti con l’inarrivabile complessità della sperimentale, Ciccillo Esposito ti fa una faccia gonfia così a suon di “Bollicine”!
Gioca a favore di questa tesi anche la cura del proprio corpo a botte di tatuaggi roboanti, una cosa tra il portoricano macho, lo spacciatore bulgaro e le voglie delle sciampiste estive nei lager vacanzieri del Mar Rosso. Tristezza in comodi monouso.

In questo campo, s’è dimostrata a dir poco siderale la Vezzali, fiorettista neocampionessa olimpica, ed ennesima rappresentante similciellina tra i medagliati di Pechino 2008 (ma questa vuol essere solo un’aggiuntina gratuita, leggete la sua biografia, brividi). In due soli giorni dal meritato oro olimpico, Valentina ha citato in modalità patriarchica testi di Eros Ramazzotti e Papa Giovanni Paolo II, come anche alta cinematografia quale “Rocky” col piglio di chi l’ha visto anche più di due volte. Mancano ancora all’appello “Bella in Rosa“, Birba il gatto di Gargamella e Padre Pio.

Oh come al solito mi sono lasciato prendere la mano, ma è solo becera ironia la mia: son tutti bravissimi e bellissimi. Ma una cosa è certa: ora che li ho sentiti parlare, ho ben capito a cosa, prima di tutto, hanno rinunciato. E direi che io non mi sento ancora pronto e capace a compiere tale passo, un plauso a costoro.
E comunque io al brano tostissimo “SidStyler” su StepMania ho B al livello medio, vediamo quanto son bravi loro, ecco.

::angeli fallocefali

Addio Francesco, addio Debora, Marco, Samuele, Enzino, Sandro, Mariella. Sarai l’angelo che veglierà su di noi, noi ora in procinto di scegliere il nostro percorso universitario.

Eri un ragazzo come noi, semplice, allegro, che voleva solo divertirsi. Eri una ragazza che inseguiva i suoi sogni, volevi diventare ballerina classica, ti ammiravamo tutte. Ti piaceva Vasco, non perdevi una gara di Valentino Rossi, avevi tanti amici. A volte eri sopra le righe, ma in fondo ci piacevi così, questa era la tua estate più bella.
Tuo padre e tua madre, quegli amorevoli residuati degli anni ’80, confondendo “cambiamento” dei valori con “edulcorazione” dei valori, erano orgogliosi di averti visto al volante della tua auto giovane e modestamente sportiva, segno riconoscibile anche per loro quale suggello della raggiunta maturità. Tuo padre e tua madre ti vedevano sessualmente vincente, a cavallo della tua moto, lasciapassare per ciulatine scacciatraumi e macchina ginnica sviluppatrice di soverchiante, educativa baldanza.
I tuoi vecchi ti vedevano già donna fatta, ti vedevano già uomo fatto. Non ti hanno visto invece quando eri fatto veramente, tornando dalla festa, dalla disco, dalla bravata, dalle vacanze, alchemicamente ed alcolicamente bruciato.

Angelo nostro, non t’hanno visto neanche i componenti della famiglia che hai falcidiato; non t’hanno proprio visto, manco di striscio, i coniugi sessantenni che tornavano dalla casa del loro di figlio; non t’ha visto il ciclista che proprio non s’aspettava il SUV del neopatentato addosso; non t’ha vista la ragazza che guidava lo scooter, morta lì, alla fine del tamponamento che hai provocato con la tua gioia di vivere la vita vera.
E soprattutto, tu non hai visto loro.

Dolce angelo del cielo, proteggici da lassù, mentre tenti di investire San Pancrazio sulle Strade Celesti, birichino come sei. Che quaggiù non sei né vittima né carnefice. Quando muori, diventi semplicemente angelo, in virtù della tua giovane età. Sei solo il più giovane che ci lascia le penne, ed il sistema mediatico sa bene su quale cavallo puntare.
E poi, si riconoscono facilmente le vittime del fumo, del cancro, degli infarti, dell’amianto. Invece le vittime del consumismo non si possono riconoscere, perché i confini di questa causa di morte sono estremamente nebulosi e trasversali, e nessuno potrà mai definirli, mai.

Addio Rossana, addio Nino, Ines, Massimiliano, Roberta, Simone, Enrico. Sarai per sempre il nostro angelo in cielo, a vegliare su di noi, testa di cazzo che non sei altro.
Addio, ingiustificabile stronzo, chi scrive potrebbe anche provare pietà pensando a te come caso singolo, ma potendo parlare di triste statistica e di casi reiterati, allora è meglio per te che tu sia morto sul colpo, altrimenti ti avrebbe ucciso a sputi in faccia tipo tortura cinese enzimatica.

