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Certo che bisogna davvero inventarsene una al dì, per tentare di vendere lo stesso identico prodotto di sempre, ma in una veste nuova, che possa catturare sia l’immaginario dei più piccini, sia le velleità salutistiche dei genitori.
In questo campo, la Kellogg è regina incontrastata del settore a livello pressoché mondiale, e la gamma dei suoi pubblicizzatissimi Coco Pops è un’armata indistruttibile. L’ultimo arzigogolo da colazione, forse il più elaborato, è il ChocoTresor, probabilmente così denominato per l’astrusa linea dei pensieri da pubblicitario in calore: sono dei cosi come dei bauletti di cacao, quindi baule, quindi tesoro. Vabbè allora ciao.
Premetto qualche cosuccia che poco c’entra col test in sé: uno, sono cari assatanati, costano l’ira di dio; due, secondo me anche nel latte allappano come fossero poliuretano. Fortunatamente, questi dati non riguardano il Wonkatest, che è stato effettuato su un campione gratuito, del tutto identico alla confezione per vendita al publico. E comunque, son gusti, divago a titolo personale.

Il punto d’incrinatura tra package advertising e prodotto effettivo, è proprio la struttura dei “cosi”. Sulla confezione si vedono questi bei panzerotti in miniatura, compatti, di poco spessore per lasciar spazio a ‘sta colata lavica di cacao imperiale. Prego confrontare con la foto che ne ho fatto io, e che vorrebbe ben altra nota didascalica: cuscinetti storpi farinosi e porosi, con tanto tanto spessore, dotati di iniqua cavità dalla quale tenta di farsi strada verso la luce un’ipotesi di surrogatone di pasta di cacao. Dai, sinceramente, un falso clamoroso.
Sul retro, in riferimento alla stessa gloriosa immagine d’abbondanza e perfezione, si legge la nota “immagine a solo scopo dimostrativo”. Ma ci sarà un limite legale alla scollatura tra immagine e realtà?

Qualche bauletto è più sgonfio degli altri, ma in genere sono tutti simili, a causa di una certa resistenza intrinseca, ma soprattutto per il fatto che sono oggettini piccoli e paciocchi. Un po’ si sbriciolano ma ciò non va ad inficiare la ripetibilità del prodotto. Voto medio.

Come ci si doveva immaginare per un prodotto per bambini e ragazzini, sulla confezione si esaltano effetti speciali a go-go, aure sante, scintillii sui bordi di cacao, testimonial da cartone animato, spighe noci quadrati di cioccolato, scritte aggiuntive, caratteri grondanti fluidi dolciari. Se non altro, il tutto è ben distribuito, e sul retro c’è praticamente un manuale enciclopedico, tra tabella nutritiva, contatti, informazioni, ingredienti e possibili allergeni. Tutto il necessario per rassicurare il genitore. Lato a per i più piccoli, lato b per i grandi.
Oddio, c’è da dire che non manca il tradizionale campo di testo con inenarrabili frasi ad effetto con grafica un po’ troppo mirabolante, ma insomma, i bimbi dai, voglio essere buono.
Una nota: negli ingredienti non sono riportati i codici europei per coloranti ed antiossidanti.

Per quanto mi riguarda, si tratta di uno sforzo in packaging nella direzione della menzogna, tanto più grave in quanto dedicata ai bambini che poi vesseranno i genitori per poterli avere (a carissimo prezzo, ripeto). Pur non mettendo in dubbio la qualità del prodotto, i Coco Pops ChocoTresor sono idealmente lì, in quella fascia di alimenti per la minore età che sta tra il cibo ed il giocattolo ingeribile.
Ah, e Coco the Monkey è chiaramente in acido, ecco.

