::youth

È maggio, fioriscono i prati, c’è Cannes, e in rete tornano rigogliosi i flame livorosi su Sorrentino: “Il film di Sorrentino è una merda, vi meritate Moccia ed i cinepanettoni!”, “Il film di Sorrentino è un capolavoro, vi meritate Moccia ed i cinepanettoni!”. Secondo me è per questo che i film di Moccia ed i cinepanettoni fanno gran soldi al botteghino: alla fine se li meritano tutti.

Nel buen retiro elvetico tra le Alpi, ex sanatorio del dottor Friedrich Jessen nel romanzo di Thomas Mann, interagiscono vari personaggi che fanno i conti con lo scorrere del loro tempo: il direttore d’orchestra tumula il proprio passato professionale e sentimentale nel segreto di ensemble di campanacci bovini e voli di stormi; l’affetto di coppia di sua figlia subisce il primo smacco dell’età; il regista scrive la sua opera, ultima e testamentaria, avvalendosi del brainstorming con giovani sceneggiatori hipsteroni; il giovane attore apprende di essere un non più giovane con dei limiti invalicabili; la miss universo muta le sue forme occasione per occasione, annullando il tempo; la coppia in là con gli anni preserva il suo equilibrio alternando silenzi conflittuali prandiali a pulsioni erotiche voyeuristiche; nel corpo offeso dal tempo e dai vizi, il campione di calcio conserva una gamba sinistra di leggendarie capacità funamboliche. Fuori dalla stregoneria dell’albergo, c’è chi ha già risolto il suo enigma: la giovane massaggiatrice che può permettersi di spendere le pause in sentitissimi solo di Just Dance 2014; il figlio del regista e compagno della figlia del protagonista, che sceglie la leggerezza alle motivazioni importanti dei legami affettivi canonici; la diva sul viale del tramonto, che pur di conservarsi artefice sola del suo destino resta al passo coi tempi, in barba ai moralismi più proverbiali. Ma i desideri non invecchiano quasi mai con l’età, e alla vecchiaia ci si può cedere, ma non credere. Oppure, quando è il tempo a deluderti nell’amore, la salvezza è tra le braccia forti di un alpinista, uno semplice, uno che invece vive negli spazi, qui ed ora.

All’angolo destro, con grande cura dei particolari, la fotografia di Bigazzi. Finalmente scevra da certe velleità dei carrelli a tutto spiano, si conferma marchio di garanzia nell’estetica del cinema di Sorrentino, una coppia che funziona e si vede. Il sogno veneziano del protagonista all’inizio del film è uno spot da profumo francese di quelli che poi vincono gli advertising award. E ancora, scorci alpini meravigliosi, carrellate a mano e ralenty descrittivi, riferimenti sin troppo palesi a Magritte e Caravaggio, in una sòrta di professionalissimo laccato d’autore. All’angolo sinistro, con contorno di caratteristi come la Belisario, gli attori e le comparsate. Jane Fonda da urlo, Caine e Keitel coppia totalmente convincente. A Rachel Weisz, bella e brava, fanno fare la prova da attrice cavaliera dello zodiaco, vai Rache’ fai vedere come sei una grande piangendo a comando nel primissimo piano lungo e patetico in cui sciorini la storia di una vita in un botto solo. Nel ruolo di sé stessi, qui regolarmente senza link, tutto un firmamento pop di gente che c’è voluta essere, meno il Maradona originale: Sumi Jo con Viktoria Mullova, Paloma Faith, Mark “Sun Kil Moon” Kozelek. Al centro, l’arbitro. Una ciclopica macchina di non so più quante produzioni, seguite da ancor più sponsor. Ad esempio: mele del Trentino dappertutto, mele come se piovesse, mele su mele su altre mele, un film sulla produzione di mele! Millemila persone ognidove, e fanno duemilamila occhi, che non sono riuscite a sventare l’avventato blooper della mela nel piatto di Keitel che cambia posizione di continuo, durante la scena in cui c’è Julian…o dobbiamo pensare ad una volontà malandrina?

In mezzo, schiacciato malamente, a prendersi le mazzate di tutti, il regista ed il suo racconto. Uno sciorinare persistente di retorica telecomandata, e di rimandi continui tra serio e grottesco che lasciano in bocca il gusto della narrazione incompiuta e dimenticabile. Botte e risposte sempre miranti all’affabulazione dello spettatore più semplice, all’aforisma condivisibile sul social network, Paolo Fox del pathos, farcitura di libriccini estivi “Le migliori frasi tratte da…”. Che fine hanno fatto i personaggi del non detto, delle risoluzioni radicali ed improvvise per natura umana, dal carisma tridimensionale ben incastonato nel contesto della storia? Tutti ricordi di quello stile non di maniera che tanto e tanti convinse, e che oggi ritroviamo stravolto in questo capitolo ultimo del percorso del regista, prettamente manieristico, oltretutto condito da stravaganze di facile presa (il finto video della popstar, il volo dello stormo in sincrono col concerto immaginario di Caine).

