::la fortezza delle scemenze

Eh no, stavolta no, non mi prenderanno in contropiede. Anzi, a questo giro elettorale li aspetto al varco. Ed il loro avvento varrà per me quale conferma della mia più temibile ipotesi.

Come ci si spiega il fatto che la maggior parte dei figuranti televisivi vanti sempre una connotazione tipicamente partenopea? E negli ambiti più disparati eh, non entro il perimetro di un genere caratteristico. L’unica risposta plausibile considera l’esistenza di una Fortezza delle Scemenze al largo del Golfo di Napoli, una scuola di stampo quasi marziale, votata alla formazione di svariate qualità di figuranti da utilizzare in diversi ambiti mediatici. Oltre l’ultima spiaggia della crisi lavorativa, ci sono le piattaforme marine del lavoro alternativo definitivo.

I figuranti diplomati alla FdS pullulano nei format ‘giudiziari’ tipo “Forum” o “Verdetto finale”, nei quali appare evidente come l’ufficio casting assoldi figuranti, probabilmente promossi dalla riserva inesauribile del pubblico su richiesta, allo scopo di interpretare simbolicamente l’iter di un caso tipico. La trasmissione parte sempre in modalità ‘neutra’, ma in men che non si dica, si va sempre a finire in colorite riduzioni di classici di Scarpetta, a suon di “signor giuuuudisce quell’è mio marito ca nun me riscpett'” “no vostr’eccelle’ ma che riscpett’e riscpett, si chell’me port’e caniéll fin’a dind’o liett!”. Format a cui manca solo una valida aggiunta: l’orchestra col putipù, le troccole e lo scetavajasse, pepperèèèè pepperèèèè!

I diplomati FdS di minor pregio non restano certo disoccupati, ma sono frequentemente impiegati come testimonial dei prodotti per dimagrire più spergiuri sul mercato, vera linfa vitale dell’82% dei canali tv in digitale terrestre. Più ti parte il San Carlo dell’anima, più il prodotto appare di buona fattura: l’eventuale cliente non può non ipotizzare la vittoria della magica pillolina contro eserciti di struffoli, campi minati di pastiere, artiglierie pesanti di babà pesantissimi. “Oé gl’amisci miéj nongi volevano credere, ma poi in zole due settimane due, aggie lassate o’quartiére a facc’lònga ‘nderra!”.

Infine, la grande sorpresa dai referendum abrogativi del 12-13 giungo 2011. Attorno  ai virgulti di più alto lignaggio della Fortezza delle Scemenze sono stati tirati su in fretta e furia circoletti, listine civichine e gruppettucoli. Entità chiaramente messe lì da chi aveva interesse a disperdere i ‘sì’ nel modo più basso ed antidemocratico possibile. Vederli nei cinque minuti RAI leggere sul gobbo con difficoltà, tentando una minima improvvisazione da avanspettacolo, è stata un’esperienza umiliante e divina insieme. Indimenticabili, grazie ragazzi.

Torneranno, lo so, lo sento. Torneranno i tristi figuri figuranti, vestiti in puro Piazza Italia style, titubanti sui congiuntivi e con l’occhio mai in camera. Le elezioni sono alle porte, e voi mazinghi napulielli della dispersione dei voti risponderete ‘”presente (almeno fisicamente)!” a quella chiamata mediatica. Ed io son qui che vi aspetto,  meravigliosi Garada K7 del calzone coi friarielli.

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::divide et impera – 3 di 3: più di mille parole

Guardare le figure è più facile che leggere.

Se usi bene il linguaggio delle immagini, non solo puoi far comprare il tuo prodotto, ma puoi contemporaneamente concimare i consumatori, in vista di una nuova proposta, di una nuova esigenza da far soddisfare. Di nuovi tabù fasulli da abbattere davanti agli occhi della tua audience per far credere loro di essere davvero liberi di decidere.

Se usi bene le immagini, puoi vomitare nefandezze senza timore di essere denunciato.

New Saab 9.3 TTiD.

Passi con l’auto ed il camionista è disturbato dal tuo passaggio supermacho.

Se davvero con quest’auto fai sbarellare i camionisti, non sei fico. Sei un criminale. Oppure in quest’auto c’è qualcosa che davvero ma davvero non va come dovrebbe. Bel messaggio, complimenti.

