::affinità e divergenze fra i compagni genitori e noi

::genitorissimi bellissimi bravissimi reciprocissimiÈ sabato, di sabato lavorano in pochi. Eppure c’è sempre gente in transito in auto, in treno, in metro. Mi hanno spiegato che, vacanzieri del weekend a parte, è di sabato che si concentra lo spaccio dei figli dei separati e divorziati. Io nutro l’assoluta convinzione che sia una larga fetta della voce “trasporti” del PIL nazionale, ad essere alimentata dagli spostamenti dovuti a quel rigirìo di turni d’affido, psicologi infantili, avvocati, assegni di mantenimento e chissà quant’altro, che allieta le giornate dei genitori separati, non solo di sabato.

Fanno tenerezza, i separati che impacchettano e si palleggiano i figli secondo calendari più o meno morbidi. Perché vogliono credere e far credere al resto del mondo quanto la prole percepisca in ogni caso l’amore, questo meritato flogisto non più concentrato nella brutta e vecchia famiglia tradizionale, ma canalizzato tra babbo, mamma, nuova compagna, ex nuovo compagno, nonni della ex, fratelli e sorelle dell’ex ex, godzilla, la formazione del 1972 della Nuova Compagnia di Canto Popolare tamburelli esclusi e Napo orso capo. Le loro pagine social si riempiono così di link e like ai post ricchi di fibre per la pulizia intestinale della propria morale, saviani, balassi, furfari, saveritommasi, famigliarcobalene, femminism* asteriscat* e tutto l’armamentario populista di autoaiuto e promozione di sé, che evidenzia quanti non facili tradimenti alla propria etica mors tua vita mea abbiano bisogno di controbilanciare agli occhi propri e degli altri.
Non è un segreto che un trauma come quello della separazione dei genitori rientri in un giro di altri traumi che presto o tardi un bambino/ragazzino/adolescente dovrà comunque naturalmente affrontare, quindi nulla poi di così drammatico. Ma di tutte l’esperienze da ritrovarsi ad affrontare, la separazione è certa, le altre solo possibili. Certa, e di entità variabile tra situazione amichevole e guerradeiroses. È questo che rende divertentissimi i tentativi plurimi dei separati di comunicare all’universo l’assoluta vivibilità della loro condizione, e la tenuta stagna di quest’ultima all’interfaccia con la felicità dei pargoli.

Noi algidi figuri, ostinati nel non voler dare figli alla patria, abbiamo il dovere, ma anche il piacere, di supportare i nostri amici che hanno fatto una scelta di vita differente dalla nostra, alle volte differente anche dalla loro di qualche anno prima. Noi che serriamo i denti leggendo il commento “belli belli che siete” che una famiglia fa alla foto di un’altra famiglia su Facebook, stridìo di gesso sulla lavagna dello stile, veniamo già dal duro training del sincronizzarci col depauperamento cronico degli amici ora genitori. Amici che per le nuove tempistiche di vita sono costretti ad essere sempre meno sul pezzo pressoché su tutto, e ti postano la gif incredibile che hanno scoperto oggi, quando era meme diffusissimo tipo due settimane fa; che ti parlano di album già vecchi e ti costringono a fingere di non esserne a conoscenza, pur di non farglielo pesare; che per quanto preservatori del proprio stile, devono ora sottostare loro malgrado a quei compromessi etici ed estetici che solo fino a qualche anno prima avrebbero scatenato tra noi amici esorcismi e messe nere con minipony sgozzati ed arsi sulla brace.
E allora forza, quando gli amici separati con figli innescheranno panegirici di fatata autoassoluzione, ispirati dai post di lamenteemeravigliosa.it, ebbene noi saremo lì, di fronte a loro, con l’espressione più accondiscendente e sdolcinata che riusciremo a fingere, a fare quella strettina di palpebre col movimento della testa che fa intendere:”Ma certamente che è così, è proprio come dici tu, hai sempre fatto tutto benissimissimo”.

Se siamo davvero degli amici, glielo dobbiamo. Motiveremo così quel bicchiere di rosso sorseggiato insieme a loro sul divano, una volta mero apripista di socialità fuori casa ed oggi trasgressione estrema, mentre nella stanza accanto Niccolò sta dando fuoco alle lenzuola, per comunicare qualcosa che non capisco a qualcuno che davvero non so chi possa essere.