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Eccole, sono loro! Terrore delle mamme durante gli anni ’80, gonfiabudella preprandiali per adolescenti perduti nel cuore del mercato: le patatine!
In realtà, oggigiorno più che parlare di patatine, usa parlare di snack, cioè di tutta quella fuffosa gamma di alimenti venduti previa parcellizzazione, di basso potere nutriente, basati su fecole di differenti provenienze, più supporto per spezie sintetiche che sapore naturale intrinseco. Difatti si differenziano principalmente per la foggia della suddetta parcellizzazione, che li caratterizza e, ahimé, nei casi più sfortunati dà loro un nome.
È la San Carlo, o meglio la Unichips Italia S.p.A., l’azienda storica italiana degli snack salati, a vantarne una gamma gigantesca. Non avrei mai immaginato se ne potessero fare talmente tante di patatine da costringere le rivali a rincorrere la prima della classe anche nelle singole forme.

Forma.
Su tutte le confezioni odierne di patatine e snack San Carlo, fanno bella mostra di sé campioni singoli del prodotto. Se escludiamo quella piccola colorazione/contrasto aggiuntiva, si può dire che l’immagine rappresenti il prodotto come realmente è, anche con una innegabile ricercatezza nelle raffigurazioni dimensionali corrette. Il prodotto trae vantaggio dall’imperfezione stessa delle forme, e spinge proprio sull’accentuazione delle porosità, che attivano maggiormente l’acquolina del consumatore.
Come esempio, si noti il Virtual, soggetto a bending in ogni foto anche del sito, meglio che mostrare un innaturale cono alieno troppo perfetto per essere vero.

Ripetibilità.
Che volete che vi dica? Le patatine sono da sempre soggetti stocastici, e quella è una loro attrattiva:”Miiii, guarda che patatina ipertrofica che ho trovato in questo sacchetto, ne riusciresti a trovare una uguale tu?”. Questa è una regola generale che vale un po’ per tutti gli snack del genere, e che comunque si limita alla scala dei pezzi, e non alle forme: queste in effetti rimangono statisticamene immutabili nella confezione, per la natura abbastanza resiliente dell’alimento, e raramente si trova l’imperfezione o la frattura.

Realismo.
Le confezioni San Carlo, svecchiatesi dall’antico brand rosso fuoco scintillante, ora son bellissime, standardizzate, sobrie con un sapore 2.0 che lascia le pacchianate concorrenti lontane anni luce. Certo, il prodotto indirizzato ai giovanissimi avrà qualche forma e qualche colore aggiuntivi, ma sempre nel rispetto dello standard: campo bianco, shadowing pieno, top/bottom band.
Però!
Però eccola la mazzata lisergica del giovane copywrighter, l’aggiunta imbarazzante che non ti aspetti. Giri la maggior parte delle confezioni, e che ci trovi? Una poesia in rima baciata che parla dello snack in questione, una imbarazzante e quantomeno inutile esposizione di surplus creativo di qualche povero mentecatto, l’allegra scusa per inventarsi con gli amici cinque minuti cinque di sano imbarazzo. Anche liddove non è la rima a farti rotolare in terra i sentimenti, fa bella mostra di sé una terminologia che vorrebbe essere giocosa, ma che sa di programmino per ragazzi da Italia1, sa di nebbia bambini da portare in palestra cemento ed industrie.
Gli Art Attack sono “super crocco-creativi”! La Classica “ti stordisce di allegria”!. Alle volte, la rima baciata prorompe e scivola su mancamenti micidiali, come nel caso delle Highlander. E poi, prese a caso:”Ti catturo nella rete per ballare insieme a te. Dai buchini guardi il mondo che ti sembra ancor più tondo.”, “…ha un gusto travolgente, una forma conturbante e scatena una tempesta dal sapore elettrizzante.”, “Candido, croccante, assolutamente inimitabile, il pop corn è un fenomeno che ha dell’inspiegabile…”,”…dal gusto speciale e così saporito triangolando la fame, mette in scacco l’appetito.”. E così via… e così via! Questo è ancora nulla, ma mi fermo qui lasciando a voi tutti l’orrore della conferma pratica.

Le patatine e gli snack San Carlo hanno subìto negli ultimi tempi un vincente e salutare svecchiamento del brand’s advertising, ma mi sa che qualcuno ha spinto troppo sull’acceleratore della macchina dell’eterna giovinezza, facendo pienamente sfociare il prodotto nel campo dell’imbarazzo assoluto.
C’è un colpevole fisico, che possa accollarsi il peso di tale scempio?