Stravolgimento, manierismo, retorica. È male questo, forse? Non necessariamente. Si parla di un bel film non memorabile, ma di un bel film. Esistono in questo mondo belle cose da vedere al cinema, che pur mostrano una sproporzione notevole tra sforzo estetico ed empatia narrativa, e “Youth” è un po’ l’equivalente del polpettone Marvel nel campo del cinema d’autore. Le immagini sono potenti, i corpi sono sinuosamente eccitanti o angosciosamente sfatti, le interpretazioni godibili, l’atmosfera generale è quella della spiegazione in classe del profe quando un po’ t’annoi perché la sta facendo capire anche ai più duri di comprendonio. È Sorrentino stesso, proprio a conclusione della storia, a suggerirci la leggerezza come soluzione. Il regista è lui, perché contraddirlo?

Nota a margine. Nonostante “Youth” sia in sala da poche ore, il culo della labbrocanottatissima modella romena Mădălina Diana Ghenea è già su qualsiasi materiale informativo distribuibile in questa galassia e le confinanti, e tutti ne parlano come la nuova musa di Sorrentino. Che sia chiaro: la nuova musa di Sorrentino è Luna Zimić Mijović, classe 1991 quasi ’92, meravigliosamente assuefatta al gioco durante la sua performance di “She Wolf (Falling To Pieces)”. Luna Mijović u-na di no-i! luna_zm

::ryoji ikeda er capo ‘n frego sbo’ dei flescioni de tutta tokyo proprio!

E qui torna utile il blog, nella sua ancestrale funzione di memento immateriale, cibo per i motori di ricerca: l’hai scritto, esiste, è rintracciabile, punto. Oggi il mio scopo sarà proprio questo: lasciare traccia di questa mia recens…ma che dico, opinione; per far sì che in futuro qualche interessato possa leggere, appunto, un’opinione una maledetta una, riguardo le performance di Ryoji Ikeda, artista audiovisivo giapponese di stanza a Parigi dedito alla computer art, tornato a Firenze cinque anni dopo il live di Datamatics 2.0 col nuovo lavoro: Supercodex. Non è importante che la mia sia o meno un’opinione particolarmente valida, ma che sia un’opinione, una interpretazione o giudizio in corrispondenza di un criterio soggettivo: basandosi su motivazioni definibili e comunicabili, uno dice la sua su un argomento, un altro leggerà e se ne farà un’idea. Non sarebbe facile, così? Sì, con un minimo di strumenti interpretativi sì. Ma se cerchi in giro, ne trovi pochine.

Trattando di artisti dall’approccio non propriamente pop, in particolare questi qui delle arti digitali, sono generalmente tre le tipologie dei commentatori: gli artistoidi velleitari, i complottisti negazionisti e gli psichedelici fetali. Evitarli tutti all’uscita del teatro, solcando la folla in direzione del primo pub aperto, per non ascoltarne le esternazioni, è scelta obbligata.

Gli artistoidi velleitari, potendo permettersi di non lavorare per vivere almeno per un periodo della loro vita, si dedicano al Bello per mestiere, credendo di poter colmare col loro presunto gusto, radar infallibile del detto Bello, le terribili lacune culturali che si portano dietro sin dal liceo di Sibari o di Arzignano. Non potendo capire cosa hanno visto, parlano con lessico folk di cosa è rimasto loro, un lancio speranzoso di palline da ping pong alle bocce dei pesci rossi del luna park. Trattandosi di computer art con musica e visual, i discorsi su ciò che gli è rimasto impresso tra un messaggio di WhatsApp e l’altro, sono del tipo “la musica a palla andava al ritmo de sta cosa a forma de sinusoide che se apriva” (era un’onda quadra a frequenza crescente ed oscillante), “cioè capito ch’ha fatto questo, è come visualizza’ la musica stessa” (eh, lo fa anche la tua autoradio, da un po’), “ci ha fatto vedere come danzano i bit ed i bytes del computer, sto pazzo visionario” (pronto, 118?).

I complottisti negazionisti hanno mangiato la foglia: avete tutti timore di essere bollati come reietti della scena culturale, e non trovate il coraggio di urlare che il re è nudo, che questa produzione suona come una moneta fasulla. Ma noi sì! Noi furboni non cadremo in quest’orrendo tranello cattoplutodemogiudaico a doppio turno. E vogliamo parlare delle scie chimiche, eh? Eh?