::babbo guardami ho sparato a bambi

L’estate per me è anche tempo di luna park e sale giochi, occasione per grandi sudate durante sessioni spettacolari a DDR e Pump It Up (ITG2), corse sui kart, minigolf supercompetitivi, tornei infuocati di air hockey, immancabili citazioni cinematografiche giocando a flipper vintagissimi, bowling fino a spezzarsi i polsi, senza contare tutta la vasta, eterogenea gamma di cazzaterie ludiche proposte in queste zone franche di spasso e zanzare, dal crane game al purikura, dall’Hurricane ai giochi a premi zingarissimi.

Soffermandomi sul solo argomento ‘videogiochi arcade’, ammetto che un po’ m’inorgoglisce la mia curiosità verso le nuove proposte in sala. I nuovi giochi da bar nulla hanno a che fare con quelli del nostro passato, diciamocelo. Queste supermacchine quadcore dotate di interfacce di gioco all’avanguardia, montate su monitor LCD da 45″, costano un botto, si ripagano in tempi lunghi e sono connesse direttamente sia tra di esse (per giocare online) che con i maggior social network (per postare video e risultati delle proprie performance).
Pur trovando maggior soddisfazione nei giochi di 25 anni fa, non sarò certo io il vecchio brontolone che perde tempo a criticare la vita e le stagioni, invece di scoprire le novità del settore.

Quest’anno ho visto l’impressionante nuovo gioco della più che decennale serie Big Buck Hunter, coinop sviluppato dalla Play Mechanix e prodotto dalla Raw Thrills, che simula intere campagne di caccia in differenti scenari, da giocare con i fucili offerti come interfaccia. Quindi, si caccia qualsiasi animale dappertutto, più vari scenari bonus d’intermezzo dai temi fantasiosi, con una sola regola: non si spara ai cuccioli ed alle femmine.
Il tema è alquanto forte, ed i giochi son fatti benissimo: questa nuova versione HD su schermo gigantesco da 55″ è realistica all’inverosimile, e non si può rimanere indifferenti quando un animale viene abbattuto, sia questo motivo di gioia o di orrore.

Ciò che si nota molto, è che questa serie di giochi ha un’utenza estremamente caratterizzata e riconoscibile, specie in USA. Ma anche qui da noi!
Ci ho visto giocare molti ma molti più padri che figli. I bambini avevano la faccia stupita del “ma che sto facendo”, persi in un’alienazione tipica del mondo infantile che sfuma i contorni della realtà. I padri erano tutti incattiviti davanti al monitor, ed appartenevano tutti a quel genere tatuato e guidatore di SUV, di gente che nella vita riconosce prevalentemente la legge del più forte, solo cammuffata da quattro regolette quattro di convivenza più o meno civile.

Ho sperato che Big Buck Hunter fosse una serie di nicchia, adorata da quella fascia di repubblicani estremi col mito pionieristico dell’America da conquistare alla natura palmo a palmo, ma è stata una speranza molto vana. Il gioco è stato sviluppato anche su iPad, iPhone, è diventato un flipper, una slot machine e chi più ne ha più ne metta. E fa tanti ma tanti ricavi.
The Arcade Experience è un poco riuscito libro sulla situazione attuale delle sale arcade, scritto in un inglese molto opinabile da uno che una sala giochi ce l’ha e la porta avanti da un bel po’, pieno di refusi e, caso raro, addirittura senza numeri di pagina. Il suo grande merito è di essere sì aggiornato, ma soprattutto cinico e disincantato. L’autore annovera Big Buck Hunter tra “…le serie che, ognuno pensi ciò che vuole, hanno salvato le sorti di molte sale e bar…”. Da tale frase si evincono due cose:
1 – qualcuno avrà sicuramente fatto notare che una simulazione realistica della caccia al tutto, magari, non era proprio l’argomento più ricreativo del mondo;
2 – l’utenza desiderava da tempo un gioco così, e l’ha premiato a botte di quarti di dollaro.