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Feticcio alimentare degli anni ’70/’80, movente di tormentoni televisivi ante seconda repubblica, ecco tornare a noi la Girella. La Girella, signori!

Il passaggio dalla Motta al Gruppo Buondì l’ha rimpicciolita un po’, ma la Girella reca seco tutta la policromatica cioccolosità, spauracchio delle mamme bacchettone d’altri tempi. Lo stesso Golosastro può vantare solo un leggero restyling, mantenendo intatta la proverbiale bramosia di merendine indiane anche sui nuovi media.

Una premessa: il sito della casa di produzione è chiaro, semplice, pieno di informazioni, e…col proprio WonkaTest! Sì, foto un po’ troppo chiara, ma più che veritiera, con imperfezioni, bucherelli e tutto.

Sarà anche più piccola, ma accidenti: è la Girella, si vede! Ne avranno presa una più bella delle altre, va bene, ma, diamine, è proprio la Girella! Che ci sarà mai d’aggiunto? Un po’ di riflessi posticci sul cacao? Una schiaritina generale? Peccati veniali, direi. Anche perché la Girella non è esente dal perdere un po’ di quel liquidino sospetto (sarà la margarina?) che un po’ tutte le merendine rilasciano all’apertura della confezione: olio di bellezza per i suoi muscoli di cacao!

Probabilmente, la Girella è il prodotto di un processo seriale ben più semplice di ciò che la complessa forma a spirale lascerebbe intuire. Dico questo perché, nonostante la foggia complessa, il soggetto è riprodotto nei vari esemplari con una costanza davvero notevole. Si riesce a distinguere un campione dall’altro solo previa attenta analisi delle poche imperfezioni, giocando a fare lo Sherlock Holmes dei grassi deidrogenati. Vi rispondo subito, và: no, non mi ci sono messo veramente con la lente d’ingradimento e la pipa in bocca, va bene?

Ma certo: sulla confezione ci sono tutti i personaggi che abbiamo imparato a conoscere anni fa; sì, si pubblicizza la sorpresa all’interno; vero, ci sono le scrittine con i celebri aforismi. Fatto sta che non si vedono pastori fecili che preparano la pasta, né magici utensili che per scelta senziente versano gli ingredienti in un graaande calderone ballerino, e nemmeno bimbi ariani sporchi di crema nella loro ebete felicità. C’è il prodotto. Dopodiché, tanti disegni ammiccanti per il target prestabilito.

La Girella è un soggetto che vanta cinquant’anni di affermazione sul mercato. Questa perduranza transgenerazionale vanifica qualsiasi azione correttiva apportabile all’immagine sulla confezione. L’ultimo baluardo pubblicitario prima della cruda realtà non necessita di fotoritocco, quando l’immaginifico popolare è già ritoccato, nella memoria degli occhi e del palato, dalla storia del prodotto. Ecco perché finisce con l’ottenere il voto massimo per la sua categoria di difficoltà

La morale è sempre quella: senza trucco, è più bella.

WonkaTest precedenti: 01, 02+03, 04, 05, 06.

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Era tanto tempo che da queste parti si attendevano test definitivi di prodotti dal packaging davvero ardito.
Sperando che in futuro accada ugualmente, ma in senso positivo, cominciamo col dire che il WonkaTest sui Kinder Brioss della Ferrero è un po’ un atto dovuto, un classico da citare, un immancabile standard di paragone della mistificazione.
Mi preme ricordare, ancora una volta, che in questo contesto non sono sondate variabili legate alla qualità effettiva del prodotto.

La forma del prodotto è una colossale bugia parallepipedica. Passi pure per certe perfezioni geometriche, che campeggiano asettiche sulla confezione. Ma spacciare quel lievitato eterogeneo ed impiastricciato per il pane dell’Eden è una scelta suicida; ipotizzare due candide lastre di latte solidificato, invece della cruda mescolata rovinosa realtà, è un mezzo crimine; proporre il prodotto in Technicolor dorato, aggirando le striature modello vecchia stampante ad aghi rotta, è una signora bugia!
Se proprio dobbiam trovare qualcosa di veritiero, si potrebbero notare le imperfezioni della zebratura, che nella realtà son così tante da aver costretto l’illustratore del disegno di packaging ad accennarle, seppur in forma molto ridotta.