Gli psichedelici fetali descrivono qualsiasi q-u-a-l-s-i-a-s-i performance minimale elettronica, glitch, digitale e quant’altro, come un viaggio cosmico introspettivo condotto in zone del cervello sconosciute alla scienza medica, coinvolgente ipotetiche droghe naturali la cui produzione pancreatica è indotta da quei suoni e quelle immagini, rito esoterico di iniziazione a stocazzo. Novelli Aldous Huxley fuori tempo massimo, sono tutto un delirio di: algoritmo dell’universo, viaggi in astronave ai confini della galassia, rinascite in universi paralleli, i cancelli della percezione, sai che usiamo solo il niente percento della nostra mente?

In definitiva, se tergiversate coi rollatori di tabacco nel dopo spettacolo, non c’è cavoli: vi beccate tutti gli Er Pips in “Er Pips spiega la Computer Art”. Assolutamente inaffrontabile.

Tutto questo ci può anche stare. Quando però leggi varie cose a riguardo, e quindi non opinionismo del drum all’uscita della sala ma articoli ponderati nei giusti tempi e spazi, ritrovando più o meno la stessa inconcludenza, ecco che allora un po’ inizia ad insinuarsi il dubbio che qualcuno, in fondo in fondo, non stia poi tanto capendo la dance.
Un esempio, peraltro assolutamente tra i meno indecenti eh, è il live report di Patrizio Buralli per la rivista SentireAscoltare, psicofetale quanto basta per scrivere di “…suggestioni meccaniche futuristiche…”, “…una sorta di astronave spaziale…” (eccoci…), “…ambientazioni oscure di un ipotetico futuro dominato dal grigioscuro e dal nero…”. Ora: a me fa piacerissimo che Patrizio abbia goduto dello spettacolo, seguendo certe rotte in diagonale dentro la Via Lattea, ma avere qualcuno lì che avesse potuto andare oltre il “scioè rega troppo un trip” non sarebbe stato male; e posso assicurare che Patrizio ha scritto oro rispetto a molti altri colleghi. Abbiamo gl’indirizzi universitari per l’arte visiva, che diamine, e tutto ciò che si trova da leggere è Er Pips in “Cioè zio nun pòi capi’ i flescioni popo a rotella bobobobobò de cose mezze futuristiche abbestia”?
Allora mi son detto: vabbè, il live, l’emozione anteposta all’analisi, leggiamo invece le recensioni degli album. E così, finisco a leggere di “suoni digitalissimi” e “fascino dell’errore che diventa musica” in una recensione di Supercodex che, fondamentalmente, dice:”Sì gnamo sei bravo e acculturato, però mobbasta hai rotto il cazzo, prossima volta cambia”; oppure di “portavoci di valori performativi…[taglio]…oltrepassano la frequenza”, e l’immancabile “le regole dell’imput/output” (sic, sì proprio iMput) della recensione di Test Pattern (c’è comunque da dire che la Bracco, che da tempo adora Ikeda, alla fine è quella che un minimo di cose te le passa…).

Se io che sono un mezzo raccattato, e non certo l’esperto del settore, c’ho visto due cosette due, spunto per, eccoci, un’opinione, sul lavoro che Ryoji Ikeda c’ha presentato, sicuramente c’è gente che queste cose le fa di mestiere e le può sviscerare in modo anche illuminante. Mandate loro, a parlare di queste forme d’arte, e ne gioveremo sicuramente tutti di più. A dispetto del ‘tutto si può dire, perché l’arte è solo soggettiva’.

Vabè, basta così, e perdonate l’esser sembrato presuntuoso, e pretestuoso a tratti. Scrivo cosa ne penso io del concerto, perché possa essere controcriticato, vinca sempre la sportività.

All’inizio assoluto di Supercodex, Ikeda sviluppa una singola onda quadra in tutta la gamma di frequenze possibili col suo impianto, dalla più bassa alla più alta. È un marchio simbolico per dirci: io la userò, e vi farò divertire. Questa è proprio la linea di demarcazione tra precedenti lavori più concettuali, Datamatics in primis, e quest’ultimo, molto più musicale (stavo per scrivere ‘melodico’ ma mi son fermato in tempo), dove i pattern sono usati spesso come veri e propri riff.
Datamatics era una riflessione sensoriale sulle molteplicità reale e virtuale, con uso esteso di grafica vettoriale wireframe (cosa che avvicina la sua forma d’arte più alla demoscene che alla musica). Ad esempio, la raffigurazione del firmamento stella per stella era accompagnata da un glitch audio per ognuna di queste, che diventa suono nella di esse moltitudine; ma queste sono accompagnate anche graficamente dai loro dati, che pure compongono una moltitudine, ma virtuale. Ci basta quindi alzare lo sguardo e guardare le stelle, o siamo interfacciati solo alla conoscenza di queste attraverso nomi distanze posizioni, come se guardassimo la luna nel pozzo?