In decenni di videogiochi arcade, abbiamo sparato a tutto, ben consci del fatto che il coinop rappresentasse solo un simulacro ludico della guerra, dell’omicidio, della catastrofe. Negli stessi decenni, fior fiore di programmatori elaboravano intelligenze artificiali sempre più complesse, che potessero rispondere al fuoco in modi sempre più efficaci. Questo ci ricordava che non si può sparare senza essere sparati a nostra volta.
Big Buck Hunter invece è un gioco in cui ci si apposta in silenzio per sorprendere con colpi di proiettile rapidi e precisi delle rappresentazioni di altri esseri viventi, che però, ed ecco la novità, non possono difendersi, non attaccano l’uomo, corrono via per salvarsi. Ed il gioco sta proprio nell’abbatterli tutti e bene, con tanto di remunerazione in base al punto d’ingresso del proiettile.

Non sono un animalista, non sono vegano né vegetariano, non sono espressamente contro la caccia, non mi scrivo cose ribelli sulle tette nude e per di più le tette non ce le ho nemmanco. L’argomento non è: la caccia sì la caccia no. L’argomento è: potrebbe esistere un problema etico nel giocare questo coinop? Non fa impressione a voi adulti, non avreste problema a farlo giocare ai bambini? Si può essere premiati per aver ucciso meglio o peggio un essere indifeso?
Più che uno “sport”, per me la caccia è uno strumento di regolazione di un ecosistema, e solo in quanto tale può successivamente essere considerata un po’ come si vuole. I casi di caccia per procacciamento alimentare ci sono ancora, ma non certo nei Paesi evoluti. In entrambi i casi, un’aura di sacralità circonda la caccia, per proteggere quell’intersecarsi della nostra etica di uomini che sopravvivono in una natura che c’ha fatti animali a nostra volta. Un’attività ludica, sebbene simulata, basata così realisticamente sulla caccia, dissacra il significato della caccia stessa. Irride la natura.
Per questo motivo, non giocherò mai a giochi di questo tipo.

Ma ecco una ciliegina sulla torta, a sorpresa.
Con l’avvento di Big Buck Hunter HD i ragazzi della Play Mechanix ci regalano un ulteriore incentivo per convincerci che abbattere bufali e spiaccicare rospi (sic) sia una cosa da veri ganzi. Cosa mancava al tripudio testosteronico della caccia grossa?

Esatto, la figa.
Ad ogni tipologia di animale da abbattere, è dedicata una Guida di Sentiero, ragazzotte evidentemente appassionate di shopping nelle basi NATO, che vi attendono alla fine di una campagna per lodarvi o comunque supportarvi, ma fondamentalmente sempre per accrescere le vostre mire tutte ipotetiche di diventare il maschio alfa. “Uao, che uomo sei, io so apprezzare il coraggio di chi spara restando nascosto, per uccidere bestie che perlopiù scappano per la loro sopravvivenza. Pertanto eccoti due moine ed un ondeggio d’anca, smack”.

::folk band!

Cosa mancava al parco dei videogiochi musicali per potersi dire davvero davvero completo?
Semplice! Contenuti musicali che potessero andare oltre la musica truzzetta popolar-rockettara che piace al trentenne con un finto passato da punk del liceo di Boscotrecase; inoltre, una vasta, smisurata scelta di strumenti da suonare, del tutto indipendente dai singoli brani.
A riempire tale imperdonabile buco, ecco arrivare l’ultima meraviglia di casa Harmonix: Folk Band™!

Non solo Folk Band™ offre al giocatore il meglio della musica folk di tutto il mondo in una cornice grafica in gran spolvero, ma mette a disposizione ai suoi fruitori un dispendio impressionante di strumentistica ludica, un pozzo senza fondo di cembali, violini, djembe, banjo, mandolini, mandole, koto, arpe, cornamuse, bombashi, bongo, kawala e chi più ne ha più ne metta…per un totale di 65 diversi giocattolosi strumenti con i quali giocare e rigiocare i propri brani folk preferiti!
Con questi numeri, Folk Band™ ha proprio il sapore del videogioco musicale definitivo!