::premi il tasto [insert] quando la vecchiaia busserà

È per causa di varie vicissitudini personali, su fronti differenti ma sempre riconducibili ad un unico triste filone, che stavolta mi tocca metter giù il post personale, melenso e patetico. Che vergogna, ora mi mancano solo l’apoteosi del sushi ed il calendario stagionale dell’Estragon, per diventare una imbarazzante segretaria 2.0.

Ma piagnone no, questo post non sarà piagnone, bensì positivamente propositivo, ecco!

Facciamola breve. Alla mia veneranda età, lì nel quasi mezzo del quasi cammino di nostra vita, si sta verificando nelle persone a me vicine la catastrofe prevista anni or sono durante gli onanismi mentali adolescenziali, e durante le seratine intimiste degli universitari del terz’anno: chi più chi meno, le disillusioni sentimentali induriscono repentinamente il cuore di questi ex ragazzi, attivando un invecchiamento dei sentimenti drastico, subitaneo, con i tempi di un taglio col proprio io passato oppure di una mutazione in stadi veloci.

Tra coetanei, non senti dire altro che questa giustificazione misera per la propria cardioibernazione, ti viene quasi a noia: ho capito che bisogna accontentarsi, ho preso tante mazzate devo difendermi, ho comunque investito in una storia… Dietro queste frasi standard, che suonano come bigliettini di una versione laida dei Baci Perugina, si staglia minacciosa l’ombra di un orologio biologico dal ticchettìo sempre più rumoroso ed allarmante, imbarazzante effetto sonoro del quale un po’ ci vergognamo di ammettere la sempre più ingombrante presenza, dopo una vita passata a scavare fossati arciducali ed innalzare mura principesce tra i nostri “evoluti” sentimenti e quelli dei nostri genitori, marchiati come un po’ rozzi, sicuramente anacronistici, alle volte quasi da compatire con un sorrisino accondiscendente.

È secondo queste modalità che quella che doveva essere per noi la sagra degli affetti, si trasforma nel mercato rionale degli esseri umani, tratta degli schiavi tenuta in un luogo non fisico, durante la quale si soppesano valori umani e case di proprietà, ristorantini e stabilità economica, capacità riproduttive e qualità del parentado, aspetto fisico e arrendevolezza, forza d’animo e cultura, posizione sociale e passioni in comune.

Ma presto, presto però. Presto! Ché una volta disillusi, si ha una gran paura di restare soli. No, non ho detto “un timore”, intendo una paura fottuta, della solitudine! Quella, quella sì che ci fa accettare qualsiasi compromesso, alla tratta degli amori!

Non mi scandalizza mica, tutto questo: è la vita, nient’altro. Posso accettarlo e conviverci, posso ingollarlo, digerirlo e defecarlo naturalmente, senza tuttavia nutrirmene, che mi fa anche un po’ schifo ed ho quasi paura che me lo farà sempre, per mio masochismo involontario.

Però chiedo una cosa sola, una cosa piccola piccola, secondo me fattibile bene o male per tutti.

Quando vi capita l’episodio cardine (ce n’è sempre uno) che vi spara magicamente nel mondo degli adult(erat)i, dapprima siate bravi a riconoscerlo. Dopodiché, non negatevi l’allettante eventualità di cercare dentro di voi il tastino [insert], e magari premerlo. Così facendo, resisterete almeno per una volta al richiamo delle sirene di un irrimediabile calo della fiducia nel prossimo, portando a compimento un bellissimo, irriguardoso dispetto a mamma Natura, da veri birichini.

Inserite un periodo di prova, ultimo baluardo dei vostri credo e dei vostri sogni, tra i tempi dell’illusione e quelli della delusione, senza abbandonarvi subito ad una cruda immediatezza del servilismo desossiribonucleico: equivarrebbe a testimoniare la vostra umanità.

Non abbiate paura, dico davvero, non resterete soli: datevi un’altra possibilità di essere donne ed uomini, non solo maschi e femmine. Quando la vecchiaia bussa alla porta, prima di aprirle premete [insert].

::silvio-no-o

Il potenziale di rappresentazione teatrale nella politica odierna, col conseguente allontanamento dalle problematiche reali che dovrebbero esserne il succo, sta davvero raggiungendo vette memorabili di preoccupante perfezione.
La farsa dell’avvento di Silvio Berlusconi al congresso dei DS in Firenze ne è un esempio lampante.