Supercodex no, è più ludico, apparentemente meno impegnato, terzo ed ultimo capitolo di un trittico di lavori che mira all’estrapolazione del suono per il suono stesso. Anche la rappresentazione è semplice per la maggior parte della performance: due canali stereo visualizzati, con l’onda prodotta al momento descritta semplicemente per frequenza nella sua durata. La furbata dell’autore è: giocare sì con tutta l’onda, ma specialmente con la “grana” di questa, cioè con la sua densità. Se all’inizio ciò che ascoltiamo (e vediamo come fosse verifica grafica) ha natura prettamente digitale, ecco che il nostro inizia a divertirsi perturbando l’onda, ed impacchettandola ad imitazione di tutte le altre. Ed ecco il suono della triangolare, l’acidita della sawtooth, le combinazioni ardite delle tre, e con l’ausilio di un circuito randomizzante arrivano pesantissime percussioni da rumore bianco che più che ascoltarle dalle orecchie si percepiscono direttamente nei lombi: il più digitale dei suoni diventa così materia organica ed evolve superando la sua natura binaria, super codex.

La lineare, semplicistica se si vuole, rappresentazione grafica del suono scelta dall’autore, tende ad essere scevra sia di colori che di forme, e solo a tratti è intervallata da alcuni pattern costruiti con le stesse variabili ma sviluppate in profondità con origine centrata, come fossero corridoi in wireframe, molto simili all’effetto oldschool detto shadelines (anche qui: demoscene più che musica). Tanto basta, per ricreare quell’estetica elementale rigorosa che contiene il suo messaggio senza disperderlo nella complessità, quando il segnale, da freddo, si ammorbidisce nel diventare più elaborato. Non c’è da pensarci più di tanto, c’è invece da apprezzare ciò che si vede e si sente, fino a scoprirsi sorprendentemente con la testa in leggero headbanging a tenere il ritmo, un ritmo che nelle fasi iniziali del processo di organicizzazione del suono mai avremmo osato credere presente. E spezziamo una lancia a favore del Caliri, che questa “musicalità”, come lui scrive, l’ha segnalata nella recensione sopracitata.

Ryoji Ikeda si conferma artista a tutto tondo, mai banale per ricerca e rappresentazione nel suo viaggio continuo all’interfaccia tra il numero e la vita, e riesce a portare agevolmente avanti una produzione su ben tre fronti, come compositore, performer e visual artist. Che in futuro riesca a trovare l’ennesima chiave di lettura della sua visione, solo il tempo ce lo saprà dire.

::babbo guardami ho sparato a bambi

L’estate per me è anche tempo di luna park e sale giochi, occasione per grandi sudate durante sessioni spettacolari a DDR e Pump It Up (ITG2), corse sui kart, minigolf supercompetitivi, tornei infuocati di air hockey, immancabili citazioni cinematografiche giocando a flipper vintagissimi, bowling fino a spezzarsi i polsi, senza contare tutta la vasta, eterogenea gamma di cazzaterie ludiche proposte in queste zone franche di spasso e zanzare, dal crane game al purikura, dall’Hurricane ai giochi a premi zingarissimi.

Soffermandomi sul solo argomento ‘videogiochi arcade’, ammetto che un po’ m’inorgoglisce la mia curiosità verso le nuove proposte in sala. I nuovi giochi da bar nulla hanno a che fare con quelli del nostro passato, diciamocelo. Queste supermacchine quadcore dotate di interfacce di gioco all’avanguardia, montate su monitor LCD da 45″, costano un botto, si ripagano in tempi lunghi e sono connesse direttamente sia tra di esse (per giocare online) che con i maggior social network (per postare video e risultati delle proprie performance).
Pur trovando maggior soddisfazione nei giochi di 25 anni fa, non sarò certo io il vecchio brontolone che perde tempo a criticare la vita e le stagioni, invece di scoprire le novità del settore.

Quest’anno ho visto l’impressionante nuovo gioco della più che decennale serie Big Buck Hunter, coinop sviluppato dalla Play Mechanix e prodotto dalla Raw Thrills, che simula intere campagne di caccia in differenti scenari, da giocare con i fucili offerti come interfaccia. Quindi, si caccia qualsiasi animale dappertutto, più vari scenari bonus d’intermezzo dai temi fantasiosi, con una sola regola: non si spara ai cuccioli ed alle femmine.
Il tema è alquanto forte, ed i giochi son fatti benissimo: questa nuova versione HD su schermo gigantesco da 55″ è realistica all’inverosimile, e non si può rimanere indifferenti quando un animale viene abbattuto, sia questo motivo di gioia o di orrore.