Spot introvabile delle lenti a contatto, forse Focus Dailies della Ciba Vision (Novartis).

Perdonatemi, l’ho cercato in lungo e in largo, ma non lo danno più in tv, e non esiste in rete; anche l’immagine sopra è un montaggione ideale. È quello della fotografa biondina che non può lavorare sin quando non mette le lenti, per raggiungere il truzzo mulatto a torso nudo.

Skateboard e snowboard, skateboard e snowboard, skate e snow skate e snow, che palle, non si vede altro da un paio d’anni. Va bene, abbiamo capito che sono zzziòvani e fighi, e farli vedere attizza l’acquirente zzziòvane; però una trama forzata così, architettata per far vedere la tartaruga fotoscioppata di lui e l’ennesimo skate, non può che assurgere al sacro livello di pippah pippah e ancora pippah.

Dodge Nitro.

Il medio figuro panzerotto e calvetto con automobile non fica, chiede aiuto al bel selvaggetto truzzodotato di SUV abbondantissimo, per ricaricare la batteria. Finale esplosivo, grasse risate hahaha…mah.

Ci si potrebbe anche fermare alla pietosa voglia di machismo tecnologico, cafona pacchiana e sovrabbondante, certo. Ma non meno di ciò che pubblicizza, no? Quindi assolutamente in linea…

Invece la cosa avvilente è il passaggio forte e dissonante che si percepisce: prima, il rapporto civile che va aldilà delle disparità dei due, prego grazie scusi; poi, a tragedia avvenuta, nessuno più ad essere gentile, per il signore mediocre che ha subìto anche danno, ma solo questo minaccioso bestione con i fanali fissi su di te, titano punitivo dallo sguardo severo ed un po’ camorrista. I cattivi vincono sempre.

Basta, troppa tristezza, troppo sopruso, troppo orrore. Mi va di aggiungere una cosa che non c’entri nulla, ma che strappi un sorrisino per chiudere offtopic questo trittico.

Vicks Honey

“Quella tosse mi preoccupa”, le dicono le foto.

Ah, la tosse, ti preoccupa? La tosse? E non sei preoccupata del fatto che stai interrogando delle fotografie? E che queste ti rispondano?

Non senti arrivare la depressione da casalinga? Non senti questo suono di sirena che si fa sempre più serrata verso casa tua?

::divide et impera – 2 di 3: panacea nutrizionale

Lo yogurt che ti ricrea la flora batterica, quello che ti rigenera l’alfa quattro, quell’altro che è fonte di cappa erre sette, o di doppia vu acca ics, o di qualsiasi altra sigla di cui non sapremo mai nulla; la pasta con il principio attivo inoculato, il pane con gli enzimi antiinfarto, la bevanda al tè (attenzione, non semplicemente “il tè”!) che rallenta l’invecchiamento cellulare.
Come dire che esiste cibo e Cibo: dividi i consumatori e domina il mercato.

Cosa faranno ai loro prodotti le Case che vantano la distribuzione di questi miracolosi intrugli, più di quanto possa fare, che ne so, la Ditta Visentin & Figli? Vabbè, dice che: fase uno la ricerca, fase due le prove certificate, fase tre la distribuzione col prodotto base dopato con queste aggiuntine positive.
Sì dai va bene, ma io sono dell’avviso che, prendiamo ad esempio, lo yogurt sia comunque un ottimo latte marcito, dal quale una siringata additiva di lactobacillus di una più salutare tipologia potrà far scaturire un vantaggio talmente esiguo da poter essere considerato molto molto vicino alla mera parvenza. Una differenza così povera ed instabile, che sarà spazzata via al primo sorso di birra o dito di vino, o da un’ora lavorativa particolarmente stressante, o dal veloce McChicken a pranzo, o comunque da un qualsiasi squilibrio minimo che pesi sull’organismo.