Se non altro, il prodotto parrebbe essere abbastanza ripetibile, anche se la foggia di ogni pezzo si distingue bene dalle altre. Le variazioni principali sono dovute alla zebratura, che alle volte va troppo soggetta alla stocastica di produzione, ed all’eventualità di un pezzo preso dal bordo del pane di produzione.

La confezione dei Kinder Brioss è un meraviglioso esempio di dopaggio dell’advertising. Vi si possono trovare tutte le più classiche nefandezze accessorie dedicate ad un prodotto alimentare. E tutto ciò, all’insegna di una presunta “salubrità neonaturista”, tesi secondo la quale questa merendina è il bene assoluto, guarisce i paralitici e moltiplica pani e pesci, mentre tutte le altre sono cattive, fanno venire il colera e minano il cervello.
Tutto un proliferare di microinformazioni, scritte e/o disegnate, sugli ingredienti come panacea, di immagini agresti, di natura alpina, di mestoli da nonno di Heidi, di cornici che traboccano latte, di primule ed abeti. Di tutto.

Abbiamo il nostro G finalmente, con un voto veramente molto basso, una sòrta di minimo storico inarrivabile. Qualcuno dica alla Ferrero che, quando si schiaccia esageratamente il tasto stucchevole della presunta genuinità, l’effetto sull’acquirente finisce per essere totalmente contrario.

WonkaTest precedenti: 01, 02+03, 04, 05.

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Trattasi di un clamoroso caso di invidia del cereale.
Un bel giorno, qualcuno della Riso Scotti S.p.A. va al discount e compra quella misconosciuta meraviglia che risponde al nome di Choco Nippon. E, sin dal primo assaggio, egli pensa:”Oh ma anche noi possiamo farlo!”.
Questa è la vera storia che potrebbe essere successa o meno, sulla gestazione della barretta di riso e cioccolato CioccoRiso Scotti: più piccola, più zuccherata e sostanzialmente più fighettosamente nostrana della consorella estera.

La forma del campione di prodotto riportato sulla confezione non è  poi così lontana dalla foggia del prodotto reale, nonostante che i soliti aggiustamenti di contrasto cromatico lo facciano più simile ad un blocco di fondente che al latte. Questo perché si vuol giocare su un’idea di compattezza carica della barretta, che va rafforzata anche non considerando sulla confezione il fatto che molto riso traspaia in superficie.
Altro piccolo (ri)tocco di classe: l’assoluta assenza di vacuoli sul disegno in confezione, omogeneamente diffusi invece nel prodotto reale.

Il prodotto risulta altamente ripetibile, a meno di punti degeneri condizionati da agglomerarsi irregolare del riso, i quali, c’è da dire, son piuttosto rari. Come punto debole, si citino i bordi, che sono i primi a soccombere alla deformazione termica, con risultati però nient’affatto disastrosi.

Non considerando le immagini di prodotto ed il logo, la confezione si fregia di soli tre elementi di contorno, ed anche qui si individua un giocar di fioretto del packaging.
Il primo ad essere notato è sicuramente la ricca spiga verticale che divide lo spazio per il logo dal disegno laterale del prodotto: ancor più ideale e clamorosa in quanto disegnata, e non reale; sovrabbondante, quasi ipertrofica.
Inoltre, è più volte riportato il motto:”Il piacere del cioccolato al latte, il benessere del riso”. È questa una frasetta non scorretta, ma furba: insinua una combinazione tra qualcosa che piace ma ingrassa, con un qualcos’altro che la mamma ti ha sempre detto di mangiare per il tuo bene, sino a rasentare una utopistica annichilazione dei due effetti. Hai voglia a tentare un arrocco leggermente mistificatorio: qui c’è scritto 491 kcal ogni 100g, con un buon quarto di soli grassi!
Lasciamoci il meglio alla fine: sei  chicchi di riso in similavorio luccicanti quasi santificati, disposti a rosone; uno di questi emette uno scintillio da cartone animato. Un imperdibile colpo basso inferto alla sobrietà.
Come sia, s’è visto ben di peggio.