Ciò che si nota molto, è che questa serie di giochi ha un’utenza estremamente caratterizzata e riconoscibile, specie in USA. Ma anche qui da noi!
Ci ho visto giocare molti ma molti più padri che figli. I bambini avevano la faccia stupita del “ma che sto facendo”, persi in un’alienazione tipica del mondo infantile che sfuma i contorni della realtà. I padri erano tutti incattiviti davanti al monitor, ed appartenevano tutti a quel genere tatuato e guidatore di SUV, di gente che nella vita riconosce prevalentemente la legge del più forte, solo cammuffata da quattro regolette quattro di convivenza più o meno civile.

Ho sperato che Big Buck Hunter fosse una serie di nicchia, adorata da quella fascia di repubblicani estremi col mito pionieristico dell’America da conquistare alla natura palmo a palmo, ma è stata una speranza molto vana. Il gioco è stato sviluppato anche su iPad, iPhone, è diventato un flipper, una slot machine e chi più ne ha più ne metta. E fa tanti ma tanti ricavi.
The Arcade Experience è un poco riuscito libro sulla situazione attuale delle sale arcade, scritto in un inglese molto opinabile da uno che una sala giochi ce l’ha e la porta avanti da un bel po’, pieno di refusi e, caso raro, addirittura senza numeri di pagina. Il suo grande merito è di essere sì aggiornato, ma soprattutto cinico e disincantato. L’autore annovera Big Buck Hunter tra “…le serie che, ognuno pensi ciò che vuole, hanno salvato le sorti di molte sale e bar…”. Da tale frase si evincono due cose:
1 – qualcuno avrà sicuramente fatto notare che una simulazione realistica della caccia al tutto, magari, non era proprio l’argomento più ricreativo del mondo;
2 – l’utenza desiderava da tempo un gioco così, e l’ha premiato a botte di quarti di dollaro.

In decenni di videogiochi arcade, abbiamo sparato a tutto, ben consci del fatto che il coinop rappresentasse solo un simulacro ludico della guerra, dell’omicidio, della catastrofe. Negli stessi decenni, fior fiore di programmatori elaboravano intelligenze artificiali sempre più complesse, che potessero rispondere al fuoco in modi sempre più efficaci. Questo ci ricordava che non si può sparare senza essere sparati a nostra volta.
Big Buck Hunter invece è un gioco in cui ci si apposta in silenzio per sorprendere con colpi di proiettile rapidi e precisi delle rappresentazioni di altri esseri viventi, che però, ed ecco la novità, non possono difendersi, non attaccano l’uomo, corrono via per salvarsi. Ed il gioco sta proprio nell’abbatterli tutti e bene, con tanto di remunerazione in base al punto d’ingresso del proiettile.

Non sono un animalista, non sono vegano né vegetariano, non sono espressamente contro la caccia, non mi scrivo cose ribelli sulle tette nude e per di più le tette non ce le ho nemmanco. L’argomento non è: la caccia sì la caccia no. L’argomento è: potrebbe esistere un problema etico nel giocare questo coinop? Non fa impressione a voi adulti, non avreste problema a farlo giocare ai bambini? Si può essere premiati per aver ucciso meglio o peggio un essere indifeso?
Più che uno “sport”, per me la caccia è uno strumento di regolazione di un ecosistema, e solo in quanto tale può successivamente essere considerata un po’ come si vuole. I casi di caccia per procacciamento alimentare ci sono ancora, ma non certo nei Paesi evoluti. In entrambi i casi, un’aura di sacralità circonda la caccia, per proteggere quell’intersecarsi della nostra etica di uomini che sopravvivono in una natura che c’ha fatti animali a nostra volta. Un’attività ludica, sebbene simulata, basata così realisticamente sulla caccia, dissacra il significato della caccia stessa. Irride la natura.
Per questo motivo, non giocherò mai a giochi di questo tipo.

Ma ecco una ciliegina sulla torta, a sorpresa.
Con l’avvento di Big Buck Hunter HD i ragazzi della Play Mechanix ci regalano un ulteriore incentivo per convincerci che abbattere bufali e spiaccicare rospi (sic) sia una cosa da veri ganzi. Cosa mancava al tripudio testosteronico della caccia grossa?

Esatto, la figa.
Ad ogni tipologia di animale da abbattere, è dedicata una Guida di Sentiero, ragazzotte evidentemente appassionate di shopping nelle basi NATO, che vi attendono alla fine di una campagna per lodarvi o comunque supportarvi, ma fondamentalmente sempre per accrescere le vostre mire tutte ipotetiche di diventare il maschio alfa. “Uao, che uomo sei, io so apprezzare il coraggio di chi spara restando nascosto, per uccidere bestie che perlopiù scappano per la loro sopravvivenza. Pertanto eccoti due moine ed un ondeggio d’anca, smack”.

::la grande bellezza

Paolo Sorrentino ritorna in Italia, e all’Italia, dal suo on the road fuori tempo massimo della precedente opera. Ci ritorna pieno di sponsorizzazioni, di product placement, e di quella inguaribile voglia di Fellini e Visconti che alle volte sfocia in un pacchiano (però) sincero.