Secondo me, si punta invece alla certificazione scientifica di una baggianata, che renda speciale il consumatore, che ne giustifichi moralmente il suo stesso essere “iperconsumatore” che consuma tanto da danneggiarsi alle volte. E allora giù, con i nostri laboratori hanno scoperto, ricerche effettuate da importanti enti scientifici, gli studi sul campo hanno evidenziato, bla bla bla.
Un produttore non può sparare numeri a caso, oppure essere di parte per suo guadagno, quando riprende dati paventati come scientifici: c’è un Regolamento Europeo appositamente dedicato alla comunicazione commerciale di questo tipo, è del 2006, recente. Sapete cosa significa? Significa che le Case produttrici ne avevano sparate talmente delle grosse, che ad un certo punto qualcuno ha dovuto dire mobbastaveramente, ed ha dato delle linee guida.

Evidentemente, queste linee guida sono serie, ma se sei una grande Multinazionale puoi investire tanti soldini per creare un vero e proprio network di laboratori, oppure un centro di ricerca reale e tangibile, talmente grande da sembrare indipendente dalla Casa stessa. Possono questi Enti dire al proprio finanziatore e/o creatore una cosa del tipo “Non è vero che il tuo prodotto resuscita anche Lazzaro”? Ovvio che no. Un po’ come la nostra ricerca universitaria del farmaco, alla quale possiamo anche fornire il 5 per mille, che però è asservita alle Multinazionali del farmaco, che forniscono i veri veri veri soldi per la ricerca, e che quindi impongono le loro linee di ricerca alla faccia della “ricerca libera” (corollario: quindi, se date il 5 per mille alla ricerca medica, aiutate le ricche Multinazionali del farmaco; fossi in voi, eviterei…).

LC1 è lo yogurt panacea della Nestlè, è solo latte marcio come gli altri yogurt, ma dice che questo ripristina all’istante la flora intestinale, ti fa il caffè la mattina e ti lava la macchina di venerdì sera.
Dice che ci ha pensato “il nostro centro di ricerca Nestlè di Losanna” (a me questo fa già ridere, “tu manciah!! lui manciah!!” come Fantozzi). Poi però non rido più, quando leggo che tale indipendentissimo organismo scientifico è stato creato da una costola della Novartis, una delle Multinazionali del farmaco con più cosucce da farsi perdonare (facciamo uno dei tanti esempi). Mah, sento puzzetta di zuppetta…
La Danone produce invece Actimel, il siero dell’eterna giovinezza con sedili in pelle, che ha portato l’innovazione del far sentire in colpa i genitori che non “proteggono abbastanza la loro prole”, che spot dal meccanismo vigliacco! Assicura l’indipendenza scientifica dei dati: l’Istituto Danone (dai, su, almeno provateci, a non ridere!), un Istituto che, se ho ben capito, non esiste fisicamente! Quindi questi qui sono professori di università, inseriti nell’organigramma del fantomatico istituto, foraggiati dalla Danone a mettere il marchio francese su ricerche che utilizzano (anche?) risorse pubbliche! Indipendenza scientifica a palate!
Infine è la volta della Barilla, e della sua meravigliosa linea Alixir, brand di versioni strafighe di prodotti comunissimi, sui quali aleggia una sòrta di aura santa. Brand tra l’altro lanciato malissimo in un momento di recessione pressoché di massa, complimentoni ai manager Barilla. Il sito supersonico è dominato da un verbo:”aiuta”. Tutte le cose fotoniche che questi alimenti dovrebbero fare, hanno il verbo “aiutare” che attutisce le responsabilità delle loro promesse, fatte però assaporare attraverso gli advert come fumus curativo.
Chi assicura tutto questo? Boh, il sito parla di una misteriosa “ricerca Barilla” (oh, ho detto che non dovete ridere, un po’ di rispethahahahaha!), e di altrettanto misteriosi “Centri Universitari Italiani”; evidentemente nella mente di chi l’ha pensato e scritto voleva essere qualcosa di rassicurante…

Intendiamoci: le intenzioni sono buone, anche se probabilmente i risultati sono esposti in modo un po’ troppo tronfio per motivi meramente economici: far star bene la gente a partire dal cibo.
È male che il controllato ed il controllore si accordino prima, invece. Avete mai visto i G8 con i cortei, le mazzate ed il morto? Ecco, ora sapete quali meccanismi diabolici devono essere difesi, anche a costo dell’interruzione di una finzione di democrazia.