Le sorprese non finiscono qui, almeno per il pubblico italiano: ad ideare il gioco e svilupparne il core code è una piccola ditta di casa nostra, la “30nism”, che opera tra Firenze e Milano, e che aveva inizialmente portato avanti il progetto pensando di alimentarlo sì con pezzi folk solamente nostrani, ma soprattutto con brani di cantautori italiani che al folk devono molto.
Infatti, già a partire dal primo pack base, insieme a nomi esterofili quali (non metto neanche i link, che diamine!) The Real McKenzies, Clannad, The Chieftains, Madredeus, The Kelly Family, Inti-Illimani, Tunng, The Dubliners e via dicendo; insieme a folk band italiane come Nuova Compagnia di Canto Popolare, Musicanova, Briganti di Frontiera; fanno bella mostra di sé vari brani di Edoardo Bennato, Angelo Branduardi, Peppe Barra, Francesco Guccini e molti molti altri, qualcuno anche inserito forzando come “folk” un cantautorato non propriamente tale e sicuramente poco esportabile (Piero Ciampi, Luigi Tenco), ma preservato nel gioco per ferreo volere degli autori.
Niente di realmente confrontabile, però, con l’intera produzione folk di Fabrizio De André, con alcune strane ma gradevoli aggiunte opzionali (una versione “extended” di “La canzone di Marinella” con versi aggiuntivi/alternativi), tesoro che potrebbe fare pack a sé per estensione e completezza.

Folk Band™ rimpingua di linfa vitale la celeberrima serie di giochi del genere. Già con gli illustri predecessori era possibile divertirsi in casa tra amici e parenti, in un colorato tripudio autoipnotico scacciapensieri, un collante sociale, affettivo o parentale, senza altri meriti che non fossero la coordinazione occhio-mano, e che insinua alla fine della sessione di gioco la sensazione di aver collaborato alla costruzione cooperativa di un qualcosa.
Da elementari ma divertenti ipnocalmieranti sociali, con Folk Band™ i giochi musicali vanno anche a placare i tuoi vuoti etici. Amare poetica e sentimento di un De André solo per vie auditive, ti lascia comunque libero di comportarti esattamente in modo opposto nel lavoro, negli affetti, nella vita di tutti i giorni. Ma in certi momenti, quello che sei e che fai, e quello che vorresti fare ed essere, cozzano portandoti a chiederti scomode domande. Con Folk Band™ no, con Folk Band™ si raggiunge una utopia che ha dell’orwelliano: giocare balalaika alla mano, e replicare ludicamente i testi più sentiti di Faber con a fianco il datore di lavoro, la propria compagna, lo zio scettico, spegne in una guazza di comune divertito nulla il sentore dell’attrito tra essere e sperare di essere, cauterizzando del tutto qualsiasi ferita segno di contrasto esistente.
Sotto quest’ottica, Folk Band™ va a ricoprire un ruolo importante nel passaggio di ognuno di noi verso quella matura stabilità situazionale, come lo ricopre per un bimbo la formina geometrica da incastrare nel foro giusto.

“It’s time to grow up, time for permanence. It’s time for Folk Band™!”.
Folk Band™ / 30nism Games Italia / Harmonix Music Systems / MTV Games / EA

::c’è un pacco per te

Ma sapete che quasi quasi stavolta me la facevano sotto il naso? Che quasi non me ne accorgevo?

No, è che c’è questa colossale crisi economica mondiale, questo nuovo ’29 sventolatoci sotto il naso come preludio a cose brutte ma brutte parecchio.
Parallelismi storici a bizzeffe, timori di conflitti allargati, fantaeconomia del buono fruttifero postale, chemin de fer dei tassi di sconto, divinazioni delle ripercussioni sui costi reali della vita. Se ne stanno davvero sentendo di tutti i toni.

Io stesso ne ho sentite talmente tante da confondermi per un attimo. Ma poi.
Ma poi ci arrivi: nulla mi toglie dalla testa che sono semplicemente pronti i pacchi. Dopo il gran fattaccio dei mutui facili americani, dopo la ripercussione europea delle mancanze indotte di liquidi, dopo tanti Gx dove x sta per un numero qualsiasi per arrivare a dire G8 G4 e tante altre sigle ormai prive di significato, e soprattutto dopo tanto contrattar di banche; dopo tutto questo ed anche di più, ecco che da qualche parte, chissà sotto quale cammuffamento, chissà con quale falso nome, i pacchi sono pronti.

I pacchi contengono la fregatura per i piccoli contribuenti, le cui perdite economiche andranno a colmare gli azzardi compiuti da pochi oligarchi del mercato per strizzare fino all’ultimo un sistema morente. Sono pacchi simili ai bond argentini, all’affaire Parmalat; stavolta sono più grandi, più complessi, più elaborati, e per di più incartati con qualcosa di politico, studiata per farli sembrare più innocui all’inizio, ma per cautelarsi dalla restituzione del maltolto alla fine. Qualcosa tipo questo.
Deve essere stato lungo e complicato mettersi d’accordo a livello internazionale per sintetizzarli, ma quando qualcuno appicca foglie per far fumo, e per far uscire i topi allo scoperto al grido di “Salvate i vostri risparmi, investite!”, è evidente come i pacchi trappola siano già innescati.
Ed attendono i meno resistenti alla tensione.