Jep Gambardella ha proprio il lavoro che fa al caso suo. Critico d’arte e spettacolo nonché giornalista di costume, gioca con disillusione tutta sua alla ricerca del bello, ma sotto la coltre di cinismo agogna ancora di incrociarne le occasionali espressioni, ed ancora le sa riconoscere. Le sue passeggiate romane in cerca della bellezza, sia essa nascosta nel piccolo urbano che nelle maestose magioni nobiliari, hanno quotidiana conseguenza nelle serate salottiere e/o sguaiate della Roma godona di dagostiniana memoria, vacuità alimentate ad alcool coca e grottesca decadenza in cui diluire la delusione dell’ennesimo fallimento, sconfitta sabbaticamente miscelata tra le altrui sconfitte.
Le speranze sopite di riuscire nella sua missione, e quindi scrivere un secondo libro dopo un’opera prima di successo, si riaccendono alla notizia della dipartita di un suo amore adolescenziale, vaso di Pandora di un cardine temporale preciso in cui bellezza e purezza coesistevano senza necessità di doverle scovare ed ingabbiare.
Da lì, una serie d’insuccessi e delusioni alla ricerca di un risveglio morale e motivazionale, sino all’avvento di una santa oracolare, fulcro di assoluta incorruttibilità a qualsiasi aggressione ambientale dall’esterno. E sarà proprio una innocente ed inaspettata freddura buttata lì dalla santa, in uno scenario fuori dal tempo davanti ad una Roma a tinte caravaggesche, ad aprire sguardo e cuore di Jep Gambardella: la bellezza è sempre stata con lui sottotraccia, nei chiostri dell’urbe, sui tavoli da gioco delle vecchie principesse che fanno più arte dei di loro mezzibusti antichi, e financo, sì, nell’orrore laocoontico delle feste scollacciate. La stesura del sophomore può cominciare, un nuovo inizio, una rinascita.

142 minuti di fasi alterne ed eterogenee, che mettono in evidenza limiti narrativi alle volte un po’ deludenti, specie in concomitanza di certe esposizioni dal sapore un po’ reazionario che davvero non t’aspetteresti. A questo, c’è da aggiungere quella spasmodica ricerca dell’estetica laccata e del carrello a tutti i costi che, se prima erano marchio distintivo del lavoro di Sorrentino, sono ora rinvigoriti da più nutrite possibilità anche economiche. Se non altro, in questo caso, alcune inquadrature più ardite sono utili a dare il senso degli spazi nel contesto urbano.
Attori vengono, attori vanno, al servizio della parte e del regista, quindi fondamentalmente ingiudicabili. Servillo, al solito, rimane. E no, non fa ‘il solito personaggio di Servillo’, non bastano cinismo e disillusione in comune con altre interpretazioni per poterlo asserire: qui Jep è fondamentalmente votato al puro ed al bello, sempre, giorno per giorno, ora per ora.

Tutto sta nel fatto che il tema del film è parecchio ma parecchio ambizioso, e di difficile esposizione. Hai voglia a giocare di trama! Qui l’argomento va in qualche modo fatto assaporare, la sequenza degli eventi ha poco da essere lineare, e va giocata tutta sull’emotività. Non è per nulla facile scegliere in montaggio gli eventi giusti, le immagini giuste. Ma Sorrentino ‘ste cose le sa fare, e bene anche, è proprio nel suo. Questo è un film che non solo poteva essere scritto solo da lui, ma anche girato solo da lui.
Ecco perché, con tutti i difetti, e con tutti i cali di tono, e con tutte le scelte opinabili, “La grande bellezza” ti rimane appiccicato nell’animo tuo malgrado, lasciandoti in circolo certe immagini potenti di estasi religiose, visioni oniriche e lassismo pecoreccio. Si avventa sull’emotività dei tuoi ricordi, e contemporaneamente fa leva sulla tua moralità. È incompleto, cicca il bersaglio e risulta a tratti dissacrante verso certa cinematografia italiana che altri storicamente ci invidiano. Ma non importa.

Il mio voto numerico non conta nulla, è solo una media ponderale tra un men che mediocre quattro e ventordicimila.
“La grande bellezza” è un film non riuscito, correte subito a vederlo e rivederlo.

::la fortezza delle scemenze

Eh no, stavolta no, non mi prenderanno in contropiede. Anzi, a questo giro elettorale li aspetto al varco. Ed il loro avvento varrà per me quale conferma della mia più temibile ipotesi.

Come ci si spiega il fatto che la maggior parte dei figuranti televisivi vanti sempre una connotazione tipicamente partenopea? E negli ambiti più disparati eh, non entro il perimetro di un genere caratteristico. L’unica risposta plausibile considera l’esistenza di una Fortezza delle Scemenze al largo del Golfo di Napoli, una scuola di stampo quasi marziale, votata alla formazione di svariate qualità di figuranti da utilizzare in diversi ambiti mediatici. Oltre l’ultima spiaggia della crisi lavorativa, ci sono le piattaforme marine del lavoro alternativo definitivo.