Update 28.02.2008:
o gesù d’amore acceso non t’avessi mai offeso, e datemi aria! Cioè, arrivate a controllare dopo poco addirittura un blog piccolo come il mio, che per latitanza plurisettimanale è anche crollato come lettori, roba da un’ottantina al dì. Poi uno passa anche da cattivo barricadero perché descrive con toni accesi le multinazionali, ma se fate così ci date da pensare, cribbio…

Update 27.11.2012:
Il lupo perde il pelo, ma non i fermenti lattici. E neanche la voglia di guadagnare sulle falsità un po’ borderline: Danone, falsa pubblicità, multa da 180.000€.

::divide et impera – 1 di 3: guardate avanti ma mai tra di voi

Parlottavo un giorno con amici e conoscenti che hanno esattamente la metà dei miei anni, tanta energia da vendere, tanto vuoto di coscienza da plasmare ancora in una forma finita, tanti ormoni impazziti che schizzano qui là su giù senza una direzione certa dando ogni dove delle testate micidiali.

Quindi, si parlava di telefilm zzziòvanih. Discuti discuti discuti, ma no ma sì ma forse mi sbaglierò, dai oggi li vedo con occhio critico e vi saprò dire.

Guardo prima “The O.C.”. Ok, io ci ho capito tipo questo: ci sono i soliti protagonisti dei soliti teen drama ammeregani che vivono il solito mancato legame tra quello che succede loro e le loro possibilità economiche (ad esempio, stipendio possibilità e disgrazie in questi programmi non sono mai legati, in mezzo arriva la pubblicità…e non è un caso). Figa fotoscioppata e pose forzate imbarazzanti per quanto piazzate lì per strategia e non per sceneggiatura, skate e snowboard skate e snowboard, benessere sciorinato completamente a caso, una problematica nulla rispetto a quella che riconosciamo essere la vita reale per saturare la singola puntata. Poi ad un certo punto dice si amano, ma un si tromba perché aperta parentesi inserisci qui motivazioni bacchettone yankee chiusa parentesi. Poi verso la fine, regolarmente i ragazzi si menano. Fine.

Sieh, hai voglia a tentare le vie del vampirismo e delle mazzate, delle mamme e delle figlie, dell’ironia, della famiglia paradossale, dell’adolescenza problematica, del nucleo di amiciciciricchioni© e le di loro manie: queste serie sono sempre tacchini del ringraziamento, il ballo di fine anno, non voglio fare la cheerlead…anzi no, la cirlider però sono costretta.

Poi ne vedo uno del quale manco mi ricordo il nome, su MTV, con tutta una serie di ragazzi ganzi perché fanno scheit a livello scioè scioè professionale. In questa puntata: il ganzo fa il campionato e suo padre divorziato ci vuole venire a vederlo perché segue pippone moralista yankee. Una produzione talmente nulla che la consistenza puramente pubblicitaria del telefilm non deve neanche essere scoperta: è lì, è evidente.

Poi comincia “Skins”, che già dal titolo (“cartine”) dichiara l’argomento principale. E unico.

Un gruppo di teen scafatissimi su sesso e droghe ricercano sesso e droghe nella loro giornata tipo. C’è il ganzo con lo scheit, la nera d’ordinanza, il fesso come da regola, ed uno fichissimo dall’occhio truccato demoniettico, uno strategico fratellone bagnapassere per quindicennine da uniposca clitorideo, novello nick kamen nudo in lavanderia, che, attraverso un linguaggio tutto personale perché scioè illinguaggio deiggiòvanidòggih dicesievolve, istruisce gli amici zulla troka e zul zezzo, tanto agognati in egual misura, così eguale da non distinguerli più.

Il tema di “Skins” vorrebbe essere: i zzziòvanih sono scafati, fanno cose inimmaginabili, e noi parliamo a loro nel linguaggio delle loro esigenze. Ed è falso, questi sono degli scambisti tristi nelle piazzole di parcheggio a Cinisello Balsamo nel corpo di teenager, con un’idea delle droghe e del sesso mesta calcolativa costipata nella sua conoscenza similquarantacinquenne. Un falso che serve a dare ad Annina che frequenta il Liceo di Molfetta l’idea di come può essere diversa la vita dei zzziòvanih fuori da Molfetta (Molfetta per esempio, ovviamente). E per venderle i mezzi per sentirsi più a suo agio.