::divide et impera – 1 di 3: guardate avanti ma mai tra di voi

Parlottavo un giorno con amici e conoscenti che hanno esattamente la metà dei miei anni, tanta energia da vendere, tanto vuoto di coscienza da plasmare ancora in una forma finita, tanti ormoni impazziti che schizzano qui là su giù senza una direzione certa dando ogni dove delle testate micidiali.

Quindi, si parlava di telefilm zzziòvanih. Discuti discuti discuti, ma no ma sì ma forse mi sbaglierò, dai oggi li vedo con occhio critico e vi saprò dire.

Guardo prima “The O.C.”. Ok, io ci ho capito tipo questo: ci sono i soliti protagonisti dei soliti teen drama ammeregani che vivono il solito mancato legame tra quello che succede loro e le loro possibilità economiche (ad esempio, stipendio possibilità e disgrazie in questi programmi non sono mai legati, in mezzo arriva la pubblicità…e non è un caso). Figa fotoscioppata e pose forzate imbarazzanti per quanto piazzate lì per strategia e non per sceneggiatura, skate e snowboard skate e snowboard, benessere sciorinato completamente a caso, una problematica nulla rispetto a quella che riconosciamo essere la vita reale per saturare la singola puntata. Poi ad un certo punto dice si amano, ma un si tromba perché aperta parentesi inserisci qui motivazioni bacchettone yankee chiusa parentesi. Poi verso la fine, regolarmente i ragazzi si menano. Fine.

Sieh, hai voglia a tentare le vie del vampirismo e delle mazzate, delle mamme e delle figlie, dell’ironia, della famiglia paradossale, dell’adolescenza problematica, del nucleo di amiciciciricchioni© e le di loro manie: queste serie sono sempre tacchini del ringraziamento, il ballo di fine anno, non voglio fare la cheerlead…anzi no, la cirlider però sono costretta.

Poi ne vedo uno del quale manco mi ricordo il nome, su MTV, con tutta una serie di ragazzi ganzi perché fanno scheit a livello scioè scioè professionale. In questa puntata: il ganzo fa il campionato e suo padre divorziato ci vuole venire a vederlo perché segue pippone moralista yankee. Una produzione talmente nulla che la consistenza puramente pubblicitaria del telefilm non deve neanche essere scoperta: è lì, è evidente.

Poi comincia “Skins”, che già dal titolo (“cartine”) dichiara l’argomento principale. E unico.

Un gruppo di teen scafatissimi su sesso e droghe ricercano sesso e droghe nella loro giornata tipo. C’è il ganzo con lo scheit, la nera d’ordinanza, il fesso come da regola, ed uno fichissimo dall’occhio truccato demoniettico, uno strategico fratellone bagnapassere per quindicennine da uniposca clitorideo, novello nick kamen nudo in lavanderia, che, attraverso un linguaggio tutto personale perché scioè illinguaggio deiggiòvanidòggih dicesievolve, istruisce gli amici zulla troka e zul zezzo, tanto agognati in egual misura, così eguale da non distinguerli più.

Il tema di “Skins” vorrebbe essere: i zzziòvanih sono scafati, fanno cose inimmaginabili, e noi parliamo a loro nel linguaggio delle loro esigenze. Ed è falso, questi sono degli scambisti tristi nelle piazzole di parcheggio a Cinisello Balsamo nel corpo di teenager, con un’idea delle droghe e del sesso mesta calcolativa costipata nella sua conoscenza similquarantacinquenne. Un falso che serve a dare ad Annina che frequenta il Liceo di Molfetta l’idea di come può essere diversa la vita dei zzziòvanih fuori da Molfetta (Molfetta per esempio, ovviamente). E per venderle i mezzi per sentirsi più a suo agio.

Il telefilm su quelli con lo scheit attende solo i ragazzotti frustrati come un formicaleone votato al libero mercato.