I figuranti diplomati alla FdS pullulano nei format ‘giudiziari’ tipo “Forum” o “Verdetto finale”, nei quali appare evidente come l’ufficio casting assoldi figuranti, probabilmente promossi dalla riserva inesauribile del pubblico su richiesta, allo scopo di interpretare simbolicamente l’iter di un caso tipico. La trasmissione parte sempre in modalità ‘neutra’, ma in men che non si dica, si va sempre a finire in colorite riduzioni di classici di Scarpetta, a suon di “signor giuuuudisce quell’è mio marito ca nun me riscpett'” “no vostr’eccelle’ ma che riscpett’e riscpett, si chell’me port’e caniéll fin’a dind’o liett!”. Format a cui manca solo una valida aggiunta: l’orchestra col putipù, le troccole e lo scetavajasse, pepperèèèè pepperèèèè!

I diplomati FdS di minor pregio non restano certo disoccupati, ma sono frequentemente impiegati come testimonial dei prodotti per dimagrire più spergiuri sul mercato, vera linfa vitale dell’82% dei canali tv in digitale terrestre. Più ti parte il San Carlo dell’anima, più il prodotto appare di buona fattura: l’eventuale cliente non può non ipotizzare la vittoria della magica pillolina contro eserciti di struffoli, campi minati di pastiere, artiglierie pesanti di babà pesantissimi. “Oé gl’amisci miéj nongi volevano credere, ma poi in zole due settimane due, aggie lassate o’quartiére a facc’lònga ‘nderra!”.

Infine, la grande sorpresa dai referendum abrogativi del 12-13 giungo 2011. Attorno  ai virgulti di più alto lignaggio della Fortezza delle Scemenze sono stati tirati su in fretta e furia circoletti, listine civichine e gruppettucoli. Entità chiaramente messe lì da chi aveva interesse a disperdere i ‘sì’ nel modo più basso ed antidemocratico possibile. Vederli nei cinque minuti RAI leggere sul gobbo con difficoltà, tentando una minima improvvisazione da avanspettacolo, è stata un’esperienza umiliante e divina insieme. Indimenticabili, grazie ragazzi.

Torneranno, lo so, lo sento. Torneranno i tristi figuri figuranti, vestiti in puro Piazza Italia style, titubanti sui congiuntivi e con l’occhio mai in camera. Le elezioni sono alle porte, e voi mazinghi napulielli della dispersione dei voti risponderete ‘”presente (almeno fisicamente)!” a quella chiamata mediatica. Ed io son qui che vi aspetto,  meravigliosi Garada K7 del calzone coi friarielli.

::apriti sesamo/franco battiato

Anch’io ho fatto numero, nella folta schiera di ascoltatori in attesa di un album di Franco Battiato. Ero in quella lista per tutta una serie di motivazioni personali e generazionali che non sto qui a riassumere. E comunque: c’ero.

Al 28esimo album, tu attempato supporter sai già cosa aspettarti dall’autore, ed anche dal suo intorno chimico.
In genere funziona così. Esce un album preceduto da un singolo che a orecchio ti pare abbia un testo imbarazzante. Sui social network fan bella mostra di sé le due fazioni ben distinte: l’ala degli adepti sempre in cerca di santoni, dove si spreca la parola Maestro, dove si va in deliquio per il citazionismo che varia tra il liceo classico della provincia lucana e l’esperienza metafisica nei gruppi d’autocoscienza; e la stanza degli schernitori, quella dove instagrammatori di sushi a lavoro nelle silicon valley delle realtà piccole, nell’atto di credersi un po’ stocazzo, innescano banali ironie da Zelig del decennio addietro giocando di dervisches tourners, mustafà mullah barazani, e giù di no cioè hahaha lol win gnè gnè. Tu ascolti l’album, i testi sono pacchiani, la musica nulla di nuovo, buco nell’acqua del grande maestro. Poi lo riascolti, ed è meno peggio di quanto pensassi. Poi lo riascolti, e qualcosina ti piace. Poi lo riascolti, e sì dai la sufficienza sì. Poi lo riascolti. Poi lo riascolti. Poi.