Il telefilm su quelli con lo scheit attende solo i ragazzotti frustrati come un formicaleone votato al libero mercato.

“The O.C.” è un grande spot subdolo, che usa le problematiche zzziòvanilih per occultare la sua naturale propensione alla vendita di modelli ed oggetti, entrambi ben più concreti dei sentimenti incollati con lo sputo che tenta di marionettare davanti ai suoi imberbi spettatori.

Frustrare per allontanare, allontanare per vendere: tutti e tre giocano a filtrare le condizioni di incontro, affetto, amicizia ed amore che dovrebbero essere naturali tra gli adolescenti. Naturalmente esplosivi, arruffoni, confusi, imbarazzati; lordi e candidi ad un tempo.

Così i ragazzi guardano avanti a sé il loro Grande Fratello, dritto negli occhi, in costante ipnosi del cuore. Quando potrebbero voltarsi e guardarsi direttamente tra di loro.

::heidi e chiedersi il perchè?

Succede sempre così: da grande, rivedi certi film e certi cartoni animati, rileggi certi libri, e ti rendi conto che negli anni avevi fatto sedimentare opinioni esageratamente positive su di essi. Da quel punto in poi, quello che dapprima era mito, finisce poi ridimensionato a folklore adolescenziale, categoria pericolosamente vicina al trashpop.

Al contrario, ciò non si è verificato rivedendo su Italia1 “Heidi”, la versione anime del romanzo “Gli anni di formazione e di peregrinazioni di Heidi”, per la regia di quel mostro che è Isao Takahata, il quale, durante quegli anni, decise di intraprendere un ciclo di produzioni seriali presentato ai produttori col titolo ideale di “Opere classiche da tutto il mondo”. Era questo un progetto complesso e difficile, nel quale vengono impegnati tutti gli spiriti più innovativi, pronti a scrollarsi di dosso l’ombra uniformante del colosso disneyano e del di esso stile nel trattare le tematiche dell’infanzia e dell’adolescenza. Tra questi, Hayao Miyazaki, ho detto tutto.

Oh, io lo ricordavo davvero bello, ma ho sempre pensato che il mio giudizio fosse condizionato dal fatto che “Heidi” piacesse moltissimo a mia madre. Insomma, il vero spettacolo durante la trasmissione era in realtà la mamma spettatrice. Invece, rivedendolo, ho riscoperto un’opera davvero preziosa, e tra amici abbiamo tentato un’analisi del perché.

Su Repubblica.it, qualcuno, e porca miseria non si sa chi sia, s’è ricordato la data della prima messa in onda italiana, e ne ha fatto un anniversario di serie B, quelle stronzatine che servono come riempitivo a Repubblica.it, come alle sue consorelle, quelle puttanatelle da colonna laterale che in genere vertono sul pruriginoso, extrema ratio salvagente del quotidiano in Italia.

Leggete voi stessi, e ditemi se magari non era il caso di chiedersi il perché del successo di pubblico, di valutare le motivazioni dell’ascendente che l’opera della Spyri ha sugli spettatori, di commentare la rilettura del regista nipponico. Invece che piazzare l’ennesimo colpo di copiaeincolla triste che ti fa capire com’è giusto che i giornali lascino il testimone a media differenti. Invece che mettere su un nulla inutile, perdipiù coi nomi dei protagonisti grammaticalmente sbagliati.

Johanna Spyri ha iniziato tardi a scrivere e pubblicare letteratura per ragazzi, ma quando ha iniziato ci ha messo dentro quell’innesco romanticistico che diverrà la base per un cambiamento rivoluzionario della pedagogia e dell’educazione del bambino, cinquant’anni prima della Montessori. Il suo romanzo più famoso è ancora oggi il libro più tradotto al mondo dopo Bibbia e Corano!