La mutazione finale della Sinistra storica nella nuova Balena Bianca è un passaggio delicato, talmente delicato da necessitare di un cortocircuito catartico per la buona riuscita della transustanziazione in Neo Democrazia Cristiana. La catarsi, la Distruzione perché la Creazione abbia luogo, è il climax di un’epoca.
Proprio come narrato nelle leggende giapponesi, ::nella lotta non c'è distinzione ideologicaè il momento in cui eroi e demoni arrivano a scontrarsi per ridefinire le posizioni assolute in vista di una nuova era. Lo si può estrapolare dal mito di Susa-no-o, l’eroe discutibile che duella col drago Yamata no Orochi per recuperare la spada Kusanagi, la quale verrà donata a sua sorella (la dea Amaterasu) come segno di nuova alleanza.

Esattamente come nella leggenda citata, Fassino s’è portato Silvio-no-o per allestire la messinscena pietosa del confronto catartico, se l’è portato per far infliggere il miglior colpo del di lui repertorio ad un drago così in salute come il partito dei Democratici di Sinistra.
Soprattutto, se ti porti l’eroe in giro si nota il contrasto tra di voi, e l’attempato elettore vedrà in te il drago rosso ed operaio di sempre. Anche se non lo sei più. Una fine strategia per arginare la dispersione di voti nel momento in cui la crisalide dovesse divenir farfalla.

A parer mio, è questo più eccelso sintomo della crisi della politica italiana, e della sua evanescenza nei confronti del ruolo originario. La pantomima del confronto delle ideologie; quando invece i fassini tutti dovrebbero onestamente alzarsi e dire:”Sorpresa, sì siamo democristiani da sempre, ma dovevate aspettarvelo: vedete questo coso alla mia destra al quale abbiamo trasferito tutti i vostri bei voti di sinistra? È De Mita.”.

Non mi va nemmeno di ipotizzare argomentazioni Telecom Italia, voglio fermarmi al primo stadio di ribrezzo. Grazie.

::prove tecniche di argentina

Premetto che mi rendo conto di rischiare una figura da ignorante recidivo. Ma se così fosse, sarebbe un altro atto d’accusa indiretto all’informazione raffazzonata sull’argomento.

In soldoni, dopo un’era di regalie a scopo elettorale, baby pensioni, figure lavorative ed enti statali creati solo per interessi privati, s’è tirata una linea per fare il conto, evincendo così che, sorpresa, va scremata la pensione.
Lo Stato ti restituisce una buona parte delle tasse versate, come sarebbe dovuto essere già in precedenza, invece che basarsi sull’ultimo stipendio. Se vai a chiedere il perché, ti dicono che i vecchi non muoiono più quanto prima; poi ti accorgi che questa è una panzana di dimensioni colossali, perché lo sperpero pensionistico ha avuto altre cause, ad esempio la creazione ed il mantenimento ingiustificato di istituti utili solo a ricambiare i favori ed occupare il pubblico votante.

“Ma si era tentato un altro modello allora”, prova a giustificarsi un economista. Complimentoni vivissimi, un modello che non è mai andato in pari non ha messo in allarme nessuno. Per caso, non è che vi faceva comodo avere un fondo sociale sempre in perdita da sostenere, per far cadere grosse briciole da dividervi tra voialtri?
Ora i sessantenni che andranno in pensione con l’80% dello stipendio, costringono il trentennato a tempo determinato e co.pro. ad integrare la futura pensione con un fondo. Lo fanno aprendo le braccia ironicamente sconsolati, col sorrisino beffardo di chi è sgusciato via salvandosi.

Poi un bel giorno, va in onda questa puntata di Report, dove si mettono in chiaro un paio di punti che, oh, ai tipini in televisione son filati via di memoria: i fondi pensionistici non assicurano un bel niente, perché quei soldi sono investiti secondo linea di investimento (obbligazioni ed azioni). Quindi: puoi fare il colpaccio, o puoi andare in pari, o ancora puoi perdere molto, oppure puoi perdere tutto.
Lo Stato non è stato capace di (non ha voluto?) strappare alle banche un margine di sicurezza, pur avendo messo su la COVIP (Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione).

Che interesse ha la banca che maneggia i miei soldi di farmi contento, quando invece potrebbe presentarsi a casa mia con la faccia contrisa, ed annunciarmi, senza conseguenza alcuna per sé:”Oooh signor Kekule, sa cos’è successo? Che è andato storto qualcosa e lei ha perso ogni bene.”.
Gioco di fantasia: sono un banchiere. Alzo la cornetta e chiamo gli altri amici banchieri per creare in Italia ed all’estero società azionarie usa e getta, in cui investire i fondi pensione: i miei nelle tue, i tuoi nelle mie. Il futuro pensionato leggerà sul resoconto tutti questi bei nomi di società che, secondo i nostri aitanti investitori, fan cose parecchio buone. Ad un certo punto ffffffiiiuph! In poco tempo, spariscono ‘sti fondi, a norma di legge. Le società coinvolte, oooh poverine poverine, ce le scambiamo con la finta ripromessa di rinpinguarne le perdite: celo celo celo mima, come le figurine.