“The O.C.” è un grande spot subdolo, che usa le problematiche zzziòvanilih per occultare la sua naturale propensione alla vendita di modelli ed oggetti, entrambi ben più concreti dei sentimenti incollati con lo sputo che tenta di marionettare davanti ai suoi imberbi spettatori.

Frustrare per allontanare, allontanare per vendere: tutti e tre giocano a filtrare le condizioni di incontro, affetto, amicizia ed amore che dovrebbero essere naturali tra gli adolescenti. Naturalmente esplosivi, arruffoni, confusi, imbarazzati; lordi e candidi ad un tempo.

Così i ragazzi guardano avanti a sé il loro Grande Fratello, dritto negli occhi, in costante ipnosi del cuore. Quando potrebbero voltarsi e guardarsi direttamente tra di loro.

::premi il tasto [insert] quando la vecchiaia busserà

È per causa di varie vicissitudini personali, su fronti differenti ma sempre riconducibili ad un unico triste filone, che stavolta mi tocca metter giù il post personale, melenso e patetico. Che vergogna, ora mi mancano solo l’apoteosi del sushi ed il calendario stagionale dell’Estragon, per diventare una imbarazzante segretaria 2.0.

Ma piagnone no, questo post non sarà piagnone, bensì positivamente propositivo, ecco!

Facciamola breve. Alla mia veneranda età, lì nel quasi mezzo del quasi cammino di nostra vita, si sta verificando nelle persone a me vicine la catastrofe prevista anni or sono durante gli onanismi mentali adolescenziali, e durante le seratine intimiste degli universitari del terz’anno: chi più chi meno, le disillusioni sentimentali induriscono repentinamente il cuore di questi ex ragazzi, attivando un invecchiamento dei sentimenti drastico, subitaneo, con i tempi di un taglio col proprio io passato oppure di una mutazione in stadi veloci.

Tra coetanei, non senti dire altro che questa giustificazione misera per la propria cardioibernazione, ti viene quasi a noia: ho capito che bisogna accontentarsi, ho preso tante mazzate devo difendermi, ho comunque investito in una storia… Dietro queste frasi standard, che suonano come bigliettini di una versione laida dei Baci Perugina, si staglia minacciosa l’ombra di un orologio biologico dal ticchettìo sempre più rumoroso ed allarmante, imbarazzante effetto sonoro del quale un po’ ci vergognamo di ammettere la sempre più ingombrante presenza, dopo una vita passata a scavare fossati arciducali ed innalzare mura principesce tra i nostri “evoluti” sentimenti e quelli dei nostri genitori, marchiati come un po’ rozzi, sicuramente anacronistici, alle volte quasi da compatire con un sorrisino accondiscendente.

È secondo queste modalità che quella che doveva essere per noi la sagra degli affetti, si trasforma nel mercato rionale degli esseri umani, tratta degli schiavi tenuta in un luogo non fisico, durante la quale si soppesano valori umani e case di proprietà, ristorantini e stabilità economica, capacità riproduttive e qualità del parentado, aspetto fisico e arrendevolezza, forza d’animo e cultura, posizione sociale e passioni in comune.

Ma presto, presto però. Presto! Ché una volta disillusi, si ha una gran paura di restare soli. No, non ho detto “un timore”, intendo una paura fottuta, della solitudine! Quella, quella sì che ci fa accettare qualsiasi compromesso, alla tratta degli amori!

Non mi scandalizza mica, tutto questo: è la vita, nient’altro. Posso accettarlo e conviverci, posso ingollarlo, digerirlo e defecarlo naturalmente, senza tuttavia nutrirmene, che mi fa anche un po’ schifo ed ho quasi paura che me lo farà sempre, per mio masochismo involontario.

Però chiedo una cosa sola, una cosa piccola piccola, secondo me fattibile bene o male per tutti.

Quando vi capita l’episodio cardine (ce n’è sempre uno) che vi spara magicamente nel mondo degli adult(erat)i, dapprima siate bravi a riconoscerlo. Dopodiché, non negatevi l’allettante eventualità di cercare dentro di voi il tastino [insert], e magari premerlo. Così facendo, resisterete almeno per una volta al richiamo delle sirene di un irrimediabile calo della fiducia nel prossimo, portando a compimento un bellissimo, irriguardoso dispetto a mamma Natura, da veri birichini.