Verdetto: la barretta CioccoRiso va ad alimentare la folta schiera di prodotti senza lode e con poca infamia, i furbetti del packagino, il tocco in più che fa la diffidenza.
Ora per par condicio dovrei wonkatestare anche il diretto concorrente, mi sa…

WonkaTest precedenti: 01, 02+03, 04.

::wonkatest 04

Non dico il falso, asserendo che la voglia di WonkaTest sia scaturita da prodotti come quello in esame in questo quarto appuntamento col test del packaging selvaggio.

Sotto quindi con le Gocciole di casa Pavesi, marchio satellite della Barilla, i biscotti secchi che possono vantare una tra le più pesanti sventagliate caloriche per singolo pezzo (quasi 60 kcal!).
Le Gocciole si presentano in confezione da mezzo chiletto, ad un prezzo altuccio. In particolare, questa busta reca la scritta “più grandi e con più gocce”, introducendo così una specie di versione potenziata dei frollini.

Bene o male, la sagoma a goccia del biscotto è veritiera, sempre. Il problema è un altro: i biscotti raffigurati sulla busta non solo sembrano chiari candidi come impastati dagli angeli, ma portano incastonate delle vere e proprie gemme preziose di cacao, lapislazuli brillanti di un cioccolato che sembra davvero spinto di forza all’interno del biscotto raffigurato (con tanto di cratere intorno!). Non necessitiamo di analisi interferometriche per notare l’abissale differenza con la cruda realtà: cacchette di dubbio cioccolato sciolticchiato combattono tra di loro per conquistarsi un posto al sole. Davvero pessimo.

La ripetibilità del prodotto è molto alta: nella confezione è raro trovare biscotti rotti o danneggiati, e non c’è grande dispersione di detriti. La celebre forma a goccia si ripete senza errori per tutti i singoli pezzi. C’è solo quel minimo di briciolame sottile, che però si attacca facilmente alle rugosità e, soprattutto, al cacao laddove sia.

Che dire del realismo della confezione? Gli elementi di discussione non sono affatto molti, ma quei pochi che si scorgono sono imbarazzanti. Prima di tutto, si segnala la presenza di paffute gocce di cacao che, da sole o in coppia, se ne vanno in giro, a mostrare tutta la loro zuccherosa senzienza. Dopodiché, bellissimo più che mai, lo splash della gocciola nel latte in tazza, chiaramente aggiunto con Photoshop; di un colore differente dal latte stesso, di forma assolutamente non rispondente alla fisica di questo universo, e con una prospettiva alla Escher. Capolavoro.

I punti decimali che le Gocciole Pavesi guadagnano sul totale finale, riescono ad evitargli la vergogna dell’ultimo girone infernale. Nonostante ciò, appare evidente come l’intero packaging giochi sull’evocazione di un’abbondanza calorica anche visiva, che, di fatto, non è vera. La distanza tra le gocciole vere e quelle virtuali appare essere incolmabile: tra l’una e l’altra, ci passa l’intero immaginifico di un’era della comunicazione commerciale.

WonkaTest precedenti: 01, 02+03.

::wonkatest 02+03

È passato molto tempo, dal post precedente. È che in primavera non si riesce a resistere dall’inforcare la bici ed andare sui ponti a prendere il primo sole e l’ultimo vento, Gattasorniona sa cosa intendo. Oggi poi, l’aria è satura del profumo di fiori, proveniente chissà da dove, forse da tutte le direzioni. Un’aspersione così potente, da confoderti le idee e, se sei in bici, anche l’attenzione al manubrio.

Ma questo non significa che io sia rimasto con le mani in mano. Ecco altri due veloci WonkaTest, che seguono i diretti suggerimenti degli amici che commentarono il primo.