Non è per caso, che siamo davvero i fortunati, impotenti, testimoni di prove tecniche di Argentina?

::firenze lunapark

Me l’hanno segnalato prima Matteo, poi Nelli: su La Repubblica del 29 gennaio, Curzio Maltese fa le veci del vicino di casa che ha visto come teniamo male l’orticello, chi comanda in casa nostra e che deperimento avranno nel tempo le nostre fondamenta. Il vicino di casa che ha insopportabilmente ragione.

Il suo articolo riguardo Firenze la scompone con precisione dettata dall’esperienza e dalla professionalità che gli si riconoscono, approcciando i meccanismi base di un’inesorabile mutazione decadente mediante un piglio analitico pungente e doloroso.

Abito in Firenze ormai da quindici anni, ed a Firenze devo moltissimo a livello personale. Da qualche tempo, ho deciso di stare nel centro centrissimo, nonostante sia questa una scelta insalubre ed antieconomica: da eroico salmone, voglio risalire quel flusso continuo che in questi anni ha portato allo svuotamento della città.

Tale fenomeno ha ben poco di spontaneo, teleguidato com’è dall’impostazione di una classe ::vergine di trashimbergapolitica che non ha mai avuto la necessità di mettersi in discussione, ché tanto sono come gli Snorky secondo Cristina D’Avena: tutti amici e perciò felici. L’obiettivo era già stato deciso e dichiarato pubblicamente ai tempi del sindaco Morales:”Una Firenze di età media elevata, col maggior spazio disponibile per i turisti, gestiti dai fiorentini che vi lavoreranno di giorno, per poi tornare a sera in più comode case di un hinterland benestante.”.

Nessuno ha invece detto che i fiorentini urbani sarebbero diventati turisti in casa propria, prigionieri di un trappolone in cui i soldi ricavati dal turismo non sono mai direttamente reinvestiti su una popolazione che va scemando, se non nel caso di gran caroselli progettuali (chi ha detto “tramvia“?) in cui l’intera fila di Snorky gigliati deve alimentarsi.

Attualmente la situazione è questa.

La nuova generazione di fiorentini preferisce abitare l’hinterland mediante i proventi urbani, siano questi l’affitto della casa del fu padre o il guadagno d’esercizio. La città è quindi popolata dalla forza lavoro che i fiorentini sfruttano e loro sostituta negli esercizi e come affittuari, prevalentemente di stampo extracomunitario. Il sabato gigliato è paradossale: il fiorentino di Bagno a Ripoli (!) torna in città per lamentarsi di “codesti estraomunitari che oramai e son ognidove ni centro”; peccato che gli “estraomunitari” siano gli stessi che in dieci e senza contratto pagano le sue rate del SUV, che gli lavorano al negozio o nella serra a metà prezzo e sempre in nero, che lo aspettano in Via dell’Amorino ambasciatori di coca da fine settimana. ::pollice verde versoEd ovviamente, tutto ciò puoi farglielo fare se non son stinchi di santo, cosa questa che già tende a selezionare il peggio del sociale extracomunitario urbano. Quindi, naccherino, e un son mia loro, tu sei te che gnene pigli i’meglio!

Secondo quest’ottica, lo sgradito ospite sei tu, non il turista un po’ più buzzurro. Sei tu che ti lamenti del chiasso, o dei parcheggi introvabili, o degli atti vandalici. Oppure del fatto che in questo stato di cose, gli esercizi non strettamente legati al venderti la bottiglia d’acqua a 7€ o le raffinate mutande col pacco del David, stanno chiudendo tutti perché scarsamente tutelati, a discapito finale degli autoctoni.

Le foto che vedete qui sono alcune delle mie, scattate in un sabato sera gigliato, nell’arco di mezz’ora e nello spazio di cento metri. Ogni fine settimana, Firenze è messa a ferro e fuoco, specie dai figli dell’hinterland bene.

Perché è oramai chiaro a tutti che Firenze è un grande lunapark in cui tutto è permesso se benedetto dalla mano santa del terziario. E tu sei in netta minoranza, stai zitto se non partecipi alla grande giostra, non hai diritto a nulla, altrimenti spendi anche tu come loro e fai l’autoturista.

D’altronde, se ti ostini a resistere alla novella città-albergo, almeno porta i bagagli.