::affinità e divergenze fra i compagni genitori e noi

::genitorissimi bellissimi bravissimi reciprocissimiÈ sabato, di sabato lavorano in pochi. Eppure c’è sempre gente in transito in auto, in treno, in metro. Mi hanno spiegato che, vacanzieri del weekend a parte, è di sabato che si concentra lo spaccio dei figli dei separati e divorziati. Io nutro l’assoluta convinzione che sia una larga fetta della voce “trasporti” del PIL nazionale, ad essere alimentata dagli spostamenti dovuti a quel rigirìo di turni d’affido, psicologi infantili, avvocati, assegni di mantenimento e chissà quant’altro, che allieta le giornate dei genitori separati, non solo di sabato.

Fanno tenerezza, i separati che impacchettano e si palleggiano i figli secondo calendari più o meno morbidi. Perché vogliono credere e far credere al resto del mondo quanto la prole percepisca in ogni caso l’amore, questo meritato flogisto non più concentrato nella brutta e vecchia famiglia tradizionale, ma canalizzato tra babbo, mamma, nuova compagna, ex nuovo compagno, nonni della ex, fratelli e sorelle dell’ex ex, godzilla, la formazione del 1972 della Nuova Compagnia di Canto Popolare tamburelli esclusi e Napo orso capo. Le loro pagine social si riempiono così di link e like ai post ricchi di fibre per la pulizia intestinale della propria morale, saviani, balassi, furfari, saveritommasi, famigliarcobalene, femminism* asteriscat* e tutto l’armamentario populista di autoaiuto e promozione di sé, che evidenzia quanti non facili tradimenti alla propria etica mors tua vita mea abbiano bisogno di controbilanciare agli occhi propri e degli altri.
Non è un segreto che un trauma come quello della separazione dei genitori rientri in un giro di altri traumi che presto o tardi un bambino/ragazzino/adolescente dovrà comunque naturalmente affrontare, quindi nulla poi di così drammatico. Ma di tutte l’esperienze da ritrovarsi ad affrontare, la separazione è certa, le altre solo possibili. Certa, e di entità variabile tra situazione amichevole e guerradeiroses. È questo che rende divertentissimi i tentativi plurimi dei separati di comunicare all’universo l’assoluta vivibilità della loro condizione, e la tenuta stagna di quest’ultima all’interfaccia con la felicità dei pargoli.

Noi algidi figuri, ostinati nel non voler dare figli alla patria, abbiamo il dovere, ma anche il piacere, di supportare i nostri amici che hanno fatto una scelta di vita differente dalla nostra, alle volte differente anche dalla loro di qualche anno prima. Noi che serriamo i denti leggendo il commento “belli belli che siete” che una famiglia fa alla foto di un’altra famiglia su Facebook, stridìo di gesso sulla lavagna dello stile, veniamo già dal duro training del sincronizzarci col depauperamento cronico degli amici ora genitori. Amici che per le nuove tempistiche di vita sono costretti ad essere sempre meno sul pezzo pressoché su tutto, e ti postano la gif incredibile che hanno scoperto oggi, quando era meme diffusissimo tipo due settimane fa; che ti parlano di album già vecchi e ti costringono a fingere di non esserne a conoscenza, pur di non farglielo pesare; che per quanto preservatori del proprio stile, devono ora sottostare loro malgrado a quei compromessi etici ed estetici che solo fino a qualche anno prima avrebbero scatenato tra noi amici esorcismi e messe nere con minipony sgozzati ed arsi sulla brace.
E allora forza, quando gli amici separati con figli innescheranno panegirici di fatata autoassoluzione, ispirati dai post di lamenteemeravigliosa.it, ebbene noi saremo lì, di fronte a loro, con l’espressione più accondiscendente e sdolcinata che riusciremo a fingere, a fare quella strettina di palpebre col movimento della testa che fa intendere:”Ma certamente che è così, è proprio come dici tu, hai sempre fatto tutto benissimissimo”.

Se siamo davvero degli amici, glielo dobbiamo. Motiveremo così quel bicchiere di rosso sorseggiato insieme a loro sul divano, una volta mero apripista di socialità fuori casa ed oggi trasgressione estrema, mentre nella stanza accanto Niccolò sta dando fuoco alle lenzuola, per comunicare qualcosa che non capisco a qualcuno che davvero non so chi possa essere.

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