Non so se avete notato, negli ultimi tempi (e non faccio gli esempi ovvi) molte case mettono sul mercato la versione special limited EX soopah-doopah olé olé eccetera dei loro prodotti più semplici e popolari, in un anacronistico rigurgito anni ’80.

La Loacker non si sottrae alla moda imperante, e rilascia una sòrta di potenziamento cioccoloso dei già ottimi wafer al cacao, tagliati più larghi e bassi.

La forma riportata sulla confezione non è molto veritiera, ma probabilmente, giocando sul grandangolo in modo così estremo, è facile confondersi. Purtroppo, un così pronunciato effetto lente fa immaginare chissà quali spessori del nero agognato ingrediente, cosa assolutamente non vera.

Il prodotto ha una struttura rigida, quindi di facile riproducibilità. Certo, la sua fragilità porta a qualche rottura, ed il perimetro è sempre e comunque caratterizzato da una nuvoletta di briciole che si incolla a quel po’ di crema nera fuoriuscente dai bordi per risposta termica. Nonostante ciò, và, ci si può ritenere abbastanza soddisfatti.

L’immagine sulla confezione risulta abbastanza sobria, giusto con un colpo di livellatura colori per mettere in evidenza la trama del biscotto. Assolutamente velleitarie, ma di puro ornamento, le roselline che dovrebbero fare molto Heidi col nonno e Nebbia, appoggiate a dei blocchi di cacao fondente un po’ fuori luogo, ma non di tanto.

Il coefficiente di difficoltà è neutro, quindi nullo: materiale solido ma fragile.

La categoria risultante è la E. Questo perché il trucchetto del grandangolo sa un po’ troppo di furbata volpina, su un prodotto abbastanza riproducibile. Bah, poteva andare peggio…

Accolgo il primo dei suggerimenti dei commentatori, e ne aggiusto la mira di finezza, puntando ad una confezione famiglia del genere sfizioso. Per capirsi: il “genere sfizioso” ripropone la stessa materia, in una forma più accattivante, solleticando l’aspetto ludico del consumo alimentare. In questo caso, i Mini Coni sono riproduzioni in scala dei due gusti del cornetto Cinquestelle. Nella confezione, metà sono al gusto vaniglia, metà al cacao.

La forma reale del prodotto si allontana non di poco dall’utopistica simmetria del disegno sulla scatola, riproponendo il problema già visto nel WonkaTest 01 riguardo la distribuzione dei materiali in testa al gelato. Ora, con una superficie minore, il problema è ancora più evidente, e coinvolge anche le onde di cioccolato. Ma la vera tragedia riguarda il cono alla vaniglia: quello che in figura riprende il disegno del gemello, nella realtà è realizzato come un’accozzaglia casuale di caramello e mandorle, su un letto stocastico di spruzzi di cioccolata. Una vera falsità.

L’assoluta casualità con la quale avvengono le coperture dei coni, rende il prodotto malamente riproducibile, sebbene la stazza ridotta dei coni conferisca una maggiore resistenza agli effetti termici, ed alle fratture del corpo del cono.

A parte ciò che riguarda il disegno del prodotto stesso, elemento che pesa sulla prima voce in pagella, la confezione riporta un po’ di arabeschi su sfondo blu notte, due quadratini di cioccolata (cosa non falsa, è vero che ci sono le gocce di cacao), ed alcune ipotetiche mandorle da fiaba nordica a braccetto col Photoshop.

Il coefficiente di difficoltà è quello relativo ai gelati commerciali .

Come nel caso precedente, la categoria risultante è la E, quella della piccola mistificazione. Questa volta, tale giudizio non è stato causato dalla furbatina strategica, ma dalla piena ed evidente mancanza di connessione da parte di uno dei due elementi valutabili, nei confronti della sua più immediata pubblicità. È chiaro che, trattandosi di un gelato e non di un wafer, il coefficiente di difficoltà conferisce un clemente arrotondamento al voto globale. Ma il bambino che è in noi non se ne farà una ragione, comunque.

WonkaTest precedenti: 01.