I protagonisti del romanzo trovano subito spazio nel cuore dei lettori, piccoli e grandi, in virtù del realismo delle loro reazioni alle problematiche che volta per volta incontrano. La reazione della bimba al mutismo sentimentale alla quale è sottoposta in città, ad esempio, è un piccolo gioiello di psicologia infantile con tutti i particolari (aura e mutismo post-sonnambolici, inappetenza, fughe nell’immaginazione). Lo scontro tra la visione moderna del medico di casa Sesemann, e quella rigida dell’educatrice Rottenmeier (che usa l’handicap di Clara come ricatto psicologico, cosa oggigiorno impensabile!) è un pezzo di storia della pedagogia. E si potrebbe dire ancora molto: il rapporto con la natura, con la vecchiaia e le disfunzioni fisiche, il contrasto tra le classi sociali, tutto molto rispettato nell’eccellente trasposizione nipponica, il cui valore è accentuato dalla colonna sonora ad opera di Gert Wilden.

Nell’Italia che discute dei DiCo, che s’interroga su cosa definire famiglia e cosa no, che si allarma per il concetto di nucleo allargato ed eterogeneo, mi preme far notare come in “Heidi” non vi sia alcuna famiglia classica formata da babbo mamma e figli. Ci sono invece nonno bimba e zia evanescente, nipote nonna e mamma (e il papà di Peter?), nonna babbo ed educatrice ( e la mamma di Clara?). Scritto nel 1880, ci piace ricordarlo, eh!

Va bene, scrivo questa cosuccia veloce prima di uscire ed andare a far festa, nella speranza che qualcuno approfitti di questo anniversario di cartapesta, per discutere di quel 20% quotidiano di share senza sorprendersi, bensì approfittandone per chiedersi e spiegare il perché. Buona ri-ri-ri–visione a tutti.

::dozzinalità ecologiche

Lo spot televisivo del marchio Finish, gamma di prodotti dalla Reckitt Benckiser, trasmesso qualche mesetto fa, conteneva un messaggio davvero forte: lo sapevate che la lavastoviglie, a dispetto di ciò che si è sempre detto, rappresenta un’alternativa economicamente vantaggiosa rispetto a detersivo, acqua ed olio di gomito?

La prima volta che ho visto questa pubblicità ci son rimato davvero incredulo: ma come, e tutti gli insegnamenti della mia mamma, sulle quantità di stoviglie da lavare, su come usare l’acqua, sulla diluizione del detersivo? Questi citano addirittura uno “studio”, fatto da chissà chi, genericamente citato ma senza alcun riferimento percorribile per accertarsene.
Sarà stato per questa mancanza di dati che per un pò tale spot è svanito nel nulla. Per poi ricomparire, identico, ma con una piccola nota scritta in basso:”Studio condotto dall’Università di Bonn, valido per 12 coperti”. Ah ecco! Volevo ben dire! Per avere un vantaggio economico ed ecologico, bisogna imbastire sempre pranzi da dodici, una continua Ultima Cena in pratica, ottimizzare pertanto lo spazio nella lavastoviglie sempre sempre sempre.

Andiamo a cercarcelo, sto studio, allora. E grazie anche a Blogeko, che se ne è (pre)occupato in profondità ben prima di me, arrivo alla pagina del Guardian che lo riporta. I 113 individui messi in competizione con la lavastoviglie hanno effettuato i lavaggi nei modi più disparati. La media dei loro dati si è rivelata utile al sostegno della tesi solo in base alla miglior situazione operativa (12 coperti, appunto: piena completa) della lavastoviglie. Ma la fetta di utenti che ha lavato “coscientemente” i suoi piatti, se l’è mangiata a colazione la macchina, in quanto a risparmio di risorse!
Peggio ancora: lo studio non copre il computo energetico totale dell’uso della lavastoviglie, dato che non considera uso rendimento ed impatto ambientale dei detersivi, costruzione, trasporto e smaltimento della stessa.

Ben vengano le iniziative ecologiche Finish, e lungi da me demonizzare una mano santa come la lavastoviglie, specie per le aziende e le famiglie numerose. Resta però il fatto che le poche decine di secondi autobalanizzantesi in televisione, giocano a ficcare in testa agli utenti che, genericamente, “con la lavastoviglie si risparmia e si fa contenta Mamma Natura”. Male! Inoltre la multinazionale si è bullata dello studio tedesco, ma si è tenuta ben lontana da linkare un riferimento diretto, in nessuno dei siti che la rappresentano. Malissimo!
Lo studio dice invece che basterebbe educare la popolazione all’uso strategico e non consumistico della macchina, al dosaggio responsabile dei detersivi, alle tecniche di lavaggio a mano, per avere il vero risparmio economico ed il vero vantaggio ecologico.
Sfortunatamente, queste tre cose fanno consumare meno prodotti. Guarda caso, eh?