Inserite un periodo di prova, ultimo baluardo dei vostri credo e dei vostri sogni, tra i tempi dell’illusione e quelli della delusione, senza abbandonarvi subito ad una cruda immediatezza del servilismo desossiribonucleico: equivarrebbe a testimoniare la vostra umanità.

Non abbiate paura, dico davvero, non resterete soli: datevi un’altra possibilità di essere donne ed uomini, non solo maschi e femmine. Quando la vecchiaia bussa alla porta, prima di aprirle premete [insert].

::pity uomo

Anche quest anno ci si becca la nostra bella dose di traffico impazzito, parcheggio selvaggio e fattoni arrichiti nottambuli: è iniziata alla Fortezza da Basso Pitti Immagine Uomo. Che a sua volta apre le danze per Pitti Bimbo, Pitti Filati, Pitti Pitti, Pitti Pelati, Pitti Aspirapolvere Sniff Sniff, Pitti Qwerty e Pitti Aspawedelsameschechtölungtz.
La manifestazione, aperta agli operatori nel settore, provoca un effetto secondario: la calata di una ricca ed eterogenea folla di avventori periferici, il formarsi rigoglioso di un lichene saprofita che tenta di cibarsi delle scorie glam prodotte dall’evento.

Le notti fiorentine si trasformano in una via lattea di cocaina consumata nelle miriadi di feste private, ufficiali o meno, lì nella zona d’ombra dove il cattivo extracomunitario di sempre rifulge, per un attimo solo, della Santa Aura della Madonna dello Sniff. Ne sono coinvolti un po’ tutti, ma la fauna più colorata tra i cultori del tiraggio è costituita dai Cani.
I Cani sono i giovani imbecillotti rampanti che il Gran Capo manda dal giorno prima alla manifestazione, a sbrigare le faccende più noiose. Vestiti come fossero al Drive In televisivo degli anni ’80, credono davvero di aver avuto accesso al gran mondo una volta per tutte, protagonisti di quello che credono un paradiso del successo, più che la nordestina tristezza di evasione fiscale che meglio lo descrive, per fare un esempio. Innaturalmente sudati, occhi a spillo, puntano i locali fintomeneghini più cafoni dei lungarni, e nel tragitto rompono qualche cartello e taluni cestini per sentirsi giovani e vincenti.

Comunque sia, si va a Firenze. Da Verona, Catania, Forlì, si va a Firenze perché c’è Pitti Uomo, quindi dice che ci sono le modelle, i modelli, c’è bbonodegliudue che presenta la sua eccetera, le feste, il bello. Una moltitudine di profughi, in cerca di quel benessere che tanto si vede in tv ma che la dura realtà ancora si rifiuta di riprodurre, salta sul gommone dall’Albania della sua pochezza culturale, per approdare sulle salvifiche sponde gigliate, in cerca di una conferma che, sì, il mondodellamoda esiste davvero, magari è quello che puzza di lampredotto, ma esiste.
In cerca di una sicurezza, che i propri sogni cafoncelli possano essere sfiorati per un attimo, altrimenti come affrontare una vita di carrelli della spesa ed assicurazioni da pagare?

Mi piacciono anche i transumanti a corto raggio, quelli entro i 50 chilometri circa. Vengono sullo scooterone bolso per poter girare in centro, ma sempre belli gradassi. Hanno quarant’anni lui trentacinque lei, sono stati colpiti duramente dagli anni ’80, del benessere hanno un concetto quantitativo e dimensionale. Lui grassoccio, vestito bianco da gelataio con tecnologia sparsa e tocchi di cafonaggine latina qui e là; lei mai sorridente, addobbata a tinte sin troppo forti, con la pelle del viso che accusa la lunga tradizione di stucchi di bellezza nel corso degli anni.
Con Pitti Uomo, questi personaggioni interrompono finalmente la loro routine pomeridiana di trasmissioni tv, quelle dove una sgallettata dice all’altra “di ezzere una pessona falza che dice un’altra coza a telecamere acceze e comunque zei falza ma popo falza dendro”. Invece si va a Firenze a visitarne le sue bellezze, famose in tutto il mondo: via Tornabuoni, il Rinascimento di Roberto Cavalli, la cupola di Prada, le porte del paradiso di Gucci.

Mercoledì, primo giorno di Pitti Uomo, sera: locali cafoni strabordanti, Ponte Vecchio vuoto, Uffizi vuoto, Piazza della Signoria solo un macchinone da cui pompa musica techno.