Questa recensione di Apriti Sesamo, scritta da un non addetto ai lavori senza necessità di diplomazia, vuol venire in aiuto di quelle recensioni nelle quali, ad un certo punto, sono apparse frasi di circostanza come:”Battiato è pur sempre un imprescindibile autore che non può mai esser giudicato sotto la sufficienza”. E che evidentemente avrebbero voluto arrischiarsi nell’aggiungere qualcosa. Qualcos’altro.
È decisamente un disco di Battiato, su questo non c’è dubbio. Ci sono tutti i canoni: la mitologia mediorientale, la trasfigurazione onirica dei ricordi, la catechesi laica dalle figure cristiane, il triviale ed il terreno sapientemente miscelati con l’aulico ed il divino. Al primo ascolto:  un best of per signore 55enni post-settantasettine con immeritato posto da dirigente statale minore ma in odore di viaggio in India, di quelle che prendono il triplo del tuo stipendio, ma alle quali, anno Domini 2012, stai appena insegnando ad allegare un file in una email.

Il vero problema di questo album di Battiato è che è troppo sospettosamente un riconoscibile album di Battiato! È un maledetto compendio di riferimenti a temi e, sorpresa sorpresa, soprattutto ad arrangiamenti musicali, di tutto ciò che di più studiatamente memorabile vi possa essere di Battiato! Ci sono parecchi punti in comune con certe tracce di Gommalacca, e poi dai, siamo seri, nella seconda traccia ci sono anche gli stessi chords elettronici di molti dei pezzi di Patriots! Un’artificiosa autocitazione, troppo frettolosamente rilasciata al pubblico, con alcuni pezzi davvero poco sviluppati: giudizio aperto su buona parte dell’album, ma accidenti che depauperamento evidente di tematiche e sonorità in coda al tutto!

Sì, la risalita c’è. Anche in questo caso, durante gli ascolti successivi l’orecchio si ammorbidisce attorno a quelle linee melodiche, ed il fegato rode meno per il grossolano riferirsi continuo ad autori classici e mitopoiesi gratuite. Può bastare questa curva temporale positiva ad addolcire un giudizio? Sì, in effetti sì…ma non è giusto. E quindi ben ci sta il marchio della mediocrità o giù di lì, per un grandissimo autore che, arrivato ad imbottigliarsi nell’autocoverizzazione, forse dovrebbe decidere di abbandonare per sempre questa formula per dedicarsi a produzioni d’altro respiro.

::la collina dei papaveri

Reduce dal mediocre “I racconti di Terramare”, Gorō Maria Goretti Miyazaki s’allinea alle storie piccole su fondali pastello che tanta fama hanno regalato alla Ghibli, rilasciando questo lungometraggio che è già record siderale di lettere kappa nello stesso titolo (“コクリコ坂から”, Kokuriko-zaka kara).

Tratto da un micidiale shōjo manga in stile feuilleton a sfondo genetico-familiare (tipico tra l’alto del periodo nel quale la storia è ambientata), la versione italiana parte con titoli scritti all’insegna dello splendore grafico del Commodore VIC20, ed una serie di traduzioni pedanti delle formule di rito d’uso quotidiano.
L’inizio orribilmente melenso e scolastico fa desiderare l’avvento a sorpresa di un violentatore seriale in stile pinku eiga, ma presto la cosa passa in secondo piano, quando lo spettatore si rende conto del doppio canale che guida la storia: da una parte il beviqualcosapedro d’antan in odore di ricordi delle guerre, dall’altra il sapore di una rivoluzione sociale in salsa provinciale ancora di là da venire (tutte le fazioni studentesche temono l’arrivo del Preside, paura del potere costituito…per ora!) ma già con quel sapore da maggio parigino nei nomi delle cose. Se si dovesse sintetizzare un leitmotiv unendo i due canali, si direbbe: la guerra pur recente riserva ancora ferite, c’è da ricostruire non distruggendo il passato ma riedificando su basi antiche; la cultura vecchia in questo è cieca, la nuova imprenditoria ha invece quelle sane indimenticate radici che le permettono di guardare ad un futuro radioso a misura d’uomo.

Cose tecniche: alcune animazioni fotoniche qui e là ma in genere qualità media, alcune superparallassi fotoniche ma in genere il trionfo del pastello, sfortunatamente anche per i metalli, cosa che non sempre funziona. Un capitolo a parte per i legni: tradizionalmente, il legno dòmina gli ambienti abitativi nipponici; se qui, in una storia ambientata nella primavera del 1963, rendi bene i diversi legni, ebè allora hai veramente vinto. Premio “Hai Veramente Vinto Col Legno” alle panche della mensa esterna riverniciate di bianco ma già soggette all’aggressione degli agenti atmosferici.

Se il film avesse avuto come soggetto lo yatsura studentesco della vicina campagna nei dintorni della metropoli, cosa davvero originale ed in qualche modo esotica per chi conosce più il suo parallelo europeo, per me sarebbe stato subito ammmòre. Così non è, evidentemente non doveva e non voleva esserlo per gli sceneggiatori, ma rimane comunque un prodotto di garbo e testimonianza.
Comunque, come ci insegna Vulvia:”Parla d’Achei in tivvù solo perché È FIGLIO!”