::piccoli squarci di vero nella finzione della gestione statale

Che tra l’altro, per dircela tutta, io il vizio me l’ero levato: Ballarò è un bel contenitore disperato, dove si tenta di far percolare un po’ di decenti verità da una classe politica in vena di spot populisti a proprio favore. Quindi bene grazie ma anche no, ciao.

Io ieri ero in grazia di dio, mettevo su le scarpe per uscirmene con gli amici e raccontarci un po’ di cose. La tv, truffaldina, ha saputo catturare la mia attenzione: a Ballarò si parlava dei pochi più e dei molti meno della riforma pensionistica.

Tra tutti, chi mi ha tenuto incollato allo schermo è stato l’economista Tito Boeri, il quale ha confermato tutte le frottole da me prodotte nell’ultimo anno a riguardo, aggiungendovi previsioni in cifre belle tangibili. Talmente tangibili da spegnere qualsiasi focolaio successivo di cicaleccio glassato alla parvenza politica.

Dopo di lui, la tragicomica sequenza d’eventi. La parola passa a Franco Giordano, il quale si gioca con nonchalance uno dei classici bonus di dati, di quelli che ti prepara lo studente facoltoso di scienze politiche che fai lavorare dietro le quinte, ma poi chiude con una domanda che non esiste né in cielo né in terra.

Un po’ interdetto, Floris chiama al commento politico Pierluigi Bersani, che esordisce con la faccia di chi non si è preparata la materia, scusi profe è che m’è morto i’gatto.

E lì, dopo decenni di “come l’è sporca la politica”, “è tutto un magnamagna” et simila, sono stato folgorato sulla via di Montecitorio.

Bersani, l’avreste dovuto vedere, butta lì una premessina che è una stoccata completamente gratuita a Bondi, talmente gratuita che conduttore pubblico ed antagonista politico stesso rimangono nel warp spaziotemporale del machecazzodice per un po’. Comincia per il nostro Ministro dell’Inviluppo una tortuosa, sofferente dissertazione, che ha chiaramente (mai così chiaramente!) come unico scopo il voler comunicare al forzitaliota il messaggio:”Dai aiutami, buttiamola a bagaglino, facciamo la carrettella con il solito formulario attizzapopolo. Altrimenti l’economista ci costringe a dire la Verità Sul Tutto e ci perdiamo entrambi!”.

Bondi, marpione, lo lascia sulle spine per un po’, che per lui è tanto di guadagnato nella vanity board della puntata. È Maria Teresa Armosino, evidentemente meno resistente al logorio dei taciti accordi da mestierante, a controbattere, concedendo il la al collega di partito. Farfugliano per un po’, in collegamento l’economista ha il sorriso rilassato di chi sapeva già cosa sarebbe successo, Floris capisce che non ce ne si cava più e manda la pubblicità. Non prima che Bersani possa dire qualcosa del tipo:”Io veramente oggi volevo parlarvi delle riforme”.

Ormai la mia serata era rovinata.

La finzione d’intenti della classe politica di questo scorcio storico italiano, non si è mai riversata così bene in un simulacro mediatico come ieri sera, titillata dal contrasto con la dura realtà dei fatti.

La sconsolante evidenza: non v’è soluzione al problema pensioni dal fronte Statale, ma lo spettacolo deve continuare perché dietro ogni poltrona parlamentare c’è una lobby territoriale che va preservata.

Lorsignori vorranno poi tenere in conto queste cose quando, sebbene io speri non succeda mai, cominceranno a volare i primi esempi di molotov par condicio della storia di questo Paese verso gli uffici di ambo le fazioni: un piccolo presente da parte della generazione che avrebbe dovuto campare fino a 80 anni, ma che già a 65 non potrà permettersi il cardiotonico, con 465€ di pensione al mese dopo 40 anni di lavoro precario.

Altro che nudo: qui al re si intravedono gli organi!